
Pubblicato da Editrice FILEF, lo studio
sulle PMI fondate da italiani emigrati in Brasile ed
Uruguay. La ricerca si è svolta nella seconda metà del
2001 nelle aree metropolitane di Montevideo, San Paolo e
nel Rio Grande do Sul, somministrando un questionario di
rilevazione a circa 500 imprenditori di origine
italiana.
I risultati della ricerca, molto
interessanti per comprendere la genesi e la consistenza
di queste imprese, individua i fabbisogni degli
imprenditori, in termini di servizi richiesti, di
relazioni e rapporti con l'Italia fornendo un importante
quadro di riferimento sulle possibilità di cooperazione
tra il nostro paese e l'America Latina, possibilità che
possono essere positivamente mediate dalle nostre collettività emigrate in questa
area del pianeta.
La ricerca verrà presentata in pubblici
incontri a Porto Alegre, il 23 aprile alle ore 14.00, presso l'Hotel
Everest e a Montevideo il 28
aprile, alle ore 10.30, presso l'Hotel Oxford, al termine del seminario sulle tecnologie
italiane nel settore agro-alimentare, organizzato da ICE
Nazionale e FILEF presso la LATU Laboratorio Tecnologico
dell'Uruguay, (Av. Italia 6201 -
CP: 11500 Tel: 601 37 24, Fax: 600 47 53 Montevideo,
Uruguay)che si
articolerà in tre giornate, dal 25 al 27 aprile.
Lo studio, che è già stato realizzato
con analoga metodologia in Germania, Francia, Canada,
Gran Bretagna e Belgio (dove vivono consistenti
collettività di origine italiana), individua le
diverse tipologie di imprese nate in contesto
emigratorio: in particolare quelle di "nicchia
etnica", che si sono insediate cioè come risposta
a a fabbisogni di consumo tipici degli italiani emigrati
(in particolare prodotti agro-alimentari o di
abbigliamento non reperibili sul posto), quelle che hanno
coperto fabbisogni locali non toccati dagli autoctoni
(produzioni di beni e servizi ad alta intensità di
manodopera), quelle che partendo da una
specificità etnica, si sono evolute come soggetti di
intermediazione tra il mercato locale e quello
globale(commercio estero, turismo, ecc.).
La pubblicazione, di oltre 200
pagine, è articolata in un rapporto
macroeconomico di scenario che, sulla base di dati
statistici evidenzia le opportunità di sviluppo di pmi
e di lavoro autonomo in specifici settori delle economie
uruguayana e del Rio Grande do Sul; in un rapporto
sintetico che presenta i risultati della ricerca sul
campo sulla base delle interviste realizzate; in una
guida metodologica alla creazione di impresa che
accompagna il potenziale imprenditore in tutti i passi
da seguire nella riflessione e nella progettazione della
propria attività.
La pubblicazione che verrà
inviata alle associazioni italiane presenti nei due
paesi, può essere ordinata scrivendo a:
Editrice FILEF srl, Via XX
Settembre, 49 - 00187 ROMA -Fax 06-4742956 e-mail: filefit@tin.it,
indicando nome e cognome, numero di copie,
indirizzo e numero telefonico.
Ricerca
su Consistenza ed Evoluzione
delle
PMI Italiane in Uruguay e Brasile
Premessa al
volume
di Rodolfo
Ricci
Dopo le esperienze di ricerca sulle PMI italiane in Germania e Canada,
Francia, Belgio e Gran Bretagna, il presente lavoro ha
cercato di indagare caratteristiche e fabbisogni dei
piccoli e medi imprenditori di origine italiana emigrati
in due paesi a forte presenza di connazionali: Brasile
ed Uruguay.
Questo studio non si differenzia, quanto a metodologia, da quelli realizzati
negli ultimi 4 anni; e i risultati confermano una
situazione già emersa nelle precedenti occasioni,
seppure con consistenti differenze riferibili
essenzialmente agli specifici contesti storici ed
economico-politici che hanno caratterizzato
l‘insediamento e lo sviluppo dell‘autoimprenditoria
di emigrazione in questa area.
Anche in Brasile ed Uruguay, risulta evidente come i nostri connazionali
abbiano realizzato le proprie imprese contando quasi
esclusivamente sulle proprie forze, con scarsissimi
contributi esterni sia in termini di servizi, sia in
termini di finanziamenti o agevolazioni. La base di
tutto è sempre costituita dai risparmi realizzati
direttamente o in ambito familiare in anni di
sacrificio, in grande maggioranza nella posizione di
lavoratori dipendenti o comunque di subalterni, oppure
come successori di una tradizione familiare che si
perpetua negli anni e che attraversa intere epoche
storiche: soprattutto nelle imprese di trasformazione di
prodotti agro-alimentari, si può ripercorrere il
tragitto dei bisnonni, dei nonni, di padri e madri, di
figli e nipoti che hanno prima dissodato i terreni,
introdotto la varietà di colture e lavorazioni tipiche
italiane, commercializzato i prodotti. Paste, ortaggi,
frutta, fino ai vini derivati da vitigni rari, oramai
quasi scomparsi in Italia e in Europa, ma che resistono
nelle zone temperate del sudamerica, come il rosso
Tannat, orgoglio dell‘Uruguay e del Rio Grande.
Lungo il corso dei decenni, e ora possiamo dire a cavallo di almeno due
secoli, altri italiani in Brasile ed Uruguay hanno
sperimentato il lavoro delle fabbriche e dei cantieri e
alcuni sono diventati imprenditori edili, meccanici,
tessili e dell‘abbigliamento, artigiani, commercianti,
trasportatori, fino alle più moderne funzioni di
erogatori di servizi di varia natura alle persone o ad
altre imprese.
Rispetto a quanto avevamo visto in Europa, il ventaglio dei settori
produttivi in cui sono coinvolti gli italiani è molto
più ricco, più variamente distribuito, gli
imprenditori sembrano mediamente più integrati nelle
realtà di accoglimento.
Ciò dipende dalla più antica emigrazione, dal fatto che questi paesi sono
costitutivamente paesi di immigrazione e tali si
considerano, contrariamente a quanto hanno fatto e
sostenuto per anni molti paesi che oggi fanno parte
della U.E.
Anche la grandezza delle imprese in termini di occupati è mediamente
maggiore rispetto all‘Europa; così come il fatturato,
che va comunque rapportato a quello medio degli stessi
paesi e non può costituire elemento di confronto se non
indiretto, rispetto a quanto abbiamo visto, ad esempio,
in Canada o in Germania.
Ma soprattutto è il numero assoluto degli imprenditori italiani che fa
davvero effetto: nel Rio Grande do Sul, ad esempio, vien
fuori che circa il 40% delle imprese manifatturiere è
stata creata o è diretta da italiani ed oriundi,
rispetto ad una presenza di circa il 25-30% di originari
dall‘Italia su una popolazione totale che ammonta
complessivamente a circa 11,5 milioni di abitanti.
In questa fascia costiera che va da San Paolo del Brasile fino a Montevideo,
si calcola che vivano oltre 25 milioni di oriundi. Cifre
che significano che in ogni ambito, e quindi anche in
quello economico, gli italiani sono stati e sono,
determinanti per la storia e le sorti future di questi
paesi e di queste città.
Indagare le imprese italiane in questa area, equivale quindi, in un certo
senso, ad indagare in gran parte, la struttura stessa,
le potenzialità, le difficoltà, le aspirazioni di
questi paesi.
Dalla ricerca, il cui campione di circa 500 imprenditori è dunque, alla
luce di quanto detto, limitato –ma non poteva essere
altrimenti per le risorse di cui disponevamo-, emergono
tuttavia dati ed elementi interessantissimi:
Questi imprenditori chiedono opportunità di informazioni, di relazioni, di
affari, di rapporti con l‘Italia e con le regioni di
origine; chiedono sostegno rispetto ad un mercato
globalizzato rispetto al quale è per loro molto più
difficile che per noi stare al passo, misurarsi con le
nuove tecnologie, disporre dei capitali necessari.
Rispetto agli imprenditori in Europa, queste richieste appaiono tuttavia più
affievolite, o meglio, appare più affievolito il legame
con la madrepatria; strada facendo essi si sentono
sempre più brasiliani ed uruguayani, sempre un pò meno
italiani. Avrebbero
chiesto probabilmente le stesse cose se
l‘interlocutore dell‘indagine fosse stata una
istituzione spagnola o portoghese o tedesca. Segno che
sono latino americani più che europei e che quando si
rapportano a noi si rapportano in un‘ottica che sa
poco di italianità e molto di volontà di cooperazione
con quell‘area del mondo che si chiama Europa e che
per vari, giustificati motivi, appare loro preferibile
al Nordamerica.
Abbiamo avuto occasione di incontrarne molti, di questi imprenditori, alle
prese con il progressivo declino delle loro creature
fondate negli anni dell‘impetuoso sviluppo
sudamericano, a cavallo delle due guerre, o subito dopo,
fino agli anni ‚60. Soprattutto uruguayani o
argentini, che allora disponevano di una grande mercato
in crescita come quello brasiliano, e che oggi non
riescono a competere – è pressoché impossibile - con
quei prodotti che arrivano dall‘India, dalla Cina e
dagli altri grandi paesi orientali.
Alla pre-conferenza continentale di Montevideo, poco più di un anno fa,
l‘80% degli interventi puntavano l‘accento su
questo: se l‘Italia vuole davvero dare un contributo
ai suoi connazionali ed oriundi in America Latina, deve
sviluppare delle politiche di sostegno e di cooperazione
su grande scala, in grado di sostenere in modo
integrato, lo sviluppo della piccola impresa – che è
un fattore di democrazia -, la crescita culturale e del
livello di formazione, la lotta alla marginalità
attraverso il sostegno a misure di inclusione sociale.
Il patrimonio, le risorse umane delle giovani generazioni di giovani
italiani e oriundi costituiscono
un fattore di grande importanza per il futuro
comune dell‘America Latina e dell‘Europa. Le lotte
per l‘esproprio del latifondo, la battaglia per la
terra, per l‘autosufficienza alimentare e per lo
sviluppo del mercato interno in Brasile, trova gli
italiani in prima fila dentro grandi movimenti sociali.
Le proteste popolari in Argentina, che hanno portato in piazza milioni di
cittadini poveri e della classe media insieme a numerosi
piccoli e medi imprenditori, oltre a dimostrare il
crollo miserevole delle pratiche ultraliberiste che
hanno depredato di volta in volta i grandi e i piccoli
paesi di questo continente, indica una prospettiva di
sviluppo differente che sappia conciliare i fabbisogni
locali con quelli delle dinamiche globali.
Per entrambi gli obiettivi, il contributo che può venire dal nostro paese
è importante. Su tali obiettivi è attesa una risposta
innanzitutto dai soggetti istituzionali e di governo
centrali ma anche, e forse ancora di più,
da quelli regionali, visto che abbiamo inventato
i distretti industriali e che viviamo, ora, in uno Stato
federale. Ed è, evidentemente, fondamentale la
sollecitazione che l‘Italia saprà operare sulla Unione
Europea.
Ma sono i privati che possono svolgere un proprio importante ruolo se
comprendono di avere di fronte una platea di decine di
migliaia di imprese desiderose di stringere rapporti ed
accordi, di crescere, di migliorare.
E‘ una grande opportunità di business, ed è parallelamente una grande
possibilità di costruire un futuro più roseo per
tutti, se si ha la capacità di agire secondo una logica
dei tempi medi, senza dover far necessariamente cassa
domani.
Anche in questo contesto si potrà misurare quanto siamo, come sistema
Italia, moderni e lungimiranti.
Rodolfo Ricci
(Coordinatore Nazionale FILEF)
|