La precarietà, l’emigrazione e la contro narrazione dell’Irpinia. Capone presenta “Allegri che tra poco si muore”

Il primo libro paranoico dello scrittore altirpino: “che non porta gloria ma ti fa allontanare dalla gente”

di Rossella Fierro

Allegri che tra poco si muore“, è l’opera prima di Luigi Capone. Classe 1985 di Nusco, nato ad Avellino «perché in Alta Irpinia non si nasce, ma si muore soltanto», Capone restituisce una fotografia pessimistica, o forse realistica, della condizione dei giovani irpini e italiani costretti, fino all’ultimo giorno di vita, a rincorrere la loro precarietà.
Edito da Artestampa, “Allegri che tra poco si muore” è «uno di quei libri all’inverso, non portano gloria ma ti fanno allontanare dalla gente» scrive Capone in un post facebook. Ma si può davvero litigare con le persone per aver scritto un libro? «Si, o almeno a me è capitato- racconta l’autore- vedere la gente del tuo paese, gli irpini, toglierti il saluto per aver raccontato una realtà che oggettivamente non funziona, è qualcosa di surreale. Ovviamente solo chi non lo ha letto, e dunque non ha voluto soddisfare la naturale voglia di approfondimento o curiosità del lettore, può reagire in questo modo. Ma non mi sorprende. Dalla pagina facebook di Irpinia Paranoica, abbiamo dovuto bloccare circa 1000 contatti di invasati che, non comprendendo lo spirito critico e satirico dei contenuti, sono arrivati finanche a minacciarci».

Sì, perché Capone è tra i fondatori della nota community facebook che si definisce “contro la valorizzazione del territorio e contrari alla territorializzazione. A favore dell’improponibile”. E un bel po’ dello spirito di Irpinia Paranoica lo si ritrova anche nelle pagine di “Allegri che tra poco si muore”. «Il libro estrapola il lato più oscuro della pagina fb. Tutto il negativo possibile racchiuso nella vita del protagonista, Luca, che trascorre i migliori anni della sua vita in una paese irpino a perder tempo davanti ad un bar. Un’atmosfera di tragica calma apparente interrotta dall’improvviso slancio di vitalità di Luca che decide di partire, di raggiungere quel Nord Italia visto nel paesello come la manna salvifica per trovare lavoro. Luca lo raggiunge il Nord e capisce che anche lì la situazione è ben diversa da quella immaginata. Allora decide di andare all’estero, nella Berlino in cui tutti trovano lavoro, ben pagato e con diritti annessi. Anche qui resterà deluso e comprenderà che il suo destino è la precarietà a vita, che per la sua generazione non c’è prospettiva in nessun luogo. Il libro– sintetizza Capone- vuole essere una condanna al mondo del lavoro che ci sfrutta, non ci garantisce diritti ma allo stesso tempo pretende titoli di studio anche per lavorare in un call center, cioè per svolgere una mansione da automa che finanche un robot, senza laurea e senza master, riuscirebbe a fare. Se poi sei nato in Irpinia, la sfiga te la porti dietro. Ovunque e comunque resterai un emigrante sfruttato che però a casa racconterà di aver raggiunto una posizione, di aver trovato finalmente lu postu a Milano, a Torino, a Londra».

Una condizione che Capone, da tre anni in giro tra Milano, Torino, Bologna come insegnante precario, conosce bene «ma dal 2004 aspetto la chiamata dalle Poste». Per il giovane scrittore ci vorrebbe un miracolo, ma non come quello mancato degli anni ’80 «quello in cui hanno creduto i nostri genitori nel dopo terremoto, quando l’Irpinia era al centro dell’attenzione mondiale come terra da riabilitare, De Mita era presidente del Consiglio e l’Avellino giocava in serie A. I nostri genitori forse ci hanno partoriti perché pensavano che noi avremmo vissuto in un contesto positivo. Non potevano immaginare che saremmo arrivati ad un’immigrazione superiore a quella del dopo guerra. Una situazione senza precedenti che non viene raccontata più. Ormai siamo assuefatti dal proliferare di pubblicità che vogliono l’Irpinia come una sorta di Eden, tra caciocavalli, cipolle ramate, pale eoliche, il treno antico e i bei paesaggi. Questa è una narrazione irreale dello stato di cose. Quando vedo le cartoline della diga di Conza dipinta manco fosse il lago di Garda, rabbrividisco se penso che l’Irpinia è la patria dell’acqua e dai nostri rubinetti d’estate non ne esce neanche una goccia perché c’è la crisi idrica. Ma tutto questo non si può dire, la critica ormai non è più accettata». Ma il libro parla anche di altro, delle dipendenze che vanno dall’alcol, alla droga, alle slot machine fino al lavoro «racconta di un uomo intrappolato tra mille porcherie che non riesce a liberarsi. Anche il lavoro è una dipendenza, perché rappresenta la continua ricerca del posto, fino alla morte. E’ la nostra vita ormai: ogni sei mesi un nuovo lavoro, un trasloco, una nuova città, anche una nuova fidanzata perché siamo una generazione totalmente alienata nella precarietà».

E questo accade anche a chi è nato a Nusco, il paese del Grange G per dirla con Irpinia Paranoica. «Quello è un ex paese bello. Da cartolina pittoresca, a comune architettonicamente sventrato, con un’antenna della Rai di 36 metri dentro al Castello, e decine di palazzi nuovi che nascono come funghi ma totalmente vuoti perché la gente va via. Ciriaco De Mita? Non lo vedi, non esiste. Fa il sindaco e pensa al progetto Pilota dell’Alta Irpinia o a far eleggere il nipote in parlamento, lui vive totalmente distaccato dalle piccolezze nuscane. Il problema non è il Re, ma i sudditi che ormai sono incarogniti. Starci insieme è insopportabile, meglio il grigio monolocale nebbioso di Sondrio. Almeno lì c’è maggiore rispetto per i lavoratori e per le persone in generale».
Capone boccia anche la presunta rivoluzione dei sudditi, non solo i nuscani ma gli irpini tutti, che alle politiche e alle amministrative hanno votato per il Movimento Cinque Stelle al grido di “abbattiamo i dinosauri”. «Non credo assolutamente in questa ‘rivoluzione’. Chi lo ha detto che cambiamento è sinonimo di miglioramento? Basti vederli all’opera al Governo nazionale, silenti di fronte alla sistemica propaganda razzista di Salvini. Si vendono l’abolizione dei vitalizi agli ex parlamentari come la presa della Bastiglia. In realtà, grazie al ricalcolo, il Movimento cinque stelle ha addirittura aumentato la pensione di De Mita. Una deriva populista di “bassa Lega” e niente di più. Mi auguro che facciano qualcosa di buono ad Avellino città, ma al Governo hanno atteggiamenti preoccupanti e il rischio che facciano peggio della “vecchia” politica è elevato».

 

FONTE: http://www.ilciriaco.it/cultura/item/31322-la-precariet%C3%A0,-l%E2%80%99emigrazione-e-la-contro-narrazione-dell%E2%80%99irpinia-capone-presenta-%E2%80%9Callegri-che-tra-poco-si-muore%E2%80%9D.html

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *