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C A R L O    L E V I

A  C E N T O   A N N I   D A L L A   N A S C I T A

TORINO 29 NOVEMBRE 1902  -  ROMA 4 GENNAIO 1975


NON PIU’ COSE MA PROTAGONISTI

L’articolo scritto da Carlo Levi per il primo numero di “Emigrazione”, il mensile della FILEF (15 novembre 1968)

La Federazione italiana lavoratori emigrati e famiglie (Filef), dopo i primi mesi di preparazione e di inizio di organizzazione, dà principio alla sua concreta attività, in Italia e in tutti i Paesi di emigrazione, in tutti i campi, e ai vari livelli in cui la sua attività deve manifestarsi. La sua esistenza nasce da una necessità attuale, dai modi nuovi di una condizione umana antichissima, da una nuova coscienza che è sorta e si è maturata in questi anni nel mondo dell’emigrazione, che ha dato una nuova dimensione e un nuovo significato ai suoi problemi, che ha imposto, o va imponendo, anche a chi abbia interesse di nasconderlo o di rifiutarlo, la consapevolezza dell’emigrazione come uno dei problemi fondamentali della nostra società, della vita della comunità nazionale.

Il fenomeno dell’emigrazione, resa forzata da strutture economiche e politiche che non consentono, in patria, condizioni possibili di lavoro e di vita a una larga parte di cittadini, non è mai stato finora considerato nella sua ampiezza e gravità, nel suo carattere determinante di un sistema sociale e economico che su di essa si fonde, che la rende obbligatoria, e che non potrebbe per ciò, senza una sua radicale trasformazione, estinguerla, o ridurla a problema marginale. E poiché l’emigrazione, con i suoi aspetti di espulsione dalle proprie radici e dalla propria terra, di rottura dei legami culturali e familiari, di esilio in paesi di costume e di lingua diversi, è in se stessa una realtà drammatica, piena di infinite tragedie, sacrifici e dolori, e non può non essere sentita che come una colpa collettiva, si è sempre cercato di nascondere i veri caratteri, di considerarla come un fenomeno naturale quasi esterno alla società nazionale, o di tacerne, o di coprirlo con l’ipocrisia dei buoni sentimenti e del paternalismo assistenziale, o dei falsi miti nazionalistici del nome d’Italia e del lavoro italiano. In queste condizioni, l’emigrante forzato, dopo essere stato espulso dal proprio paese, era del tutto abbandonato, e costretto a un reale e servile esilio.

Ma in questi ultimi anni, in cui con straordinaria intensità e rapidità, in tutti i paesi del mondo, popoli e classi subalterni, rompendo la propria soggezione coloniale, sono andati, in modi diversi, affermando una nuova coscienza e una nuova libertà, anche il mondo della nostra emigrazione si è mosso dalla precedente condizione di immobilità, si è fatto, o si sta facendo, consapevole della propria realtà, dei propri bisogni, dei propri caratteri, della propria forza. E tutti coloro che si occupano, da vari punti di vista, del fenomeno dell’emigrazione, devono ormai tener conto di questa sua nuova realtà in sviluppo.

E’ questo modo moderno di affrontare i problemi della emigrazione, è questa maturità dei tempi, che ci ha mostrata come necessaria la fondazione della federazione, ci ha indicato gli indirizzi del suo lavoro. E’ un movimento, che superando ogni limitazione e visione di parte o di partito, e rifiutando ogni paternalismo, prende forma secondo il principio dell’autonomia. Di esso devono fare naturalmente parte le associazioni autonome degli emigrati nei vari paesi, quelle che esistono e quelle che si andranno formando, e i singoli emigrati; e le loro famiglie nei paesi d’origine, e tutti coloro che, per diversi rapporti, sono, in qualche modo, toccati e determinati nella loro vita dal fenomeno dell’emigrazione. La federazione dovrà essere l’organismo democratico e lo strumento d’azione di quei milioni di italiani che riuniti da una condizione umana comune che li pone naturalmente a fianco di tutti gli uomini di ogni paese che lottano per la propria libertà e dignità umana, vanno riconoscendosi, non più cose o passivi strumenti di lavoro, ma come protagonisti. Perciò la federazione affronterà, con questo spirito nuovo, tutti i problemi dell’emigrazione: da quelli immediati e concreti, non più accettati come dono dall’alto, assistenza e beneficenza, ma affermati come diritto da conquistare con la lotta; a quelli fondamentali delle strutture economiche e politiche, e delle cause reali del fenomeno emigratorio, da emendare e modificare con la forza operante dell’organizzazione; quella continua inchiesta di base, presa di coscienza permanente e quotidiana della propria realtà; alla affermazione di un proprio valore di cultura.

Il bollettino che inizia oggi la sua pubblicazione vuole essere, per ora, null’altro che un rendiconto sommario delle prime attività della federazione, e un contributo modesto, anche per l’iniziale scarsità di mezzi, allo sviluppo di questa realtà. Ma è nostro proposito e speranza che esso debba presto svilupparsi in un più largo e permanente strumento, che rappresenti, ad opera degli emigrati e delle loro organizzazioni che ne diventeranno i naturali redattori, la voce stessa dell’emigrazione, il luogo della sua espressione autonoma di nuova coscienza e di nuova realtà.

Di fronte alla consapevolezza degli emigrati che partecipavano nel gennaio 1967 alla Conferenza di Roma, avevo detto, concludendo un mio intervento, che l’emigrazione non poteva più oggi, nella realtà e nell’animo degli emigrati, essere “il passivo esilio dei poveri, considerati una razza inferiore da espellere. E’ oggi – dicevo – una battaglia che si combatte, fino in fondo, fino alle sue più remote conseguenze”.

Una battaglia contro l’alienazione, contro la servitù. Una battaglia che sta sullo stesso piano di quelle sociali per la terra, per il lavoro, per la libertà, a fianco di quelle che vedono popoli interi liberarsi della condizione coloniale e affacciarsi, nuovi alla storia; della grande lotta per un mondo umano. Così l’emigrazione, che è nei fatti, servitù, condizione coloniale, sacrificio rituale, mutilazione, razzismo, che è strumento di potere e mezzo di conservazione, diventa, per la nostra nuova coscienza, un punto di partenza per il rinnovamento totale della società, lo strumento della nuova cultura, il principio di una organizzazione operante, la leva per spostare il peso delle vecchie strutture, il nuovo elemento delle lotte operaie in Italia e in Europa, il lievito per spostare i paesi immobili; la ragione di un giudizio e di una condanna; il senso di una grande solidarietà storica mondiale, la scoperta e la rivelazione di una verità”.

Con questi pensieri, con questi sentimenti, con queste certezze che sono la realtà nuova e vivente dell’emigrazione, ci mettiamo oggi, tutti insieme, fraternamente al lavoro.   

EMIGRAZIONE E STRUTTURA

Che milioni di italiani si trovino dalla nascita nella posizione di uomini senza speranza, è uno scandalo che è prova del carattere autoritario delle strutture del Paese.

Discorso al Senato -  9 aprile 1970

Levi – Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, signori senatori, se anche questa volta, come in occasione di tutte le precedenti discussioni sulla formazione di un nuovo Governo, ho chiesto di parlare qui, lo farò tuttavia il più brevemente possibile, e soltanto o soprattutto, per richiamare l’attenzione su un problema fondamentale della vita del Paese, da cui tutti gli altri sono in qualche modo condizionati.

Non intendo dunque parlare delle questioni generali, della struttura politica del nuovo Governo, delle vicende della crisi, né soffermarmi in una analisi delle sue cause e del suo significato. Non intendo parlarne in primo luogo perché ne ho già parlato, e fin troppo a lungo, abusando della vostra pazienza, al tempo della crisi precedente, nell’agosto scorso, quando avevo cercato di mostrare  come la crisi non fosse tanto quella di quel particolare Governo, ma la crisi del cosiddetto centro-sinistra: crisi implicita, fin dal suo primo momento di anacronistiche speranze e illusioni, nella natura stessa e nella sostanza e nella storia delle sue componenti, la socialista e la democratico cristiana, dove, come dicevo, la preparazione tecnologica avanzata dalla Democrazia cristiana in funzione di un conservatorismo moderno non poteva non prevalere sull’utopia socialista di un riformismo contraddittoriamente preparatore di mutamenti di struttura.

E’ facile allora, senza bisogno di essere profeti o figli di profeti, prevedere tutto quello che sarebbe avvenuto poi e che era già pronto negli avvenimenti e nella loro storia: la crisi, o, probabilmente, le crisi successive, sempre meno motivate nella realtà, l’affievolirsi e lo spegnersi di ogni tensione ideale e di ogni rapporto vero con le cose, fino al ridursi della lotta politica a una pura lotta di potere, dove tutti i problemi (che nella realtà hanno corpo e vita e sono fatti di uomini, di fatica e di dolore) si svuotano in schemi, in simboli, in bandiere, in pretesti di potere, in astuti compromessi verbali, come ad esempio la “delimitazione della maggioranza” o il “Governo organico”, o la formula per il divorzio, a proposito della quale l’amico senatore Galante Garrone ha opportunamente citato la favola di Bertoldo, e forse avrebbe potuto anche citare La Fontaine o Buonaventure Des Périers o magari le facezie del Poggi.

Se prendessi anche un solo momento per buone, senza demistificarle, queste formule e astratte contese, anche se per oppormivici, il parlarne soltanto mi darebbe l’impressione penosa di partecipare a una stanca replica di una sacra, o profana, rappresentazione dove ciascuno svolge una parte predeterminata e prevedibile, e tutto è già in qualche modo scontato, anche l’opposizione più cruda: dove il solo problema è di entrare in palcoscenico come attore (sia pure nella parte, ormai da secoli risaputa e del tutto innocua, del diavolo). Accettare la convenzione teatrale, accettato il linguaggio di scena, non c’è posto che per quella finzione, non c’è altra uscita. Non c’è alternativa. Tutto diventa inautentico, anche le cose che erano sentite e vere; le idee, formule; le teorie, pseudoconcetti.

Non c’è alternativa come suol dirsi, e come usa dirsi del centro-sinistra, che del resto non è più tale se non come vuota espressione o sclerosato ricordo. Dove non c’è alternativa non c’è prospettiva o progresso. Ma solo la morte, e il centro-sinistra, non hanno alternativa: la vita si apre da ogni parte, e progredisce e si alterna come il respiro e il battere del cuore.

Del resto, la cosiddetta mancanza di alternativa – che riporta, per pretesa difesa della libertà, la vita politica ad un mondo di assoluta necessità, dove non vi è posto per le espressioni della libertà – non è che una formula che serve a coprire la volontà di non fare alcuna scelta. Ma questa impossibilità di scelta fuori di sé è un carattere fondamentale ed ineliminabile della Democrazia cristiana: ragione della sua unità, condizione del suo potere, motivo della sua natura di centro indifferente anche se differenziato, mediatore, assimilatore, composito, interclassista, dove tutto deve convergere, pesare e durare.

Questa particolare natura, questa centralità come dato permanente, non è cosa di oggi, è sempre stata. Mi era già apparsa evidente nei suoi caratteri fin da quando (permettetemi un ricordo personale, anche se possa essere terribile non soltanto per la storia personale ma anche per la storia del nostro Paese, che si trova sempre di fronte a situazioni analoghe) avevo assistito al Congresso del Partito popolare a Torino, nel 1923, e ne avevo scritto allora, cioè quasi mezzo secolo fa, 47 anni or sono, su richiesta del mio amico e fratello Piero Gobetti, su “Rivoluzione liberale”. Si trattava allora di tenere insieme il ramo democratico e quello cristiano del Partito popolare, che si proclamava aconfessionale e che perciò – dicevo allora – era appoggiato (aveva i motivi per essere realmente appoggiato) dal Vaticano; e la scelta, che prima aveva riguardato i rapporti con il Partito socialista in questa eterna storia d’Italia, e allora, nel 1923, tragicamente, i rapporti con il fascismo, appariva, anche agli occhi inesperti di un ragazzo come ero io, impossibile, proprio per la necessità di conservare l’unità e il carattere fondamentale di centro, ragione stessa della sua esistenza e motivo della sua durata, anche nelle condizioni esterne più difficili e anche nelle interne e più estreme dilatazioni; tale da farlo potentissimo e in un certo senso immorale. Come questo organismo istituzionalizzato di centro abbia influito e pesato sulle vicende del nostro Paese, come le abbia determinate e improntate di sé non è certo qui il momento né il caso di analizzare; è la storia delle nostre generazioni.

Prima e dopo, i soli momenti che rappresentano un salto storico di qualità, uno scegliere totale per modificare, sono stati la Resistenza e i movimenti popolari successivi. Perché in questo momento il mio pensiero va ad un uomo come Alcide Cervi che è morto da poco e che ha rappresentato invece proprio questa capacità, questa volontà di scelta totale e definitiva?

La storia non è maestra di vita (soprattutto per chi non la conosce), altrimenti non ci meraviglieremmo di quello che avviene oggi, dopo mezzo secolo. Né ci meraviglieremmo che fosse oggi ritenuta necessaria la presenza e l’assunzione nel paradiso ministeriale di un gruppo di estrema destra, che si potrebbe anche definire di estrema destra eversiva, come il PSU, per conservare questa forza, questa posizione unitaria di centro onnicomprensivo ma non modificabile se non per estrema pressione esterna, per evitare i pericoli mortali di uno slittamento sia pur minimo a sinistra, per mettere fine definitivamente cioè al centro-sinistra (o alla sua utopia ed ombra ideologica), Al centro-sinistra che, se era già morto col Governo monocolore precedente, ora è definitivamente sepolto; ne resta solo il nome, inciso ostentatamente sulla lapide.

Questa lapide, con il nome scritto e l’elogio delle virtù del loved one, del caro estinto, è il programma che, con la sua squisita pazienza, ha letto qui e alla Camera    il Presidente del Consiglio, sottoponendosi in piedi, giovanilmente, a uno sforzo oratorio di più di tre ore, di cui gli siamo grati.

Se il Governo, come dicevo, appunto otto mesi fa, è quello che è, il risultato di due grandi paure: la paura di quello che liberamente avviene, si trasforma, muta e progredisce nella realtà del Paese, e la paura delle possibilità di disgregazione interna dei partiti governativi sotto la spinta della realtà, e si regge dunque attraverso una complicata dosatura di contrappesi, il programma non poteva essere diverso da quello che ci è stato presentato. Se il Governo, che pure si fregia dell’aggettivo “organico”, (centro-sinistra organico: dove in verità non so se sia più falso il sostantivo  o l’aggettivo), se il Governo, come dicevo, è tutto meno che organico, (organico è il Paese reale come organismo vivente), il programma non può essere organico, ma, come il Governo, piuttosto rapsodico o antologico.

Infatti c’è tutto, quello che c’era nei programmi dei Governi precedenti, e anche qualcosa di più, che era stato allora dimenticato o su cui non era stata posta l’attenzione, come, ad esempio, il problema della droga, il problema della difesa dei beni culturali, che del resto sono molto lieto che sia stato ricordato con precisione (infatti, avendo fatto parte della famosa Commissione Franceschini e non avendo poi trovato alcuna iniziativa governativa per attuare le proposte che dopo tre anni di lavoro avevamo fatto, sono felicissimo  che il Governo intenda questa volta mettersi sulla strada delle realizzazioni), ed il problema della difesa del territorio (mi pare che siano questi i tre punti che non c’erano nel precedente programma), problema anche questo importante e da affrontare, nel quale forse il Governo è stato incoraggiato dal fatto che il Presidente degli Stati Uniti Nixon ne abbia parlato nel suo discorso.

Ci sono anche - ed importanti – quelli che si usa chiamare “adempimenti”, ormai inevitabili, soprattutto dopo le elezioni regionali del 7 giugno. Questo è indiscutibilmente buono, anche se è solo il principio, come del resto ha detto anche il Presidente del Consiglio. Si tratta di farle, le regioni, come il luogo della autonomia reale, delle forme nuove delle infinite autonomie che vanno creandosi e maturando nel Paese; si tratta di non permettere che vengano ridotte a puro schema di decentramento amministrativo di un potere tuttavia centralizzato e riservato, come certamente si cercherà di ridurle attraverso la pratica della omogeneità delle maggioranze delimitate locali.

Per l’altro adempimento – se vogliamo usare il termine adempimento – il divorzio, il tentativo di eluderlo dilazionandolo all’infinito e proponendo fin d’ora, prima di approvarlo, la sua abrogazione  con referendum – il che è abbastanza paradossale – è già fin troppo chiaramente in atto. E sarebbe augurabile che si potesse perlomeno stabilire una data massima entro la quale, siano o no finiti i confronti e le discussioni con i rappresentanti del Vaticano, il problema debba arrivare alla soluzione in Parlamento. Non credo che le discussioni con l’altra parte debbano, del resto, prolungarsi, a meno che non le si vogliano ad arte prolungare. Infatti sono notissime le posizioni nostre, del Parlamento, e sono altrettanto note le posizioni vaticane. Non c’è che da pigliarne atto e quindi basterebbe forse una seduta, un incontro, per confermare queste posizioni. Noi potremmo stabilire – e sarei lieto se il Governo potesse farlo – una data massima di tempo, per esempio un mese. Non mi pare che occorra un tempo superiore.

Per il terzo adempimento, l’amnistia e la riforma dei codici, credo di non aver nulla da aggiungere a quanto ha detto e alle riserve che ha fatto qui con molta competenza il senatore Galante Garrone. Tutto il resto del programma è un elenco, dove, se alcuni problemi sono ripetuti perfino con le stesse parole del programma del Governo precedente – uno in particolare, il problema dei giovani e della gioventù, ripetuto testualmente, è devoluto ai consigli di un’apposita commissione: temo che questo susciterebbe un certo sorriso nei giovani tutti, e anche nei non giovani, poiché questi problemi sono tali che vanno ben al di là di quelli che possono essere i consigli di una commissione ministeriale – non manca, pur nel carattere spesso elusivo e delusivo di molti di essi, in specie di quelli della politica estera, una certa accurata completezza.

Se noi poi, lasciando da parte i contenuti, che non voglio affrontare qui – l’ho dichiarato anche prima – e che del resto non contano in realtà o sono meramente simbolici, volessimo fare un’analisi o un tentativo di analisi formale o strutturale – linguisticamente strutturale – del programma, dovremmo riconoscere che il Presidente del Consiglio vi ha fatto un piccolo capolavoro di finezza e di stile, e anche di onestà e di sincerità, particolarmente rara in un’opera, come questa, di pura finzione letteraria. Per quanto il programma tocchi tutti i problemi, non è un programma né magniloquente, né napoleonico, né, come si usa dire oggi, trionfalistico, ma anzi modesto e prudente. E l’analisi strutturale, soprattutto della prima e dell’ultima parte del suo discorso – per quella centrale ho almeno avuto l’impressione che possa essersi valso, come del resto è d’uso, di qualche interpolazione di esperti o di appunti di altra mano; mi pare infatti che stilisticamente sia un po’ diversa – mostra  una frequenza di stilemi che indicano appunto la prudenza estrema, il senso quasi eccessivo della responsabilità, la preoccupazione, lo scrupolo, e perfino l’angosciato sollievo di chi, riuscito alla riva, “si volge all’onda perigliosa e guata”. Tutti i problemi sono definiti “complessi”, o “difficili”, le responsabilità sono “pesanti”, i compiti “gravosi”, i doveri “duri”, i rischi “insiti” ed “impliciti”, le meditazioni “faticose” ed “ardue”, i travagli “profondi”, le alternative “mancanti”, i passaggi “confusi” e la vita “tutt’altro che facile” (Ilarità). Il che ci mostra, con nostro personale ed umano piacere, che i sentimenti dell’uomo possono prevalere sull’impassibilità dell’uomo di Stato. L’uso più frequente e significativo – significativo forse anche di un certo negativismo di fronte alla realtà, allo stesso Governo ed al suo stesso programma – è la forma abituale negativa delle frasi: “non scevro di interrogativi”; “dimensioni non affrontabili”; “non possiamo sottovalutare”; “l’attuazione non potrà non essere graduale”; “non ci nascondiamo la vastità e la complessità di questi problemi”; “Non intendiamo rimanere semplici spettatori”; “non ci stancheremo di incoraggiare”; “non mancherà di dare il suo contributo”; “non sono da sottovalutare le difficoltà che ci attendono”, eccetera.

Un altro uso frequentissimo sono le forme o gli incisi che indicano prudenza, lentezza, misura, volontà riduttiva: “graduale, gradualmente, progressivo” tornano molte decine di volte nel discorso. “Realizzare al massimo possibile, sia pure nei limiti delle nostre possibilità”, e così via (Ilarità).

Questa sommaria proposta di ricerca strutturale, oltre questi limiti negativi e prudenti, indica però soprattutto la forzata mancanza di struttura del programma, le difficoltà da cui è nato e che soltanto la capacità e la pertinace finezza del Presidente del Consiglio ha saputo superare, senza volercele nascondere. Non si tratta di un linguaggio tecnico o scientifico inteso alla soluzione pratica, né di un linguaggio ambiguo o polivalente, come altre volte abbiamo sentito, per tenere aperte tutte le possibilità, ma di un linguaggio politico, per una politica che non può e non vuole andare a fondo dei problemi, né vederli in modo organico e perciò risolutivo, ma deve, secondo la struttura del Governo, limitarsi a giustapporli, ad esaminarli separatamente e astrattamente, ad uno ad uno, privandoli delle loro relazioni, delle loro radici e implicazioni; guardandoli cioè dal di fuori, con una certa distaccata indifferenza, in modo che essi non comportino mai il pericolo di dar forma alla politica generale, ma consentano solo interventi isolati e particolari, senza conseguenze sulle strutture fondamentali del Paese: restino cioè un elenco, come ho detto, rapsodico e antologico.

Ma la realtà è altra. I problemi vi sono vissuti, e non possono essere visti che dal di dentro. Basta un solo problema vissuto e visto dal di dentro per risalire da esso, necessariamente, a tutti gli altri, per mostrare le infinite interrelazioni del reale, per costringerci dunque a una politica concreta, a un concreto e creativo rapporto con la vita del Paese.

Potremmo scegliere a caso tra i tanti problemi qui elencati; la prova sarebbe ugualmente valida, e ci mostrerebbe la strada di un programma vero e non astratto di Governo, che muoverebbe forze vere del Paese, e non si ridurrebbe al gioco di gruppi dirigenti sempre più remoti e staccati dalla realtà, sempre più rifiutati e respinti da essa e perciò sempre più responsabili della decadenza delle istituzioni del Parlamento, della frattura con il mondo che vive, che si trasforma di continuo, nel nostro Paese e in tutti i luoghi della terra.

 

Prendiamo dunque fra i tanti un problema, o un complesso di problemi, che corrisponde ad una realtà fondamentale e determinante della comunità nazionale: LA EMIGRAZIONE. E’ questo il problema di cui parlavo in principio: ed è solo per sollecitazione dell’organizzazione degli emigranti, la cui Federazione rappresento, che ho preso la parola a cui avrei questa volta volentieri rinunciato. Essi desiderano giustamente che la loro condizione, la loro volontà, il loro giudizio siano posti davanti al Parlamento, al Governo, all’opinione pubblica; che siano posti come una pietra di paragone, una base di scelta politica. E io vorrei anche che ciò servisse in un certo senso di norma, di indicazione di metodo, per una politica concreta e reale.

Accennerò soltanto, qui, a queste cose; non occorre che vi porti dei dati, che del resto suppongo voi conosciate. E’ certo un problema fondamentale della vita nazionale, che riguarda direttamente  milioni di italiani, e indirettamente, ma in modo sensibile e determinante, tutto il Paese.

La stessa natura del fenomeno dell’emigrazione forzata di massa lo pone al centro della vita del Paese, sintomo e risultato di un’antica situazione economica e sociale, dell’esistenza o permanenza di strutture autoritarie repressive e schiavistiche. Che milioni di italiani si trovino dalla nascita nella posizione di classe subalterna, di servi senza diritto, di uomini senza pane e speranza, senza lavoro nella Repubblica che per costituzione è fondata sul lavoro, è uno scandalo, è una vergogna che si cerca invano di nascondere.

L’emigrazione è per noi quello che per gli Stati Uniti è il problema negro. La sua esistenza contesta obiettivamente il valore della nostra struttura sociale. Milioni di cittadini italiani sono strappati, con violenza che è nelle cose, nelle strutture storiche, nelle istituzioni, dalla terra, dalla casa, dalla famiglia, dalla lingua, ed espulsi dalla comunità nazionale, esiliati in un mondo “altro”, privati delle radici culturali, capri espiatori delle nostre colpe. La loro esistenza  è la prova  del carattere non libero né democratico delle nostre strutture politiche, economiche e sociali, sicché giusto dire che finché un solo uomo sia costretto, sia forzato all’esilio violento, non esisterà in Italia né vera giustizia, né vera libertà per nessuno.

L’emigrazione incide su tutta la vita del Paese, in tutti i campi. Non vi farò un lungo discorso per dimostrarvelo; questo lo faremo in sede più appropriata; ma vi accennerò soltanto, perché essa, nata da strutture economiche, sociali e politiche insufficienti, prova del carattere autoritario, repressivo, idolatrico e paterno delle istituzioni o dei loro residui, tocca ogni momento della nostra convivenza.

Tutti i problemi nazionali ne sono condizionati o modificati o alterati, o corrotti: quello del Mezzogiorno, quello dell’abbandono delle campagne, quello della difesa dell’urbanesimo, per cui le emigrazioni interne da un lato ci danno lo spopolamento delle campagne e dall’altro questi mostruosi agglomerati cittadini; quello dell’agricoltura, quello dello spopolamento delle campagne, quello della difesa del suolo e del territorio, quello della casa, quello della scuola, perfino quello dell’ordine pubblico (per esempio il brigantaggio sardo è legato strettamente al problema dell’emigrazione), quello della cultura – perché non c’è soltanto l’emigrazione di braccia, ma c’è anche l’emigrazione di intelligenze per la loro formazione – quello della lingua, quello della salute pubblica, quello del diritto, quello del lavoro, e, naturalmente, quello della politica estera.

Infine, se noi poniamo il problema della emigrazione al centro della nostra attenzione, dovremo rivedere tutto il programma d’azione del Governo in tutti i campi della vita nazionale; ed operare per una economia che garantisca il pieno impiego, per una programmazione democratica che difenda il lavoro non soltanto nel complesso nazionale, ma differenziatamente nei vari paesi, luoghi e regioni di origine, per una formazione di autonomie locali, regionali e comunali che non escluda alcun cittadino da un potere deliberante, per una scuola realmente popolare, per una politica estera di pace e di iniziativa, per una assistenza nazionale, per una riforma agraria che permetta un’agricoltura moderna, per una riforma della previdenza sociale e delle pensioni, per una riforma urbanistica che abolisca il privilegio proprietario, per un potere sindacale ed operaio riconosciuto ed operante.

E’ inutile entrare qui in questioni particolari; il senso delle interrelazioni dei problemi è ormai del resto noto – non sto infatti scoprendo cose inedite – a tutti, tranne che a certi uomini politici che non vogliono saperne, ma è soprattutto presente alle forze del lavoro, che ci hanno mostrato, attraverso le manifestazioni di questi ultimi mesi, come questa interrelazione, questa capacità di uscire dal problema particolare, dal problema sindacale in senso stretto, per spostarsi su una visione generale dei problemi del Paese, sia presente nei sindacati, negli operai e nei contadini. Ed è noto in qualunque modo venga preso ed esaminato. Del resto, ogni giorno discutiamo su qualche questione che concerne questi problemi. Oggi, ad esempio, ho ricevuto un ritaglio del “Corriere della Sera” del 4 aprile che riguarda questa discussione e che è intitolato: “Il triangolo industriale soffocato dalla immigrazione”. Si dice in questo articolo che “l’eccessivo addensamento di popolazione al Nord e l’abbandono di interi paesi al Sud aumentano lo squilibrio economico e sociale che deve essere colmato”. Vi si dice inoltre che dal dopoguerra ad oggi oltre 6 milioni di persone si sono spostate dalle zone depresse  verso il triangolo industriale, che ciò non deve divenire il termine di misura di una geometria disumana, e che su questo allarmante problema si impernia un documento preparato dalla direzione nazionale del Centro orientamenti immigrati (COI), subito trasmesso al Presidente del Consiglio affinché ne tenga conto nel discorso programmatico alle Camere.

“La direzione del COI ha dato mandato all’onorevole Verga di intervenire in sede di dibattito sulla fiducia al Governo per illustrare il contenuto del documento”. Quindi le posso preannunciare, onorevole Presidente del Consiglio, che alla Camera avrà luogo un intervento dell’onorevole Verga sul problema dell’urbanesimo e su quello dell’affollamento.

Rileva la nota del COI che, mentre nel Sud il fenomeno dell’emigrazione non accenna a diminuire, nel Nord l’immigrazione supera le capacità ricettive. Non voglio addentrarmi nei particolari di questo problema, perché occorrerebbe parlare molto più a lungo di quanto non abbiano fatto gli altri oratori, ed io ho detto che intendo semplicemente citare dei dati schematici. Ma da ogni parte si avverte che la questione dell’immigrazione tocca tutti i problemi più vivi della nostra convivenza nazionale, per cui dallo scandalo e dalla vergogna della emigrazione di massa, affrontati in un modo moderno, non può non nascere un piano di modificazione profonda delle strutture del Paese. Ma anche su un piano immediato e limitato, tutti i problemi devono essere affrontati partendo dal punto di vista fondamentale, centrale e comprensivo di tutte le relazioni possibili, per il quale si dà modo di creare un programma organico di avvicinarsi al grande fenomeno dell’emigrazione, di strutturare un programma che sia un organismo, dai provvedimenti di fondo a quelli immediati e particolari, alle strutture e agli istituti che se ne devono occupare. A questo proposito, visto che il suo programma si occupa di problemi particolari come la ristrutturazione, ad esempio, dei Ministeri, sembra che affidare i problemi dell’emigrazione, che sono così complessi e che toccano tutti i campi della vita nazionale, ad un sottosegretariato del Ministero degli esteri, sia una riduzione che rende impossibile una qualunque azione. Un sottosegretariato, per quanto animato da buona volontà, non ha mezzi, perché il bilancio, che abbiamo tante volte esaminato, non gli consente neanche un’opera di pura assistenza.

Bisognerebbe quindi riflettere sulla possibilità di porre questo problema come uno dei punti fondamentali, ai quali debba presiedere un gruppo di persone che sappia collegare e unire i vari campi di un problema così complesso.

Ora su questi campi così larghi, debbo dire che nel programma del Governo non si è del tutto taciuto, e di questo do atto al Presidente del Consiglio e lo ringrazio. L’altra volta se ne era appena accennato: questa volta se ne accenna un po’ di più. Ma che cosa si dice? Si dice: “La nostra attenzione e sensibilità va in massima parte ai problemi dei nostri lavoratori, delle nostre collettività residenti all’estero.

“La Camera dei deputati sta discutendo su questo tema e c’è stata una indagine conoscitiva dei cui risultati il Governo intende avvalersi. Il Governo intende controllare la piena applicazione del principio della parità di trattamento dei lavoratori italiani e dei lavoratori dei Paesi dell’area comunitaria e realizzare il massimo possibile il riconoscimento di tale principio anche negli altri Paesi.

“E’ nostra intenzione portare a compimento alcuni provvedimenti di notevole interesse per i nostri lavoratori all’estero, per la trattazione dei problemi relativi ai lavoratori all’estero in aggiunta alla normale attività della Commissione esteri e della Commissione lavoro. Recentemente è stato costituito un comitato con la partecipazione di rappresentanti delle confederazioni sindacali; tale comitato consentirà di mettere in evidenza e di soddisfare le istanze che verranno espresse dalla viva voce dei lavoratori”.

Ed io sono lieto che qualche cosa vi sia in questo programma, un po’ più di come era ormai tradizione, a proposito dell’emigrazione. Non è rimasto un problema da rimuovere dalla coscienza, un sacro tabù. Ma tuttavia il programma – per usare anche noi le forme negative della frase che abbiamo prima visto essere così frequenti – non potrebbe essere più elusivo, e delusivo.

La nostra “attenzione e sensibilità” è stata sollecitata su questi temi, ma il problema dell’emigrazione è stato posto come un dato non modificabile, e si riduce soltanto all’emigrazione all’estero, mentre dovrebbe essere influenzato dalla politica generale, e non limitato semplicemente al capitolo della politica estera. Ci si riferisce all’indagine conoscitiva della Camera, la quale spero sarà fatta con serietà. Questa indagine dura già da troppo tempo e debbo dire che, per verità, è stata un po’ un espediente per evitare o rimandare sia la conferenza nazionale del Governo e dei sindacati sul problema dell’emigrazione, sia l’inchiesta parlamentare che io mi ero permesso, con altri senatori, di proporre come legge. E devo dire anche che nel precedente Governo, il secondo Governo Rumor, avevo trovato, su questa proposta una certa ostilità nel sottosegretario Pedini. Avevo trovato invece un certo consenso, anche se non ufficiale, nel sottosegretario Coppo, che aveva quasi promesso di appoggiarla.

Parleremo ancora di questo. Tuttavia non credo che bastino quei dati conoscitivi che nascono dalle sedute, del resto molto rare, delle Commissioni della Camera, per dare delle basi sufficienti a una azione di Governo che voglia essere completa e fondata.

Il programma di Governo fa cenno al principio della parità, che certamente va difeso e realizzato ed è uno dei principi fondamentali nei rapporti con i Paesi di emigrazione. Ma c’è sempre, nelle intenzioni degli uomini di Governo, il pericolo di confonderlo con il tentativo e con il programma della integrazione, che ancora recentemente era stata sostenuta dai rappresentanti qualificati del passato Governo; integrazione che si risolve in una forma di definitiva espulsione, ed è simile, ad esempio, al movimento per l’integrazione dei negri in America, che, dopo avere funzionato per un po’ di tempo, è stato poi definitivamente rifiutato dalla parte più viva e più consapevole della comunità negra americana, come un mezzo di corruzione e di partecipazione ad un sistema da essa inaccettabile; quindi parità giuridica e di diritti sì, integrazione no, come programma e come prospettiva per l’atteggiamento del nostro Paese nei riguardi degli emigranti.

Il programma considera questo come un problema particolare, lo isola, e lo pone ancora  come un tema di assistenza, di tutela, di carità in un modo che sostanzialmente rimane ancora paternalistico anche se si fa esplicito accenno alla “viva voce” o alla volontà degli emigranti.

Anche nella pratica recente di Governo, pur se con qualche modesto miglioramento rispetto al passato, non esiste una coscienza nuova del problema: di fronte ai recenti provvedimenti del Governo svizzero che hanno calato una saracinesca sulle possibilità dell’emigrazione in Svizzera, venendo incontro, magari per un compromesso che ritenevano necessario per la politica interna di quel Paese, alle proposte di Schwarzenbach, che erano più estreme, la posizione del nostro Governo fu debolissima; non soltanto non si prevennero, con opportune iniziative diplomatiche, le nuove norme svizzere, ma si cercò di temporeggiare, probabilmente per un eccesso di prudenza, e di frenare le stesse iniziative autonome delle organizzazioni degli emigranti.

Il ministro Donat-Cattin ha scritto a questo proposito una lettera in questi giorni, proponendo un’azione più impegnativa e informata e un intervento attivo; amerei sapere dal Presidente del Consiglio se questa lettera va considerata come una iniziativa personale di un Ministro o se invece corrisponde effettivamente alla linea generale del Governo.

Su questi problemi dei rapporti con la Svizzera, in assenza finora di una efficace azione governativa, sono gli emigranti stessi che si sono mossi e che hanno indetto per il 24 e 25 prossimi, a Lucerna, un congresso di tutte le organizzazioni degli emigranti italiani in Svizzera (dove ci sono la Federazione delle colonie libere italiane, la Federazione degli operai metallurgici e orologiai di Zurigo, la Federazione cristiana operai metallurgici, il sindacato impiegati a contratto del Ministero degli affari esteri, il patronato dell’Associazione cristiana dei lavoratori italiani in Svizzera, l’INCA, ossia l’Istituto nazionale confederale di assistenza, l’Istituto tutela assistenza lavoratori, lo INASTIS, cioè l’Istituto assistenza sociale ai lavoratori italiani in Svizzera, la FILEF, ossia la Federazione dei lavoratori emigrati e famiglie) e in tale riunione – che è impostata nel modo in cui dovrebbe svolgersi l’azione del Governo, vale a dire con l’esame concreto dei problemi, non limitato, e organico – si dovranno discutere non soltanto l’azione da svolgere in Svizzera nei riguardi sia della votazione del 7 giugno sia dei provvedimenti  recenti, ma si dovrà iniziare anche uno studio e un’azione riguardanti la vita in Svizzera e una partecipazione all’azione in Italia dei lavoratori che hanno assunto su di sé l’iniziativa della difesa effettiva dei diritti degli emigranti e che cercano di pesare, con la loro volontà, sulla politica generale del nostro Paese. Inoltre in quella sede ci si dovrà occupare di problemi particolari, come quello degli stagionali che sono catalogati come tali in quanto è molto comodo per ragioni di contratto e di tasse, di tutela e di previdenze, ma che praticamente, dati i progressi della tecnica edilizia, non sono più stagionali; ebbene, questi stagionali sono costretti a delle limitazioni dei rapporti con le famiglie e della libertà di vita incompatibili con le esigenze di un uomo libero e civile.

C’è inoltre il problema della scuola italiana, del quale ho sentito parlare in tutte le riunioni degli emigranti all’estero, a Olten, nelle Colonie libere in Svizzera, a Bruxelles, o in Germania, dove si è fondata una sede della Federazione. Il problema delle scuole italiane all’estero è un problema importantissimo. Si spende molto di più per le scuole italiane in Somalia, dove credo che vivano al massimo due o tremila italiani, di quanto non si spenda per le scuole italiane in Svizzera o in Germania o in Belgio, dove ci sono centinaia di migliaia di italiani. Certo non dico di ridurre gli stanziamenti per la Somalia, ma bisogna riconoscere che c’è uno squilibrio notevole; sono residui di antiche politiche che oggi non hanno più giustificazione. Non esiste invece una politica scolastica per i nostri emigranti. Di questo parleremo, spero, in un dibattito apposito, ma il problema della scuola, della lingua, è un problema fondamentale. Gli emigranti giustamente, avendo un grado di coscienza civile altissimo, si rendono conto di come, attraverso questo problema della scuola e della lingua, non soltanto essi siano costretti ad un lavoro subalterno non qualificato, ma anche i loro figli che frequentano le scuole siano destinati a ripetere, pur su un livello più alto solo per il progresso generale della tecnica e della cultura, l’esistenza di popolo colonizzato, quella attuale degli italiani che vivono in Europa.

Ora, tutti questi momenti nei quali gli italiani prendono coscienza dei propri problemi e cercano di far conoscere la loro volontà, rappresentano degli esempi di come la visione del rapporto tra la politica generale italiana e i movimenti dei lavoratori (i quali impostano le loro rivendicazioni sindacali come valori validi per tutti, dimostrando ormai la propria egemonia culturale), sia ormai in essi del tutto chiara, e tale da fare degli emigrati i protagonisti del proprio destino.

Tutti i giorni tuttavia noi assistiamo a nuovi episodi di una conduzione di vita intollerabile, sia nell’emigrazione all’estero che in quella italiana. Anche nella settimana passata abbiamo avuto dimostrazione delle condizioni di estremo disagio, addirittura disumane, in cui vive questa gente, costretta ad abitare in baracche, in alloggi, che, come quelli della ditta Bosch, di cui parla un giornale di fabbrica tedesco, sono simili a campi di concentramento. Assistiamo continuamente alle espulsioni che avvengono in base a leggi svizzere che risalgono al tempo della guerra e che erano state fatte più che altro per tutelare il Paese dalle infiltrazioni naziste; così come noi usiamo tutti i giorni i nostri codici fascisti, anche gli svizzeri usano il loro codice antifascista, ma lo usano alla rovescia. Abbiamo assistito alle espulsioni, per opera appunto della Fremdenpolizei, di bambini, o di stagionali che in quanto tali non possono entrare se non quando hanno un contratto. Vi sono dunque delle limitazioni alla normale vita di un cittadino membro di una comunità civile che non sono certo tollerabili.

Questi casi avvengono ogni giorno, come ogni giorno – e questo è interessante – si verificano casi di spontanea solidarietà operaia. Per esempio ho letto ieri sul “Giorno” la notizia che a Ginevra operai italiani  sono scesi in sciopero per appoggiare i lavoratori spagnoli in sciopero essi stessi, attuando così nei fatti una unità sindacale internazionale.

Non è il caso che io vada avanti elencando questi fatti particolari. Voglio dire soltanto che l’emigrazione, onorevole Presidente del Consiglio, ha preso o va prendendo ormai completa coscienza di sé. Siamo in una fase nuova, quella che si è chiamata la fase del ritorno. L’emigrante, come persona destituita di ogni diritto civile, sradicato dalla propria terra, dal proprio Paese, dalla propria lingua esiste ancora, ma è oggi il portatore della coscienza di rappresentare un uomo nuovo, di essere una forza nuova, di avere in sé una cultura nuova in formazione. Ho sentito moltissimi di essi dire, in maniera ben chiara e ben consapevole: noi siamo gli uomini del domani, consci cioè di costituire un potere che è il massimo dei poteri, cioè il potere dei piccoli. “Non più esiliati ma protagonisti”; questa è la frase nata dal mondo degli emigrati e che noi abbiamo preso come motto della loro Federazione.

Di fronte a una serie di problemi che toccano tutti i punti della vita nazionale e che non sono evidentemente conosciuti e valutati nella loro importanza fondamentale dalla classe dirigente, e che quindi devono essere scoperti e rivelati in tutte le loro implicazioni, io le avevo chiesto, signor Presidente del Consiglio, quando parlai otto mesi fa, se il Governo ritenesse di appoggiare il progetto di legge per una inchiesta parlamentare. Ella, che mi rispose con tanta cortesia su tanti altri problemi, su questo punto non mi dette risposta. Io le rinnovo la domanda e veramente spero che questa volta mi voglia rispondere – ci auguriamo tutti, noi e milioni di emigrati – positivamente.

Abbiamo sentito qui il giudizio severo e grave, direi il memoriale dei terremotato e baraccati emigrati dalla valle del Belice, nel discorso appassionato del senatore Corrao. Lo stesso giudizio portano certamente i milioni di emigrati forzati nelle grandi città del Nord, nei Paesi stranieri d’Europa e del mondo. Certo essi sono, giustamente, prevenuti e diffidenti contro le parole di chi ritengono responsabili di mali antichi, continuatori attuali di antichi nemici, contro l’altra classe, che ha permesso o  forzato il loro esilio, quelli che in qualunque modo rappresentano il potere.

Essi ne sentono ostile l’assenza e lo coprono dunque di rancore e di disprezzo: le juste opposera son mépris à l’absence, se mi è lecito citare a questo proposito dei versi scritti a proposito di Dio. Certo il Governo di oggi, come i Governi precedenti, porta sulle spalle il peso del passato, ne assume il carico, e l’onorevole Rumor sa quanto sia grave. Lo dice egli stesso.

Ma, spogliandoci delle prevenzioni storiche, dello spirito di rivendicazione e dei rancori secolari, tuttavia questo programma di 93 pagine, dove si elenca tutto o quasi tutto ma non si collegano organicamente i problemi e non si affrontano con una vera volontà di risolverli, come può essere giudicato dagli emigrati, fatti ormai consapevoli della loro forza, padroni della loro volontà, pronti a conquistarsi il proprio diritto, coscienti di essere uomini nuovi che vanno costruendo una nuova civiltà? Come possono essi giudicare una classe dirigente che, malgrado il tono elevato e nobile