La crescente emigrazione che riguarda gli europei. “Quelli che se ne vanno”

SCAFFALE. «Quelli che se ne vanno», un saggio del sociologo Enrico Pugliese.

di Luciana Castellina (da il Manifesto del 9/8/2018)

Si sussurra, qualche giornalista ogni tanto vi accenna, e però mentre tutti parlano, nel male soprattutto, degli immigrati, nessuno prende davvero sul serio il problema che pure è ormai diventato un grosso e drammatico problema politico: i nuovi emigranti italiani. Certo non hanno più la valigia di cartone e non arrivano sperduti e carichi di pacchi alle stazioni del nord come li abbiamo visti in tanti strazianti bellissimi film neorealisti. Non somigliano a quelli dipinti da Carlo Levi riprodotti nel manifesto per il congresso del 1967 della storica Filef (l’organizzazione para sindacale che si occupava di loro). Ora sembrano ragazzi dell’Erasmus, la felice tribù dei millennials, beneficiari di uno dei rari regali dell’Unione Europea che consente di girare il mondo per conoscere altre università e culture. No, non sono la moderna entusiasmante circolazione delle nuove élites cosmopolite : sono giovani italiani costretti, come i loro bisnonni, ad andarsene dal proprio paese per trovare un’occupazione, quale che sia.

GLI STRANIERI europei se vengono in Italia non è per cercare lavoro, è per vacanza. Finalmente Enrico Pugliese, che è forse il sociologo che più si è occupato in Italia di migrazioni, ci ha offerto sul problema un libro che sarebbe bene leggessero tutti: Quelli che se ne vanno. La nuova emigrazione italiana (Il Mulino, pp. 160, euro 14). Ora che l’ho letto, e conosco una quantità di dati fondamentali, comincio a capire.
Quanti sono? Difficile da calcolare, perché all’Aire, che è l’organismo consolare cui debbono iscriversi gli italiani residenti all’estero, in molti nemmeno ci vanno: il lavoro che hanno trovato è così precario che a un cambio di residenza nemmeno ci pensano, si tengono quella della loro città di provenienza. Così quelli che sono ufficialmente registrati come partenti sono molti di meno di quelli che risultano arrivati. Fra il 2012 e il 2016, per esempio, secondo l’Istat hanno lasciato l’Italia per la Germania 60.700 persone, secondo l’ufficio statistico tedesco ne sono arrivati 274mila. Idem per l’Inghilterra: negli ultimi due anni sarebbero 39mila per l’ufficio italiano, 158mila per quello britannico.
Bisogna poi calcolare una quota difficilmente decifrabile ma in crescita: quella dei cosiddetti «sun migrants»: i pensionati che decidono di passare gli ultimi anni della loro vita in qualche paesino del sud portoghese o spagnolo perché in Italia non ce la fanno a sopravvivere.

DA DOVE VENGONO? Anche qui una differenza, ma solo apparente: la maggioranza dalla Lombardia, e però poi si va a guardare e si scopre che sono quasi tutti calabresi o siciliani. La regione più ricca d’Italia è stata, per loro, solo un primo passaggio, un tentativo, fra una precarietà e l’altra.
Chi sono? Una grande novità, anche questa dovuta al femminismo: il 45% sono donne che partono da sole. Sia loro che i maschi sono giovani fra i 18 e i 35 anni. Non è vero che sono tutti cervelli in fuga, fuggono anche braccia: sebbene nessuno sembra averli avvistati, la maggioranza sono ancora operai. Per lo più «esuberi» delle fabbriche in crisi o delocalizzate. I laureati sono comunque tanti: solo il 30%, che però è molto visto che in Italia di laureati ce ne sono meno che in Grecia e Spagna.
Cosa vanno a fare e dove? Vanno quasi tutti in Germania e in Inghilterra (e ora con la Brexit sarà un bel guaio). Lì finiscono per lo più nella logistica, ristorazione, alberghi, servizi di pulizia. Tutto lavoro precario, naturalmente. Ma regolato. In Inghilterra il contratto si chiama «a zero ore», che vuol dire che tu puoi lavorare ( ed essere pagato) per due ore al giorno o per 10, dipende dalle esigenze dell’impresa. E però l’ora è pagata circa 15 euro, in Italia, in Puglia, non si arriva ai 3. Pugliese ci dice che siamo difronte a una crescente, già enorme sfera di precariato internazionale, composta dai giovani del sud e dell’est Europa, cui si mischiano quelli che vengono dagli altri continenti e che però transitano nei nostri paesi, di cui alcuni sono diventati cittadini, altri non hanno più patria. Non è proletariato in senso proprio, perché questo termine è associato a stabilità e anche ad azioni rivendicative collettive.

IL PRECARIO è invece abituato all’instabilità, è un individuo e tale si sente, è privo di cultura sindacale, anche perché sia nei paesi di origine che in quelli d’arrivo le grandi e pur ancora potenti confederazioni del lavoro oggi degli emigrati si interessano poco. In comune hanno solo che sia gli stabili che i non sono il bersagio di una identica politica finalizzata, ovunque, alla crescente flessibiizzazione del lavoro.
Di questa nuova emigrazione nessuno si interessa. Niente a che vedere con quando, negli anni ‘50 e ancora ’60, andavamo alle stazioni di transito dei treni speciali a incontrare, con cibo bevande e bandiere rosse, i nostri emigrati di ritorno per votare. «Tornare per votare, votare per tornare» era lo slogan, che non ebbe esiti: tornarono solo un po’ di vecchi a morire nel paese natale, figli e nipoti sono ormai tedeschi svizzeri belgi. Erano quasi tutti meridionali, allora.
Anche quelli di oggi, a maggioranza. Ma l’emigrazione attuale è per il sud assai peggio di quanto fu allora, quando, con le rimesse, molti contadini riuscirono a uscire dalla miseria. Oggi – ci avverte Pugliese – si sta producendo un nuovo dualismo nord-sud. Perché al nord la popolazione cresce nel mezzogiorno manca all’appello quasi mezzo milione di giovani, di cui 312mila laureati. All’epoca delle grandi migrazioni meridionali il Sud veniva considerato sovrappopolato, oggi non è più vero.

NON SOLO: l’abbandono dei giovani ha prodotto una ferita demografica così profonda che ha inciso sulla stessa struttura economica di quelle regioni dove vive ormai una popolazione vecchia e sempre più dipendente e dove sempre meno sono le possibilità di una ripresa.
A casa, al sud, visto questo contesto, non torna ormai più quasi nessuno, non solo i lavoratori emigrati, ma quasi nemmeno più gli studenti che vanno a studiare nelle università del centronord. Un vulno che forse non si colmerà mai più.

 

FONTE: https://ilmanifesto.it/la-crescente-emigrazione-che-riguarda-gli-europei/

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