Quando i migranti siamo noi, geografia di chi se ne va e perché.

Migranti. L’ultimo numero della rivista «il Mulino» sceglie la forma monografica per raccontare «il paese altrove», un fenomeno che rischia di riportarci agli anni Settanta

Questo Viaggio tra gli italiani all’estero inizia dai numeri: nel 2007, ormai 12 anni fa, furono 36 mila le persone che cancellarono la residenza in Italia per trasferirsi all’estero. Passa un decennio e quel numero triplica, toccando le 128 mila unità. L’ultimo numero della rivista bimestrale de il Mulino sceglie la forma monografica per raccontare il «paese altrove», quel nuovo grande ciclo migratorio che rischia di riportare l’Italia agli anni 70 del secolo scorso. Un fenomeno ben presente tra gli specialisti ma di cui la politica non si occupa e sa molto poco o nulla, impegnata com’è a chiudere i porti e a urlare di invasioni dal sud del mondo.

EPPURE I DATI PARLANO CHIARO: dal 2010 la crisi ha riaperto i rubinetti dell’emigrazione italiana all’estero, e a partire non sono stati solo i “cervelli in fuga”, ma anche diplomati e non, e pure i pensionati. Persone che messe di fronte al gap di opportunità che ormai si è creato tra l’Italia e i paesi del nord Europa hanno liberamente scelto di andarsene.

Nel volume si susseguono storie di emigrazione (e alcune di ritorno in patria) e saggi per contestualizzare il contesto e i paesi di arrivo. E così si incontrano le parole dei nuovi berlinesi, entusiasti per avere trovato «una nuova sensazione di libertà, indipendenza e apertura internazionale», e quelle di chi dopo aver messo radici per qualche anno in Germania ha deciso di rientrare.

E’ LA STORIA DI ALESSANDRA, raccontata come tutte le altre in prima persona. Con offerte di lavoro da tutta Europa, lei fa la scelta del cuore, lascia i meno 10 gradi di Heidelberg e si riunisce col marito, appena assunto a tempo indeterminato a Milano. «Milano ha sgretolato tutto», scrive raccontando di «una società (quella italiana, ndr) dove ai colloqui di lavoro ti chiedono se pensi di avere bambini nei prossimi anni», dove per nove mesi si possono mandare curriculum senza ricevere risposta e dove un’astrofisica specializzata in data science è costretta a dare ripetizioni di matematica e a chiedere al marito i soldi per la spesa.

NON CHE ALL’ESTERO SIA TUTTO oro quello che luccica. Capita che ad attendere all’arrivo gli italiani ci siano i mini jobs tedeschi da 450 euro, i contratti a zero ore inglesi o altre forme di precarietà, così come il razzismo e lo sfruttamento. Ma in generale i racconti di chi ha lasciato l’Italia collezionati da il Mulino parlano di opportunità, prospettive e stipendi migliori senza però nascondere le difficoltà del migrare: il senso di spaesamento, il razzismo nei confronti di chi viene dal sud («L’italiano se non ti frega oggi ti frega domani», racconta Isacco, pare sia un detto piuttosto diffuso in Svizzera, dove la destra si chiama Lega e i migranti da respingere sono proprio gli italiani, poco importa da che regione provengano).

Poi c’è il fallimento sempre ad un passo, l’incubo di tornare a casa sconfitti, la necessità anche per i laureati di ripartire da zero, lavando i piatti nei ristoranti o rispondendo in un call center.

QUARANTA STORIE CHE DANNO forma e colore ad un numero: quello delle 72 mila unità in meno che rappresentano la perdita migratoria del 2017, la differenza tra i flussi in ingresso e quelli in uscita. Decuplicata dal 2008 quando il dato non superava le 7400. Un rubinetto aperto che sta svuotando sempre più velocemente il paese. I motivi? C’entra la crisi economica e politica del 2010, una crescita economica sempre un passo indietro rispetto al resto d’Europa, le cattive condizioni del mercato giovanile, ma anche la possibilità di trovare all’estero più apertura e diritti quando si parla di libertà civili.

C’È ANCHE LA CRISI dell’università. Così si scopre che in Francia gli italiani costituiscono il primo contingente tra i ricercatori del Cnrs di cittadinanza straniera: quasi uno su cinque. Cambiando paese ci pensano le parole di Giorgio, un progetto migratorio il suo iniziato tardi a 37 anni, a ricordare uno dei (tanti) motivi per andare all’estero: «Per me Barcellona è la combinazione ideale di diversi elementi: una città latina, accogliente, ma anche aperta e internazionale e con servizi più efficienti che in Italia (trasporti, cultura, il conto in banca aperto in mezz’ora…). Come mi piacerebbe che fosse in Italia».

GERMANIA, INGHILTERRA, Belgio, Francia, Svizzera. Ma c’è anche l’est, l’Albania ad esempio o la Bulgaria, anche se i numeri in questi casi sono esigui, e tutti i viaggi oltre oceano, gli States, l’Australia e anche il Giappone. «Scelte il più delle volte definitive e il più delle volte motivate da difficoltà riscontrate in Italia a trovare un’occupazione degna, a costruire un proprio percorso famigliare. Un segno da prendere molto sul serio – scrive il vicedirettore della rivista Bruno Simili – di un declino italiano che, per essere arrestato, richiederebbe una visione che possa ridare fiducia nel futuro. Quel futuro che tanti oggi scelgono di cercare altrove».

RESTANO TANTE FRASI, che la politica e il dibattito nazionale non hanno fino ad ora preso in considerazione. Gioia: «Decido di partire per Buenos Aires: in Italia quest’aria buona per i giovani con progetti, trentenni con responsabilità e retribuzione adeguata, mancava del tutto». Daniele: «Io volevo fare il cuoco, ma se resti a Bologna tutta la vita, friggerai crescentine tutta la vita». Infine Agnese: «Se l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, che cosa succede a chi lascia il suo Paese per fondare se stesso sul lavoro?».

 

FONTEhttps://ilmanifesto.it/

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