Marcinelle 1956: cosa dovrebbe insegnarci la storia.

62 anni fa la tragedia di Marcinelle. 262 i morti, quasi tutti immigrati, in gran parte italiani. Quest’anno la ricorrenza cade in un particolare momento storico e politico caratterizzato da una discussione confusa e contraddittoria intorno ai nuovi fenomeni migratori che si muove intorno ai due poli della chiusura contro l’ apertura, diritto individuale alla mobilità e all’accoglienza di chi arriva contro il diritto al mantenimento di una primazia della cittadinanza autoctona.

Una discussione imposta dall’agenda mediatica e politica egemone che è molto astratta e che non da conto della complessità della vicenda in un momento di grave crisi economica e sistemica del capitalismo nella sua attuale fase. In Europa, inoltre, la discussione si coniuga con un’altra: quella del rapporto tra globale (o continentale) e nazionale che rischia di tradursi nello scontro di opposti fondamentalismi.

Accettare acriticamente questo dualismo significa accettarne gli inevitabili esiti che sono quelli di una ulteriore divisione – dogmatica – che si sovrappone alle divisioni reali dentro le società, tra paesi, tra aree continentali.

La ricorrenza di Marcinelle, della morte lontana dalle proprie famiglie di quei giovani italiani costretti all’emigrazione per la situazione sociale ed economica delle loro regioni di origine deve farci riflettere su possibili diversi paradigmi interpretativi: pur nella diversità dai fenomeni attuali, pur producendosi all’interno di un accordo bilaterale tra Belgio e Italia (braccia contro carbone), quei giovani non scelsero liberamente di emigrare; sarebbero volentieri restati a Manoppello o nei paesi campani e molisani se quelle zone avessero dato loro opportunità di lavoro dignitoso.

Un primo fondamentale insegnamento e memo per l’attuale riflessione intorno ai diritti individuali è dunque quello che accanto al diritto all’emigrazione è sempre da tener presente il diritto a non dover emigrare per forza.

Nell’ultima settimana in due successivi incidenti stradali sono morti in Puglia 16 giovani africani raccoglitori di pomodori nelle grandi pianure pugliesi. Come a Rosarno, in Calabria, come altrove, l’immigrazione è sfruttata in situazioni di nuova schiavitù nelle filiere controllate dalle grandi multinazionali della distribuzione della produzione agricola con l’obiettivo di mantenere il più basso possibile i prezzi dei prodotti di consumo. Ciò avviene nel paradiso dei diritti, l’Europa. La legge contro il caporalato avrà ben pochi effetti se non si affronterà il corno del problema.

Alla depredazione delle terre africane ad uso e consumo delle stesse entità economiche (europee, americane ed asiatiche) segue in parallelo lo sfruttamento assoluto (in Europa e altrove) del lavoro umano che quelle terre è stato costretto a lasciare.

Un destino analogo ai giovani morti di Marcinelle e di tante altre catastrofi, sacrificati al sacro margine di profitto.

Parlare solo di libertà di movimento e di accoglienza non risolve e non fa chiarezza sulla questione che abbiamo di fronte: le nostre responsabilità in quanto occidente e in quanto mondo che nell’occidente si intende come progressista, sono molto maggiori.

Gli attuali esiti migratori sono frutto di squilibri insostenibili durati secoli e addirittura peggiorati negli ultimi decenni del neoliberismo. Ciò che accade è dunque il frutto dei nostri errori, quando non dei nostri crimini. E su questo, non vi è dubbio che ci si debba battere per l’apertura, per l’accoglienza, per l’integrazione. Ma, ammesso che ciò sia possibile in modo ottimale in un momento di grave crisi (e non di boom economico che caratterizzò altre fasi migratorie), questa pratica non risolve la spirale migratoria che anzi procede per successivi stadi e si amplia nella misura in cui l’esodo priva i paesi di origini del fattore fondamentale dello sviluppo: l’uomo con le sua capacità e competenze.

Il mondo progressista non può essere soddisfatto e compiaciuto del dovere universale all’accoglienza; è suo compito ineludibile quello di adoperarsi per la fine di un modello economico che distrugge gli ecosistemi, interi territori e paesi ed anche l’ecosistema culturale, la razionalità dell’indagine e dell’analisi.

Quale vantaggio avremmo, noi occidentali, a veder deperire e desertificate altre aree del mondo ?

Noi italiani abbiamo da questo punto di vista, elementi di conoscenza storica empirica incontestabili: innanzitutto lo stato del nostro meridione che in mancanza di scelte politiche precise andrà incontro ad ulteriori peggioramenti nei prossimi anni.

Noi europei abbiamo altri elementi di conoscenza empirica incontestabili: lo squilibrio indecente tra nord e sud Europa, tra nord ed est Europa.

Si tratta di squilibri imposti dal libero mercato, dalla libera circolazione dei capitali, da una finanziarizzazione dell’economia che non ha altri obiettivi che l’autovalorizzazione del capitale in un contesto di incessante caduta dei margini di profitto – interni alla logica stessa dell’accumulazione-, oggi aggravati dall’innovazione tecnologica, dall’apertura indiscriminata dei mercati in cui vince sempre il più forte e il più debole soccombe.

C’è bisogno di coerenza e di visione. Restare fermi in un fortino paternalistico potrà gratificare la nostra (falsa) coscienza, ma può anche aggravare ulteriormente i problemi.

Sul cosa fare e sul come fare ad allargare le crepe del sistema, sui modi e i tempi, sulle tattiche e sulle strategie, auspico una discussione scevra da dogmatismi e fondamentalismi contrapposti; qui, sì, c’è bisogno di apertura e disponibilità all’ascolto anche per ciò che sembra caratterizzarsi come “eretico” e soprattutto a recuperare memoria storica ed esperienze di lotta che potrebbero di primo acchito scandalizzarci. Come le recenti dichiarazioni e proposte di Oscar Lafontaine e di Sara Wahgenknecht.

All’inizio degli anni 2000 conoscemmo da vicino il Movimento brasiliano dei Senza Terra. Le loro classi dirigenti erano partecipate in gran parte dai nipoti dei nostri primi emigrati che avevano colonizzato il sud del Brasile. Avevano vissuto per decenni nelle loro terre fino a quando i prezzi dei loro prodotti furono messi fuori mercato dal grande business dell’agroindustria controllata dalle multinazionali in combutta con le oligarchie locali. Così dalle immense campagne brasiliane emigrarono in massa verso le metropoli a decuplicare le bidonvilles o le favelas insieme ad altri milioni provenienti dal nord est del paese.

L’occupazione e la conquista delle terre incolte o malcoltivate era la loro risposta attiva a questi processi: per loro non era preferibile l’emigrazione verso la modernità fatta di lamiere e improbabili catapecchie, ma restare o tornare nelle zone produttive dell’interno che garantivano pane e vita frugale ma dignitosa.

Chiedemmo loro se avrebbero apprezzato il nostro aiuto ad inserire i loro prodotti nel circuito del commercio equo e solidale che all’epoca aveva un certo slancio e appeal per noi progressisti europei. Ci risposero che non erano interessati ad un inserimento nel circuito degli scambi globali, ma piuttosto erano interessati a ricevere competenze, tecnologie, insegnanti per le loro scuole rurali. I loro obiettivi prioritari erano l’autosufficienza alimentare, energetica, idrica e l’autonomia culturale dei loro villaggi.

Il Movimento dei Sem Terra, forte di 5 milioni di aderenti, fu decisivo nell’ascesa di Lula e fu una delle fondamentali organizzazioni che diede vita ai forum sociali mondiali.

Dove è finita quella lista di obiettivi che definirono l’agenda di quegli anni ?

Già nel 1999 a Seattle, nel cuore dell’occidente, sindacati e associazioni erano scesi in piazza contro la globalizzazione neoliberista. Qualcuno a sinistra disse che si trattava del nuovo luddismo. Che quei manifestanti non si erano resi conto che la storia aveva imboccato un’altra via, definitiva. Che la storia era finita, come suggeriva Fukuyama. A distanza di venti anni possiamo porci la domanda: a chi abbiamo lasciato la rappresentanza di quelle sollecitazioni ?

Lascio aperte le conclusioni o la continuazione della riflessione, ricordando anche che mentre discutiamo accanitamente dell’immigrazione dal sud del mondo, l’Italia è l’ottavo paese al mondo per flussi di emigrazione (circa 300 mila all’anno negli ultimi 5 anni), mentre gli immigrati sono ormai poche decine di migliaia e che il tasso di emigrazione all’interno dell’Europa (che si muovono sempre dal sud e dall’est verso il centro-nord mercantilistico del continente) negli ultimi trenta anni è stato superiore a quello registrato in Africa.

Che la xenofobia e il nazionalismo crescono di più nei paesi e nelle regioni afflitte da emigrazione strutturale piuttosto che da immigrazione. Che il cuore economico del nostro continente, la Germania, lascia entrare mediamente 1,5 milioni di giovani lavoratori fin dal 2013 e li disloca per circa due terzi nella sua parte occidentale (prevalentemente immigrazione intra-europea) e per un terzo nella sua parte orientale (prevalentemente immigrazione extra-europea). Questo accaparramento di risorse umane non è libera circolazione.

Oscar Lafontaine e Sara Wahgenknecht, conoscono meglio di chiunque altro le caratteristiche strutturali del capitalismo tedesco, la storica compenetrazione banche-impresa e la naturale predisposizione delle sue classi dirigenti a disporre di lavoro extranazionale per la sua crescita orientata ad un export aggressivo, riconfermata dalla legge sull’immigrazione del 2000 varata dal governo socialdemocratico Schroeder.

 

 

Rodolfo Ricci

(Fiei)

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