NON
PIU’ COSE
MA PROTAGONISTI
L’articolo
scritto da Carlo Levi per il primo
numero di “Emigrazione”, il
mensile della FILEF (15 novembre
1968)
La Federazione italiana lavoratori emigrati e
famiglie (Filef), dopo i primi mesi
di preparazione e di inizio di
organizzazione, dà principio alla
sua concreta attività, in Italia e
in tutti i Paesi di emigrazione, in
tutti i campi, e ai vari livelli in
cui la sua attività deve
manifestarsi. La sua esistenza nasce
da una necessità attuale, dai modi
nuovi di una condizione umana
antichissima, da una nuova coscienza
che è sorta e si è maturata in
questi anni nel mondo dell’emigrazione,
che ha dato una nuova dimensione e
un nuovo significato ai suoi
problemi, che ha imposto, o va
imponendo, anche a chi abbia
interesse di nasconderlo o di
rifiutarlo, la consapevolezza dell’emigrazione
come uno dei problemi fondamentali
della nostra società, della vita
della comunità nazionale.
Il fenomeno dell’emigrazione, resa forzata da
strutture economiche e politiche che
non consentono, in patria,
condizioni possibili di lavoro e di
vita a una larga parte di cittadini,
non è mai stato finora considerato
nella sua ampiezza e gravità, nel
suo carattere determinante di un
sistema sociale e economico che su
di essa si fonde, che la rende
obbligatoria, e che non potrebbe per
ciò, senza una sua radicale
trasformazione, estinguerla, o
ridurla a problema marginale. E
poiché l’emigrazione, con i suoi
aspetti di espulsione dalle proprie
radici e dalla propria terra, di
rottura dei legami culturali e
familiari, di esilio in paesi di
costume e di lingua diversi, è in
se stessa una realtà drammatica,
piena di infinite tragedie,
sacrifici e dolori, e non può non
essere sentita che come una colpa
collettiva, si è sempre cercato di
nascondere i veri caratteri, di
considerarla come un fenomeno
naturale quasi esterno alla società
nazionale, o di tacerne, o di
coprirlo con l’ipocrisia dei buoni
sentimenti e del paternalismo
assistenziale, o dei falsi miti
nazionalistici del nome d’Italia e
del lavoro italiano. In queste
condizioni, l’emigrante forzato,
dopo essere stato espulso dal
proprio paese, era del tutto
abbandonato, e costretto a un reale
e servile esilio.
Ma in questi ultimi anni, in cui con straordinaria
intensità e rapidità, in tutti i
paesi del mondo, popoli e classi
subalterni, rompendo la propria
soggezione coloniale, sono andati,
in modi diversi, affermando una
nuova coscienza e una nuova
libertà, anche il mondo della
nostra emigrazione si è mosso dalla
precedente condizione di
immobilità, si è fatto, o si sta
facendo, consapevole della propria
realtà, dei propri bisogni, dei
propri caratteri, della propria
forza. E tutti coloro che si
occupano, da vari punti di vista,
del fenomeno dell’emigrazione,
devono ormai tener conto di questa
sua nuova realtà in sviluppo.
E’ questo modo moderno di affrontare i problemi
della emigrazione, è questa
maturità dei tempi, che ci ha
mostrata come necessaria la
fondazione della federazione, ci ha
indicato gli indirizzi del suo
lavoro. E’ un movimento, che
superando ogni limitazione e visione
di parte o di partito, e rifiutando
ogni paternalismo, prende forma
secondo il principio dell’autonomia.
Di esso devono fare naturalmente
parte le associazioni autonome degli
emigrati nei vari paesi, quelle che
esistono e quelle che si andranno
formando, e i singoli emigrati; e le
loro famiglie nei paesi d’origine,
e tutti coloro che, per diversi
rapporti, sono, in qualche modo,
toccati e determinati nella loro
vita dal fenomeno dell’emigrazione.
La federazione dovrà essere l’organismo
democratico e lo strumento d’azione
di quei milioni di italiani che
riuniti da una condizione umana
comune che li pone naturalmente a
fianco di tutti gli uomini di ogni
paese che lottano per la propria
libertà e dignità umana, vanno
riconoscendosi, non più cose o
passivi strumenti di lavoro, ma come
protagonisti. Perciò la federazione
affronterà, con questo spirito
nuovo, tutti i problemi dell’emigrazione:
da quelli immediati e concreti, non
più accettati come dono dall’alto,
assistenza e beneficenza, ma
affermati come diritto da
conquistare con la lotta; a quelli
fondamentali delle strutture
economiche e politiche, e delle
cause reali del fenomeno
emigratorio, da emendare e
modificare con la forza operante
dell’organizzazione; quella
continua inchiesta di base, presa di
coscienza permanente e quotidiana
della propria realtà; alla
affermazione di un proprio valore di
cultura.
Il bollettino che inizia oggi la sua pubblicazione
vuole essere, per ora, null’altro
che un rendiconto sommario delle
prime attività della federazione, e
un contributo modesto, anche per l’iniziale
scarsità di mezzi, allo sviluppo di
questa realtà. Ma è nostro
proposito e speranza che esso debba
presto svilupparsi in un più largo
e permanente strumento, che
rappresenti, ad opera degli emigrati
e delle loro organizzazioni che ne
diventeranno i naturali redattori,
la voce stessa dell’emigrazione,
il luogo della sua espressione
autonoma di nuova coscienza e di
nuova realtà.
Di fronte alla consapevolezza degli emigrati che
partecipavano nel gennaio 1967 alla
Conferenza di Roma, avevo detto,
concludendo un mio intervento, che l’emigrazione
non poteva più oggi, nella realtà
e nell’animo degli emigrati,
essere “il passivo esilio dei
poveri, considerati una razza
inferiore da espellere. E’ oggi
– dicevo – una battaglia che si
combatte, fino in fondo, fino alle
sue più remote conseguenze”.
Una battaglia contro l’alienazione, contro la
servitù. Una battaglia che sta
sullo stesso piano di quelle sociali
per la terra, per il lavoro, per la
libertà, a fianco di quelle che
vedono popoli interi liberarsi della
condizione coloniale e affacciarsi,
nuovi alla storia; della grande
lotta per un mondo umano. Così l’emigrazione,
che è nei fatti, servitù,
condizione coloniale, sacrificio
rituale, mutilazione, razzismo, che
è strumento di potere e mezzo di
conservazione, diventa, per la
nostra nuova coscienza, un punto di
partenza per il rinnovamento totale
della società, lo strumento della
nuova cultura, il principio di una
organizzazione operante, la leva per
spostare il peso delle vecchie
strutture, il nuovo elemento delle
lotte operaie in Italia e in Europa,
il lievito per spostare i paesi
immobili; la ragione di un giudizio
e di una condanna; il senso di una
grande solidarietà storica
mondiale, la scoperta e la
rivelazione di una verità”.
Con questi pensieri, con questi sentimenti, con
queste certezze che sono la realtà
nuova e vivente dell’emigrazione,
ci mettiamo oggi, tutti insieme,
fraternamente al lavoro.
EMIGRAZIONE
E STRUTTURA
Che milioni di italiani si trovino
dalla nascita nella posizione di
uomini senza speranza, è uno
scandalo che è prova del carattere
autoritario delle strutture del Paese.
Discorso al Senato - 9 aprile 1970
Levi – Signor Presidente, signor Presidente del
Consiglio, signori senatori, se
anche questa volta, come in
occasione di tutte le precedenti
discussioni sulla formazione di un
nuovo Governo, ho chiesto di parlare
qui, lo farò tuttavia il più
brevemente possibile, e soltanto o
soprattutto, per richiamare l’attenzione
su un problema fondamentale della
vita del Paese, da cui tutti gli
altri sono in qualche modo
condizionati.
Non intendo dunque parlare delle questioni generali,
della struttura politica del nuovo
Governo, delle vicende della crisi,
né soffermarmi in una analisi delle
sue cause e del suo significato. Non
intendo parlarne in primo luogo
perché ne ho già parlato, e fin
troppo a lungo, abusando della
vostra pazienza, al tempo della
crisi precedente, nell’agosto
scorso, quando avevo cercato di
mostrare
come la crisi non fosse tanto
quella di quel particolare Governo,
ma la crisi del cosiddetto
centro-sinistra: crisi implicita,
fin dal suo primo momento di
anacronistiche speranze e illusioni,
nella natura stessa e nella sostanza
e nella storia delle sue componenti,
la socialista e la democratico
cristiana, dove, come dicevo, la
preparazione tecnologica avanzata
dalla Democrazia cristiana in
funzione di un conservatorismo
moderno non poteva non prevalere
sull’utopia socialista di un
riformismo contraddittoriamente
preparatore di mutamenti di
struttura.
E’ facile allora, senza bisogno di essere profeti o
figli di profeti, prevedere tutto
quello che sarebbe avvenuto poi e
che era già pronto negli
avvenimenti e nella loro storia: la
crisi, o, probabilmente, le crisi
successive, sempre meno motivate
nella realtà, l’affievolirsi e lo
spegnersi di ogni tensione ideale e
di ogni rapporto vero con le cose,
fino al ridursi della lotta politica
a una pura lotta di potere, dove
tutti i problemi (che nella realtà
hanno corpo e vita e sono fatti di
uomini, di fatica e di dolore) si
svuotano in schemi, in simboli, in
bandiere, in pretesti di potere, in
astuti compromessi verbali, come ad
esempio la “delimitazione della
maggioranza” o il “Governo
organico”, o la formula per il
divorzio, a proposito della quale l’amico
senatore Galante Garrone ha
opportunamente citato la favola di
Bertoldo, e forse avrebbe potuto
anche citare La Fontaine o
Buonaventure Des Périers o magari
le facezie del Poggi.
Se prendessi anche un solo momento per buone, senza
demistificarle, queste formule e
astratte contese, anche se per
oppormivici, il parlarne soltanto mi
darebbe l’impressione penosa di
partecipare a una stanca replica di
una sacra, o profana,
rappresentazione dove ciascuno
svolge una parte predeterminata e
prevedibile, e tutto è già in
qualche modo scontato, anche l’opposizione
più cruda: dove il solo problema è
di entrare in palcoscenico come
attore (sia pure nella parte, ormai
da secoli risaputa e del tutto
innocua, del diavolo). Accettare la
convenzione teatrale, accettato il
linguaggio di scena, non c’è
posto che per quella finzione, non c’è
altra uscita. Non c’è
alternativa. Tutto diventa
inautentico, anche le cose che erano
sentite e vere; le idee, formule; le
teorie, pseudoconcetti.
Non c’è alternativa come suol dirsi, e come usa
dirsi del centro-sinistra, che del
resto non è più tale se non come
vuota espressione o sclerosato
ricordo. Dove non c’è alternativa
non c’è prospettiva o progresso.
Ma solo la morte, e il
centro-sinistra, non hanno
alternativa: la vita si apre da ogni
parte, e progredisce e si alterna
come il respiro e il battere del
cuore.
Del resto, la cosiddetta mancanza di alternativa –
che riporta, per pretesa difesa
della libertà, la vita politica ad
un mondo di assoluta necessità,
dove non vi è posto per le
espressioni della libertà – non
è che una formula che serve a
coprire la volontà di non fare
alcuna scelta. Ma questa
impossibilità di scelta fuori di
sé è un carattere fondamentale ed
ineliminabile della Democrazia
cristiana: ragione della sua unità,
condizione del suo potere, motivo
della sua natura di centro
indifferente anche se differenziato,
mediatore, assimilatore, composito,
interclassista, dove tutto deve
convergere, pesare e durare.
Questa particolare natura, questa centralità come
dato permanente, non è cosa di
oggi, è sempre stata. Mi era già
apparsa evidente nei suoi caratteri
fin da quando (permettetemi un
ricordo personale, anche se possa
essere terribile non soltanto per la
storia personale ma anche per la
storia del nostro Paese, che si
trova sempre di fronte a situazioni
analoghe) avevo assistito al
Congresso del Partito popolare a
Torino, nel 1923, e ne avevo scritto
allora, cioè quasi mezzo secolo fa,
47 anni or sono, su richiesta del
mio amico e fratello Piero Gobetti,
su “Rivoluzione liberale”. Si
trattava allora di tenere insieme il
ramo democratico e quello cristiano
del Partito popolare, che si
proclamava aconfessionale e che
perciò – dicevo allora – era
appoggiato (aveva i motivi per
essere realmente appoggiato) dal
Vaticano; e la scelta, che prima
aveva riguardato i rapporti con il
Partito socialista in questa eterna
storia d’Italia, e allora, nel
1923, tragicamente, i rapporti con
il fascismo, appariva, anche agli
occhi inesperti di un ragazzo come
ero io, impossibile, proprio per la
necessità di conservare l’unità
e il carattere fondamentale di
centro, ragione stessa della sua
esistenza e motivo della sua durata,
anche nelle condizioni esterne più
difficili e anche nelle interne e
più estreme dilatazioni; tale da
farlo potentissimo e in un certo
senso immorale. Come questo
organismo istituzionalizzato di
centro abbia influito e pesato sulle
vicende del nostro Paese, come le
abbia determinate e improntate di
sé non è certo qui il momento né
il caso di analizzare; è la storia
delle nostre generazioni.
Prima e dopo, i soli momenti che rappresentano un
salto storico di qualità, uno
scegliere totale per modificare,
sono stati la Resistenza e i
movimenti popolari successivi. Perché
in questo momento il mio pensiero va
ad un uomo come Alcide Cervi che è
morto da poco e che ha rappresentato
invece proprio questa capacità,
questa volontà di scelta totale e
definitiva?
La
storia non è maestra di vita
(soprattutto per chi non la
conosce), altrimenti non ci
meraviglieremmo di quello che
avviene oggi, dopo mezzo secolo. Né
ci meraviglieremmo che fosse oggi
ritenuta necessaria la presenza e l’assunzione
nel paradiso ministeriale di un
gruppo di estrema destra, che si
potrebbe anche definire di estrema
destra eversiva, come il PSU, per
conservare questa forza, questa
posizione unitaria di centro
onnicomprensivo ma non modificabile
se non per estrema pressione
esterna, per evitare i pericoli
mortali di uno slittamento sia pur
minimo a sinistra, per mettere fine
definitivamente cioè al
centro-sinistra (o alla sua utopia
ed ombra ideologica), Al
centro-sinistra che, se era già
morto col Governo monocolore
precedente, ora è definitivamente
sepolto; ne resta solo il nome,
inciso ostentatamente sulla lapide.
Questa lapide, con il nome scritto e l’elogio delle
virtù del loved
one, del caro estinto, è il
programma che, con la sua squisita
pazienza, ha letto qui e alla Camera
il Presidente del Consiglio,
sottoponendosi in piedi,
giovanilmente, a uno sforzo oratorio
di più di tre ore, di cui gli siamo
grati.
Se il Governo, come dicevo, appunto otto mesi fa, è
quello che è, il risultato di due
grandi paure: la paura di quello che
liberamente avviene, si trasforma,
muta e progredisce nella realtà del
Paese, e la paura delle possibilità
di disgregazione interna dei partiti
governativi sotto la spinta della
realtà, e si regge dunque
attraverso una complicata dosatura
di contrappesi, il programma non
poteva essere diverso da quello che
ci è stato presentato. Se il
Governo, che pure si fregia dell’aggettivo
“organico”, (centro-sinistra
organico: dove in verità non so se
sia più falso il sostantivo
o l’aggettivo), se il
Governo, come dicevo, è tutto meno
che organico, (organico è il Paese
reale come organismo vivente), il
programma non può essere organico,
ma, come il Governo, piuttosto
rapsodico o antologico.
Infatti c’è tutto, quello che c’era nei
programmi dei Governi precedenti, e
anche qualcosa di più, che era
stato allora dimenticato o su cui
non era stata posta l’attenzione,
come, ad esempio, il problema della
droga, il problema della difesa dei
beni culturali, che del resto sono
molto lieto che sia stato ricordato
con precisione (infatti, avendo
fatto parte della famosa Commissione
Franceschini e non avendo poi
trovato alcuna iniziativa
governativa per attuare le proposte
che dopo tre anni di lavoro avevamo
fatto, sono felicissimo
che il Governo intenda questa
volta mettersi sulla strada delle
realizzazioni), ed il problema della
difesa del territorio (mi pare che
siano questi i tre punti che non c’erano
nel precedente programma), problema
anche questo importante e da
affrontare, nel quale forse il
Governo è stato incoraggiato dal
fatto che il Presidente degli Stati
Uniti Nixon ne abbia parlato nel suo
discorso.
Ci sono anche - ed importanti – quelli che si usa
chiamare “adempimenti”, ormai
inevitabili, soprattutto dopo le
elezioni regionali del 7 giugno.
Questo è indiscutibilmente buono,
anche se è solo il principio, come
del resto ha detto anche il
Presidente del Consiglio. Si tratta
di farle, le regioni, come il luogo
della autonomia reale, delle forme
nuove delle infinite autonomie che
vanno creandosi e maturando nel
Paese; si tratta di non permettere
che vengano ridotte a puro schema di
decentramento amministrativo di un
potere tuttavia centralizzato e
riservato, come certamente si
cercherà di ridurle attraverso la
pratica della omogeneità delle
maggioranze delimitate locali.
Per l’altro adempimento – se vogliamo usare il
termine adempimento – il divorzio,
il tentativo di eluderlo
dilazionandolo all’infinito e
proponendo fin d’ora, prima di
approvarlo, la sua abrogazione
con referendum – il che è
abbastanza paradossale – è già
fin troppo chiaramente in atto. E
sarebbe augurabile che si potesse
perlomeno stabilire una data massima
entro la quale, siano o no finiti i
confronti e le discussioni con i
rappresentanti del Vaticano, il
problema debba arrivare alla
soluzione in Parlamento. Non credo
che le discussioni con l’altra
parte debbano, del resto,
prolungarsi, a meno che non le si
vogliano ad arte prolungare. Infatti
sono notissime le posizioni nostre,
del Parlamento, e sono altrettanto
note le posizioni vaticane. Non c’è
che da pigliarne atto e quindi
basterebbe forse una seduta, un
incontro, per confermare queste
posizioni. Noi potremmo stabilire
– e sarei lieto se il Governo
potesse farlo – una data massima
di tempo, per esempio un mese. Non
mi pare che occorra un tempo
superiore.
Per il terzo adempimento, l’amnistia e la riforma
dei codici, credo di non aver nulla
da aggiungere a quanto ha detto e
alle riserve che ha fatto qui con
molta competenza il senatore Galante
Garrone. Tutto il resto del
programma è un elenco, dove, se
alcuni problemi sono ripetuti
perfino con le stesse parole del
programma del Governo precedente –
uno in particolare, il problema dei
giovani e della gioventù, ripetuto
testualmente, è devoluto ai
consigli di un’apposita
commissione: temo che questo
susciterebbe un certo sorriso nei
giovani tutti, e anche nei non
giovani, poiché questi problemi
sono tali che vanno ben al di là di
quelli che possono essere i consigli
di una commissione ministeriale –
non manca, pur nel carattere spesso
elusivo e delusivo di molti di essi,
in specie di quelli della politica
estera, una certa accurata
completezza.
Se noi poi, lasciando da parte i contenuti, che non
voglio affrontare qui – l’ho
dichiarato anche prima – e che del
resto non contano in realtà o sono
meramente simbolici, volessimo fare
un’analisi o un tentativo di
analisi formale o strutturale –
linguisticamente strutturale – del
programma, dovremmo riconoscere che
il Presidente del Consiglio vi ha
fatto un piccolo capolavoro di
finezza e di stile, e anche di
onestà e di sincerità,
particolarmente rara in un’opera,
come questa, di pura finzione
letteraria. Per quanto il programma
tocchi tutti i problemi, non è un
programma né magniloquente, né
napoleonico, né, come si usa dire
oggi, trionfalistico, ma anzi
modesto e prudente. E l’analisi
strutturale, soprattutto della prima
e dell’ultima parte del suo
discorso – per quella centrale ho
almeno avuto l’impressione che
possa essersi valso, come del resto
è d’uso, di qualche
interpolazione di esperti o di
appunti di altra mano; mi pare
infatti che stilisticamente sia un
po’ diversa – mostra
una frequenza di stilemi che
indicano appunto la prudenza
estrema, il senso quasi eccessivo
della responsabilità, la
preoccupazione, lo scrupolo, e
perfino l’angosciato sollievo di
chi, riuscito alla riva, “si volge
all’onda perigliosa e guata”.
Tutti i problemi sono definiti “complessi”,
o “difficili”, le
responsabilità sono “pesanti”,
i compiti “gravosi”, i doveri
“duri”, i rischi “insiti” ed
“impliciti”, le meditazioni “faticose”
ed “ardue”, i travagli “profondi”,
le alternative “mancanti”, i
passaggi “confusi” e la vita “tutt’altro
che facile” (Ilarità). Il che ci
mostra, con nostro personale ed
umano piacere, che i sentimenti dell’uomo
possono prevalere sull’impassibilità
dell’uomo di Stato. L’uso più
frequente e significativo –
significativo forse anche di un
certo negativismo di fronte alla
realtà, allo stesso Governo ed al
suo stesso programma – è la forma
abituale negativa delle frasi: “non
scevro di interrogativi”; “dimensioni
non affrontabili”; “non possiamo
sottovalutare”; “l’attuazione
non potrà non essere graduale”;
“non ci nascondiamo la vastità e
la complessità di questi problemi”;
“Non intendiamo rimanere semplici
spettatori”; “non ci stancheremo
di incoraggiare”; “non mancherà
di dare il suo contributo”; “non
sono da sottovalutare le difficoltà
che ci attendono”, eccetera.
Un altro uso frequentissimo sono le forme o gli
incisi che indicano prudenza,
lentezza, misura, volontà
riduttiva: “graduale,
gradualmente, progressivo” tornano
molte decine di volte nel discorso.
“Realizzare al massimo possibile,
sia pure nei limiti delle nostre
possibilità”, e così via
(Ilarità).
Questa sommaria proposta di ricerca strutturale,
oltre questi limiti negativi e
prudenti, indica però soprattutto
la forzata mancanza di struttura del
programma, le difficoltà da cui è
nato e che soltanto la capacità e
la pertinace finezza del Presidente
del Consiglio ha saputo superare,
senza volercele nascondere. Non si
tratta di un linguaggio tecnico o
scientifico inteso alla soluzione
pratica, né di un linguaggio
ambiguo o polivalente, come altre
volte abbiamo sentito, per tenere
aperte tutte le possibilità, ma di
un linguaggio politico, per una
politica che non può e non vuole
andare a fondo dei problemi, né
vederli in modo organico e perciò
risolutivo, ma deve, secondo la
struttura del Governo, limitarsi a
giustapporli, ad esaminarli
separatamente e astrattamente, ad
uno ad uno, privandoli delle loro
relazioni, delle loro radici e
implicazioni; guardandoli cioè dal
di fuori, con una certa distaccata
indifferenza, in modo che essi non
comportino mai il pericolo di dar
forma alla politica generale, ma
consentano solo interventi isolati e
particolari, senza conseguenze sulle
strutture fondamentali del Paese:
restino cioè un elenco, come ho
detto, rapsodico e antologico.
Ma la realtà è altra. I problemi vi sono vissuti, e
non possono essere visti che dal di
dentro. Basta un solo problema
vissuto e visto dal di dentro per
risalire da esso, necessariamente, a
tutti gli altri, per mostrare le
infinite interrelazioni del reale,
per costringerci dunque a una
politica concreta, a un concreto e
creativo rapporto con la vita del
Paese.
Potremmo scegliere a caso tra i tanti problemi qui
elencati; la prova sarebbe
ugualmente valida, e ci mostrerebbe
la strada di un programma vero e non
astratto di Governo, che muoverebbe
forze vere del Paese, e non si
ridurrebbe al gioco di gruppi
dirigenti sempre più remoti e
staccati dalla realtà, sempre più
rifiutati e respinti da essa e perciò
sempre più responsabili della
decadenza delle istituzioni del
Parlamento, della frattura con il
mondo che vive, che si trasforma di
continuo, nel nostro Paese e in
tutti i luoghi della terra.
Prendiamo dunque fra i tanti un problema, o un
complesso di problemi, che
corrisponde ad una realtà
fondamentale e determinante della
comunità nazionale: LA EMIGRAZIONE.
E’ questo il problema di cui
parlavo in principio: ed è solo per
sollecitazione dell’organizzazione
degli emigranti, la cui Federazione
rappresento, che ho preso la parola
a cui avrei questa volta volentieri
rinunciato. Essi desiderano
giustamente che la loro condizione,
la loro volontà, il loro giudizio
siano posti davanti al Parlamento,
al Governo, all’opinione pubblica;
che siano posti come una pietra di
paragone, una base di scelta
politica. E io vorrei anche che ciò
servisse in un certo senso di norma,
di indicazione di metodo, per una
politica concreta e reale.
Accennerò soltanto, qui, a queste cose; non occorre
che vi porti dei dati, che del resto
suppongo voi conosciate. E’ certo
un problema fondamentale della vita
nazionale, che riguarda direttamente
milioni di italiani, e
indirettamente, ma in modo sensibile
e determinante, tutto il Paese.
La stessa natura del fenomeno dell’emigrazione
forzata di massa lo pone al centro
della vita del Paese, sintomo e
risultato di un’antica situazione
economica e sociale, dell’esistenza
o permanenza di strutture
autoritarie repressive e
schiavistiche. Che milioni di
italiani si trovino dalla nascita
nella posizione di classe
subalterna, di servi senza diritto,
di uomini senza pane e speranza,
senza lavoro nella Repubblica che
per costituzione è fondata sul
lavoro, è uno scandalo, è una
vergogna che si cerca invano di
nascondere.
L’emigrazione è per noi quello che per gli Stati
Uniti è il problema negro. La sua
esistenza contesta obiettivamente il
valore della nostra struttura
sociale. Milioni di cittadini
italiani sono strappati, con
violenza che è nelle cose, nelle
strutture storiche, nelle
istituzioni, dalla terra, dalla
casa, dalla famiglia, dalla lingua,
ed espulsi dalla comunità
nazionale, esiliati in un mondo “altro”,
privati delle radici culturali,
capri espiatori delle nostre colpe.
La loro esistenza è la prova del
carattere non libero né democratico
delle nostre strutture politiche,
economiche e sociali, sicché giusto
dire che finché un solo uomo sia
costretto, sia forzato all’esilio
violento, non esisterà in Italia
né vera giustizia, né vera
libertà per nessuno.
L’emigrazione incide su tutta la vita del Paese, in
tutti i campi. Non vi farò un lungo
discorso per dimostrarvelo; questo
lo faremo in sede più appropriata;
ma vi accennerò soltanto, perché
essa, nata da strutture economiche,
sociali e politiche insufficienti,
prova del carattere autoritario,
repressivo, idolatrico e paterno
delle istituzioni o dei loro
residui, tocca ogni momento della
nostra convivenza.
Tutti i problemi nazionali ne sono condizionati o
modificati o alterati, o corrotti:
quello del Mezzogiorno, quello dell’abbandono
delle campagne, quello della difesa
dell’urbanesimo, per cui le
emigrazioni interne da un lato ci
danno lo spopolamento delle campagne
e dall’altro questi mostruosi
agglomerati cittadini; quello dell’agricoltura,
quello dello spopolamento delle
campagne, quello della difesa del
suolo e del territorio, quello della
casa, quello della scuola, perfino
quello dell’ordine pubblico (per
esempio il brigantaggio sardo è
legato strettamente al problema dell’emigrazione),
quello della cultura – perché non
c’è soltanto l’emigrazione di
braccia, ma c’è anche l’emigrazione
di intelligenze per la loro
formazione – quello della lingua,
quello della salute pubblica, quello
del diritto, quello del lavoro, e,
naturalmente, quello della politica
estera.
Infine, se noi poniamo il problema della emigrazione
al centro della nostra attenzione,
dovremo rivedere tutto il programma
d’azione del Governo in tutti i
campi della vita nazionale; ed
operare per una economia che
garantisca il pieno impiego, per una
programmazione democratica che
difenda il lavoro non soltanto nel
complesso nazionale, ma
differenziatamente nei vari paesi,
luoghi e regioni di origine, per una
formazione di autonomie locali,
regionali e comunali che non escluda
alcun cittadino da un potere
deliberante, per una scuola
realmente popolare, per una politica
estera di pace e di iniziativa, per
una assistenza nazionale, per una
riforma agraria che permetta un’agricoltura
moderna, per una riforma della
previdenza sociale e delle pensioni,
per una riforma urbanistica che
abolisca il privilegio proprietario,
per un potere sindacale ed operaio
riconosciuto ed operante.
E’ inutile entrare qui in questioni particolari; il
senso delle interrelazioni dei
problemi è ormai del resto noto –
non sto infatti scoprendo cose
inedite – a tutti, tranne che a
certi uomini politici che non
vogliono saperne, ma è soprattutto
presente alle forze del lavoro, che
ci hanno mostrato, attraverso le
manifestazioni di questi ultimi
mesi, come questa interrelazione,
questa capacità di uscire dal
problema particolare, dal problema
sindacale in senso stretto, per
spostarsi su una visione generale
dei problemi del Paese, sia presente
nei sindacati, negli operai e nei
contadini. Ed è noto in qualunque
modo venga preso ed esaminato. Del
resto, ogni giorno discutiamo su
qualche questione che concerne
questi problemi. Oggi, ad esempio,
ho ricevuto un ritaglio del “Corriere
della Sera” del 4 aprile che
riguarda questa discussione e che è
intitolato: “Il triangolo
industriale soffocato dalla
immigrazione”. Si dice in questo
articolo che “l’eccessivo
addensamento di popolazione al Nord
e l’abbandono di interi paesi al
Sud aumentano lo squilibrio
economico e sociale che deve essere
colmato”. Vi si dice inoltre che
dal dopoguerra ad oggi oltre 6
milioni di persone si sono spostate
dalle zone depresse
verso il triangolo
industriale, che ciò non deve
divenire il termine di misura di una
geometria disumana, e che su questo
allarmante problema si impernia un
documento preparato dalla direzione
nazionale del Centro orientamenti
immigrati (COI), subito trasmesso al
Presidente del Consiglio affinché
ne tenga conto nel discorso
programmatico alle Camere.
“La direzione del COI ha dato mandato all’onorevole
Verga di intervenire in sede di
dibattito sulla fiducia al Governo
per illustrare il contenuto del
documento”. Quindi le posso
preannunciare, onorevole Presidente
del Consiglio, che alla Camera avrà
luogo un intervento dell’onorevole
Verga sul problema dell’urbanesimo
e su quello dell’affollamento.
Rileva la nota del COI che, mentre nel Sud il
fenomeno dell’emigrazione non
accenna a diminuire, nel Nord l’immigrazione
supera le capacità ricettive. Non
voglio addentrarmi nei particolari
di questo problema, perché
occorrerebbe parlare molto più a
lungo di quanto non abbiano fatto
gli altri oratori, ed io ho detto
che intendo semplicemente citare dei
dati schematici. Ma da ogni parte si
avverte che la questione dell’immigrazione
tocca tutti i problemi più vivi
della nostra convivenza nazionale,
per cui dallo scandalo e dalla
vergogna della emigrazione di massa,
affrontati in un modo moderno, non
può non nascere un piano di
modificazione profonda delle
strutture del Paese. Ma anche su un
piano immediato e limitato, tutti i
problemi devono essere affrontati
partendo dal punto di vista
fondamentale, centrale e comprensivo
di tutte le relazioni possibili, per
il quale si dà modo di creare un
programma organico di avvicinarsi al
grande fenomeno dell’emigrazione,
di strutturare un programma che sia
un organismo, dai provvedimenti di
fondo a quelli immediati e
particolari, alle strutture e agli
istituti che se ne devono occupare.
A questo proposito, visto che il suo
programma si occupa di problemi
particolari come la
ristrutturazione, ad esempio, dei
Ministeri, sembra che affidare i
problemi dell’emigrazione, che
sono così complessi e che toccano
tutti i campi della vita nazionale,
ad un sottosegretariato del
Ministero degli esteri, sia una
riduzione che rende impossibile una
qualunque azione. Un
sottosegretariato, per quanto
animato da buona volontà, non ha
mezzi, perché il bilancio, che
abbiamo tante volte esaminato, non
gli consente neanche un’opera di
pura assistenza.
Bisognerebbe quindi riflettere sulla possibilità di
porre questo problema come uno dei
punti fondamentali, ai quali debba
presiedere un gruppo di persone che
sappia collegare e unire i vari
campi di un problema così
complesso.
Ora su questi campi così larghi, debbo dire che nel
programma del Governo non si è del
tutto taciuto, e di questo do atto
al Presidente del Consiglio e lo
ringrazio. L’altra volta se ne era
appena accennato: questa volta se ne
accenna un po’ di più. Ma che
cosa si dice? Si dice: “La nostra
attenzione e sensibilità va in
massima parte ai problemi dei nostri
lavoratori, delle nostre
collettività residenti all’estero.
“La Camera dei deputati sta discutendo su questo
tema e c’è stata una indagine
conoscitiva dei cui risultati il
Governo intende avvalersi. Il
Governo intende controllare la piena
applicazione del principio della
parità di trattamento dei
lavoratori italiani e dei lavoratori
dei Paesi dell’area comunitaria e
realizzare il massimo possibile il
riconoscimento di tale principio
anche negli altri Paesi.
“E’ nostra intenzione portare a compimento alcuni
provvedimenti di notevole interesse
per i nostri lavoratori all’estero,
per la trattazione dei problemi
relativi ai lavoratori all’estero
in aggiunta alla normale attività
della Commissione esteri e della
Commissione lavoro. Recentemente è
stato costituito un comitato con la
partecipazione di rappresentanti
delle confederazioni sindacali; tale
comitato consentirà di mettere in
evidenza e di soddisfare le istanze
che verranno espresse dalla viva
voce dei lavoratori”.
Ed io sono lieto che qualche cosa vi sia in questo
programma, un po’ più di come era
ormai tradizione, a proposito dell’emigrazione.
Non è rimasto un problema da
rimuovere dalla coscienza, un sacro
tabù. Ma tuttavia il programma –
per usare anche noi le forme
negative della frase che abbiamo
prima visto essere così frequenti
– non potrebbe essere più
elusivo, e delusivo.
La nostra “attenzione e sensibilità” è stata
sollecitata su questi temi, ma il
problema dell’emigrazione è stato
posto come un dato non modificabile,
e si riduce soltanto all’emigrazione
all’estero, mentre dovrebbe essere
influenzato dalla politica generale,
e non limitato semplicemente al
capitolo della politica estera. Ci
si riferisce all’indagine
conoscitiva della Camera, la quale
spero sarà fatta con serietà.
Questa indagine dura già da troppo
tempo e debbo dire che, per verità,
è stata un po’ un espediente per
evitare o rimandare sia la
conferenza nazionale del Governo e
dei sindacati sul problema dell’emigrazione,
sia l’inchiesta parlamentare che
io mi ero permesso, con altri
senatori, di proporre come legge. E
devo dire anche che nel precedente
Governo, il secondo Governo Rumor,
avevo trovato, su questa proposta
una certa ostilità nel
sottosegretario Pedini. Avevo
trovato invece un certo consenso,
anche se non ufficiale, nel
sottosegretario Coppo, che aveva
quasi promesso di appoggiarla.
Parleremo ancora di questo. Tuttavia non credo che
bastino quei dati conoscitivi che
nascono dalle sedute, del resto
molto rare, delle Commissioni della
Camera, per dare delle basi
sufficienti a una azione di Governo
che voglia essere completa e
fondata.
Il programma di Governo fa cenno al principio della
parità, che certamente va difeso e
realizzato ed è uno dei principi
fondamentali nei rapporti con i
Paesi di emigrazione. Ma c’è
sempre, nelle intenzioni degli
uomini di Governo, il pericolo di
confonderlo con il tentativo e con
il programma della integrazione, che
ancora recentemente era stata
sostenuta dai rappresentanti
qualificati del passato Governo;
integrazione che si risolve in una
forma di definitiva espulsione, ed
è simile, ad esempio, al movimento
per l’integrazione dei negri in
America, che, dopo avere funzionato
per un po’ di tempo, è stato poi
definitivamente rifiutato dalla
parte più viva e più consapevole
della comunità negra americana,
come un mezzo di corruzione e di
partecipazione ad un sistema da essa
inaccettabile; quindi parità
giuridica e di diritti sì,
integrazione no, come programma e
come prospettiva per l’atteggiamento
del nostro Paese nei riguardi degli
emigranti.
Il programma considera questo come un problema
particolare, lo isola, e lo pone
ancora
come un tema di assistenza,
di tutela, di carità in un modo che
sostanzialmente rimane ancora
paternalistico anche se si fa
esplicito accenno alla “viva voce”
o alla volontà degli emigranti.
Anche nella pratica recente di Governo, pur se con
qualche modesto miglioramento
rispetto al passato, non esiste una
coscienza nuova del problema: di
fronte ai recenti provvedimenti del
Governo svizzero che hanno calato
una saracinesca sulle possibilità
dell’emigrazione in Svizzera,
venendo incontro, magari per un
compromesso che ritenevano
necessario per la politica interna
di quel Paese, alle proposte di
Schwarzenbach, che erano più
estreme, la posizione del nostro
Governo fu debolissima; non soltanto
non si prevennero, con opportune
iniziative diplomatiche, le nuove
norme svizzere, ma si cercò di
temporeggiare, probabilmente per un
eccesso di prudenza, e di frenare le
stesse iniziative autonome delle
organizzazioni degli emigranti.
Il ministro Donat-Cattin ha scritto a questo
proposito una lettera in questi
giorni, proponendo un’azione più
impegnativa e informata e un
intervento attivo; amerei sapere dal
Presidente del Consiglio se questa
lettera va considerata come una
iniziativa personale di un Ministro
o se invece corrisponde
effettivamente alla linea generale
del Governo.
Su questi problemi dei rapporti con la Svizzera, in
assenza finora di una efficace
azione governativa, sono gli
emigranti stessi che si sono mossi e
che hanno indetto per il 24 e 25
prossimi, a Lucerna, un congresso di
tutte le organizzazioni degli
emigranti italiani in Svizzera (dove
ci sono la Federazione delle colonie
libere italiane, la Federazione
degli operai metallurgici e
orologiai di Zurigo, la Federazione
cristiana operai metallurgici, il
sindacato impiegati a contratto del
Ministero degli affari esteri, il
patronato dell’Associazione
cristiana dei lavoratori italiani in
Svizzera, l’INCA, ossia l’Istituto
nazionale confederale di assistenza,
l’Istituto tutela assistenza
lavoratori, lo INASTIS, cioè l’Istituto
assistenza sociale ai lavoratori
italiani in Svizzera, la FILEF,
ossia la Federazione dei lavoratori
emigrati e famiglie) e in tale
riunione – che è impostata nel
modo in cui dovrebbe svolgersi l’azione
del Governo, vale a dire con l’esame
concreto dei problemi, non limitato,
e organico – si dovranno discutere
non soltanto l’azione da svolgere
in Svizzera nei riguardi sia della
votazione del 7 giugno sia dei
provvedimenti
recenti, ma si dovrà
iniziare anche uno studio e un’azione
riguardanti la vita in Svizzera e
una partecipazione all’azione in
Italia dei lavoratori che hanno
assunto su di sé l’iniziativa
della difesa effettiva dei diritti
degli emigranti e che cercano di
pesare, con la loro volontà, sulla
politica generale del nostro Paese.
Inoltre in quella sede ci si dovrà
occupare di problemi particolari,
come quello degli stagionali che
sono catalogati come tali in quanto
è molto comodo per ragioni di
contratto e di tasse, di tutela e di
previdenze, ma che praticamente,
dati i progressi della tecnica
edilizia, non sono più stagionali;
ebbene, questi stagionali sono
costretti a delle limitazioni dei
rapporti con le famiglie e della
libertà di vita incompatibili con
le esigenze di un uomo libero e
civile.
C’è inoltre il problema della scuola italiana, del
quale ho sentito parlare in tutte le
riunioni degli emigranti all’estero,
a Olten, nelle Colonie libere in
Svizzera, a Bruxelles, o in
Germania, dove si è fondata una
sede della Federazione. Il problema
delle scuole italiane all’estero
è un problema importantissimo. Si
spende molto di più per le scuole
italiane in Somalia, dove credo che
vivano al massimo due o tremila
italiani, di quanto non si spenda
per le scuole italiane in Svizzera o
in Germania o in Belgio, dove ci
sono centinaia di migliaia di
italiani. Certo non dico di ridurre
gli stanziamenti per la Somalia, ma
bisogna riconoscere che c’è uno
squilibrio notevole; sono residui di
antiche politiche che oggi non hanno
più giustificazione. Non esiste
invece una politica scolastica per i
nostri emigranti. Di questo
parleremo, spero, in un dibattito
apposito, ma il problema della
scuola, della lingua, è un problema
fondamentale. Gli emigranti
giustamente, avendo un grado di
coscienza civile altissimo, si
rendono conto di come, attraverso
questo problema della scuola e della
lingua, non soltanto essi siano
costretti ad un lavoro subalterno
non qualificato, ma anche i loro
figli che frequentano le scuole
siano destinati a ripetere, pur su
un livello più alto solo per il
progresso generale della tecnica e
della cultura, l’esistenza di
popolo colonizzato, quella attuale
degli italiani che vivono in Europa.
Ora, tutti questi momenti nei quali gli italiani
prendono coscienza dei propri
problemi e cercano di far conoscere
la loro volontà, rappresentano
degli esempi di come la visione del
rapporto tra la politica generale
italiana e i movimenti dei
lavoratori (i quali impostano le
loro rivendicazioni sindacali come
valori validi per tutti, dimostrando
ormai la propria egemonia
culturale), sia ormai in essi del
tutto chiara, e tale da fare degli
emigrati i protagonisti del proprio
destino.
Tutti i giorni tuttavia noi assistiamo a nuovi
episodi di una conduzione di vita
intollerabile, sia nell’emigrazione
all’estero che in quella italiana.
Anche nella settimana passata
abbiamo avuto dimostrazione delle
condizioni di estremo disagio,
addirittura disumane, in cui vive
questa gente, costretta ad abitare
in baracche, in alloggi, che, come
quelli della ditta Bosch, di cui
parla un giornale di fabbrica
tedesco, sono simili a campi di
concentramento. Assistiamo
continuamente alle espulsioni che
avvengono in base a leggi svizzere
che risalgono al tempo della guerra
e che erano state fatte più che
altro per tutelare il Paese dalle
infiltrazioni naziste; così come
noi usiamo tutti i giorni i nostri
codici fascisti, anche gli svizzeri
usano il loro codice antifascista,
ma lo usano alla rovescia. Abbiamo
assistito alle espulsioni, per opera
appunto della Fremdenpolizei, di
bambini, o di stagionali che in
quanto tali non possono entrare se
non quando hanno un contratto. Vi
sono dunque delle limitazioni alla
normale vita di un cittadino membro
di una comunità civile che non sono
certo tollerabili.
Questi casi avvengono ogni giorno, come ogni giorno
– e questo è interessante – si
verificano casi di spontanea
solidarietà operaia. Per esempio ho
letto ieri sul “Giorno” la
notizia che a Ginevra operai
italiani
sono scesi in sciopero per
appoggiare i lavoratori spagnoli in
sciopero essi stessi, attuando così
nei fatti una unità sindacale
internazionale.
Non è il caso che io vada avanti elencando questi
fatti particolari. Voglio dire
soltanto che l’emigrazione,
onorevole Presidente del Consiglio,
ha preso o va prendendo ormai
completa coscienza di sé. Siamo in
una fase nuova, quella che si è
chiamata la fase del ritorno. L’emigrante,
come persona destituita di ogni
diritto civile, sradicato dalla
propria terra, dal proprio Paese,
dalla propria lingua esiste ancora,
ma è oggi il portatore della
coscienza di rappresentare un uomo
nuovo, di essere una forza nuova, di
avere in sé una cultura nuova in
formazione. Ho sentito moltissimi di
essi dire, in maniera ben chiara e
ben consapevole: noi siamo gli
uomini del domani, consci cioè di
costituire un potere che è il
massimo dei poteri, cioè il potere
dei piccoli. “Non più esiliati ma
protagonisti”; questa è la frase
nata dal mondo degli emigrati e che
noi abbiamo preso come motto della
loro Federazione.
Di fronte a una serie di problemi che toccano tutti i
punti della vita nazionale e che non
sono evidentemente conosciuti e
valutati nella loro importanza
fondamentale dalla classe dirigente,
e che quindi devono essere scoperti
e rivelati in tutte le loro
implicazioni, io le avevo chiesto,
signor Presidente del Consiglio,
quando parlai otto mesi fa, se il
Governo ritenesse di appoggiare il
progetto di legge per una inchiesta
parlamentare. Ella, che mi rispose
con tanta cortesia su tanti altri
problemi, su questo punto non mi
dette risposta. Io le rinnovo la
domanda e veramente spero che questa
volta mi voglia rispondere – ci
auguriamo tutti, noi e milioni di
emigrati – positivamente.
Abbiamo sentito qui il giudizio severo e grave, direi
il memoriale dei terremotato e
baraccati emigrati dalla valle del
Belice, nel discorso appassionato
del senatore Corrao. Lo stesso
giudizio portano certamente i
milioni di emigrati forzati nelle
grandi città del Nord, nei Paesi
stranieri d’Europa e del mondo.
Certo essi sono, giustamente,
prevenuti e diffidenti contro le
parole di chi ritengono responsabili
di mali antichi, continuatori
attuali di antichi nemici, contro l’altra
classe, che ha permesso o
forzato il loro esilio,
quelli che in qualunque modo
rappresentano il potere.
Essi ne sentono ostile l’assenza e lo coprono
dunque di rancore e di disprezzo: le
juste
opposera son mépris à l’absence,
se mi è lecito citare a questo
proposito dei versi scritti a
proposito di Dio. Certo il Governo
di oggi, come i Governi precedenti,
porta sulle spalle il peso del
passato, ne assume il carico, e l’onorevole
Rumor sa quanto sia grave. Lo dice
egli stesso.
Ma, spogliandoci delle prevenzioni storiche, dello
spirito di rivendicazione e dei
rancori secolari, tuttavia questo
programma di 93 pagine, dove si
elenca tutto o quasi tutto ma non si
collegano organicamente i problemi e
non si affrontano con una vera
volontà di risolverli, come può
essere giudicato dagli emigrati,
fatti ormai consapevoli della loro
forza, padroni della loro volontà,
pronti a conquistarsi il proprio
diritto, coscienti di essere uomini
nuovi che vanno costruendo una nuova
civiltà? Come possono essi
giudicare una classe dirigente che,
malgrado il tono elevato e nobile
del suo discorso, signor Presidente,
e la sua buona volontà, rifiuta
ancora obiettivamente di conoscerli
e di riconoscerli come uomini
liberi? Il loro giudizio non può
essere positivo: il nostro giudizio
non potrà, malgrado tutto, essere
diverso dal loro.
La ragione di questo giudizio è nel significato e
nelle vicende della crisi. Forse si
potrebbe intendere in una sola
frase, onorevole Rumor, che lei
pronunziò nel suo discorso, nel suo
programma, con particolare
convinzione e con voce, se ben
ricordo, abbastanza vibrata: “il
Paese chiede di essere governato”.
Certo gli italiani chiedono,
vogliono un Governo, vogliono
trovare le formule nuove della vita
democratica, ed in questi modi
sempre rinnovati dall’invenzione
popolare vogliono un Governo, un
buon Governo che essi possano
sentire come proprio, che nasca da
loro, dalla loro volontà, dai loro
bisogni e dalle loro capacità di
creazione politica. Ma perché usare
il verbo passivo? Non chiedono, non
vogliono essere governati, ma
vogliono governarsi. E’ una
differenza che pare minima e
formale, ma in questa minima
differenza c’è tutto il
significato ed il valore della
libertà.
Da “Basilicata”, Giugno 1967
G R A M S C I
E
I L M E Z Z O G I O R N O
Non sono venuto a tenervi, né intendo fare un
discorso, che non ho preparato. Un
discorso, è un genere letterario
che, se mi permettete di usare la
mia terminologia, chiamerei luiginesco, e che forse non si può neanche più riuscire veramente
a fare, in un tempo in cui tutti i
generi letterari sono contestati e
in cui scrivere anche un romanzo è
considerato qualcosa di sorpassato o
di antiquato. Tutte queste forme
chiuse, individualistiche o
paternalistiche di espressione, sono
ormai lontane da noi, e, venendo
qui, io vorrei piuttosto stabilire
ancora una volta con voi un
rapporto, un dibattito, una
discussione che sarà improvvisata
su una struttura comune, su un
pensiero comune. E quindi avrei
desiderato che invece di un discorso
fatto da un palcoscenico potessimo
essere insieme vicini, e che
ciascuno di voi intervenisse in
questo discorso. Se, tecnicamente,
la cosa non è possibile io mi
proporrei allora di fare anche le
vostre parti, e di cercare di
intervenire io stesso come se foste
voi ad intervenire, e di parlare non
a voi ma con voi, per voi, con la
vostra voce, e di rispondere, di
fare cioè una specie di meditazione
comune su dei problemi che a voi e a
me stanno ugualmente a cuore. Una
meditazione in pubblico che
certamente è un assunto, un
esperimento difficile, e che se non
mi riuscirà, spero vorrete
perdonarmi.
Ma mi inducono oggi a questa specie di meditazione
pubblica, a questa specie di esame
di coscienza in questa occasione
della venuta a Matera, l’occasione
di aver raccolto quei miei quadri,
come vi dicevo, che sono le immagini
di un Mezzogiorno contadino di ieri,
della sua fase antica e immobile,
negli anni attorno al 1935, e poi
delle fasi seguenti, della vita del
movimento contadino, e soprattutto
degli anni attorno al ’50 nei
quali ancora ci siamo rivisti molte
volte e nei quali io ripresi l’argomento
e il contenuto di prima e del mondo
contadino di oggi. Per cui, queste
immagini ripropongono ancora una
volta, a mio avviso, un problema che
non è soltanto di forma o di
espressione artistica ma un problema
di contenuti reali di vita, di
movimento, di pensiero, di azione.
E mi costringono a questa meditazione pubblica anche
il ricordo di un discorso che io
tenni qui, anzi, parecchi discorsi,
di cui devo ancora essere perdonato,
forse. Di un discorso, e quello era
un vero discorso, lunghissimi direi,
spietato nella sua completezza, un
discorso che tenni a Potenza,
veramente mi parve verso il 5 maggio
del 1946, e un altro quasi vent’anni
fa, anzi più di vent’anni fa (è
terribile come questi anni passano
con velocità tale che non ci si
rende conto), e di un altro che feci
qui, su quella terrazza della piazza
di Matera e di cui qualcuno di voi
forse se era presente serba uno
strano ricordo, perché quel
discorso che cominciò col sole a
picco di mezzogiorno e continuò,
terribilmente, fino a quando fu del
tutto esaurito e fino a quando nella
piazza non restarono che alcuni
pochissimi fedeli capaci di vincere
i morsi della fame. Fu tuttavia l’espressione
di un bisogno di riprendere tutti i
problemi del mondo meridionale, di
non trascurarne nessuno, di cercare
di ripensarli e di rivederli in quel
grande mutamento storico che aprì
davanti a noi, almeno
apparentemente, tutte le porte dell’avvenire.
Ci si pone e si porrebbe a chiunque un problema, a
cui forse insieme potremmo cercare
di rispondere: cioè, oggi possono
ripetersi le stesse cose? O le
ripeterei in un modo diverso; o
sarebbero altre quelle che dovrei
dire? Infine mi costringono a questa
meditazione l’argomento, il titolo
di questa riunione che dice: “Antonio
Gramsci e il Mezzogiorno, oggi”.
Argomento che riassume tutti i
problemi del pensiero, della
cultura, della politica meridionale
e che per essere veramente
sviscerato a fondo, richiederebbe
ore e ore, giorni, di discussione,
Io passeggiavo questa notte verso la cattedrale e per
le strade dei Sassi, davanti e in
mezzo a quelle meravigliose
architetture pericolanti, piene di
una bellezza unica al mondo,
veramente, esempio meraviglioso dell’architettura
popolare e dell’arte popolare, e
pensavo a Gramsci.
Pensavo di fronte alla distesa del Sasso nella luce
notturna, pensavo al suo pensiero in
prigione, al suo pensiero in quel
mondo senza tempo e senza spazio del
carcere, di una cella – in quel
mondo che come diceva in uno dei
suoi Quaderni,
Gramsci rispondendo a qualcuno, non
ricordo più chi, che con il solito
conformismo dei luoghi comuni diceva
come la prigione con le sue
costrizioni, e con il suo senso di
onore fosse favorevole all’affinamento
del pensiero, e Gramsci scriveva,
sì, favorevole all’affinamento
del pensiero, favorevole alla sua
morte, la uccide, - pensavo all’esempio
unico di quest’uomo che attraverso
il pensiero, invece, in quella
condizione mortale, riuscì a
salvarsi e trovò in questa
meditazione continua di anni che ci
ha lasciato il frutto di una
ricchezza inestimabile, trovò il
modo di salvare una personalità
come la sua, e di non permetterle di
perdersi in quel mondo appunto di
inesistenza totale che è un
carcere.
E
ripensando a lui mi tornava davanti
agli occhi la sua figura, perché io
ho avuto la fortuna, molto giovane,
ragazzo, di conoscere e anche di
frequentare qualche volta Antonio
Gramsci quelle volte, poche, in cui
quasi sempre in compagnia di Gobetti
andai, poco più che adolescente,
alla sede dell’”Ordine Nuovo”,
a Torino, difesa allora dai fili
spinati nel cortile e dagli operai
torinesi armati. Quella sede che
sembrava una fortezza delle speranze
e della volontà e della libertà in
mezzo alla selva della barbarie
fascista che imperava nelle strade,
quella sede che non fu mai occupata
dai fascisti e che rimase intatta
fino alla fine. Ricordo nella
medesima stanza della redazione,
Gramsci che ci accoglieva con un
sorriso.
Di Gobetti, Gramsci proprio nelle pagine finali del
suo celebre scritto sulla Questione
meridionale, ha scritto un
elogio e ha lasciato agli amici
quasi con voce di un legato o di un
testamento, una responsabilità,
che, spero, di non aver tradito mai.
Ora io quasi non ricordo di che cosa
mai parlassimo, tanti anni sono
passati, ma ricordo soprattutto la
sua figura che veramente faceva
vibrare l’aria attorno. Ricordo il
fuoco nero dei suoi occhi e l’energia
vitale, estrema, sublime, che
irradiava attorno a lui. L’intensità
unica della capacità di amore e
anche della capacità di odio e di
volontà rivoluzionaria che si
leggeva nella sua figura. Io credo
veramente che non ho mai visto
uomini con un viso che
rappresentasse in questo modo la
personalità totale, così intensa,
e associo in questo alla figura di
Gramsci quella di Gobetti che anche
egli aveva in un modo diverso una
pari intensità, una pari vitalità,
una pari profonda volontà
rivoluzionaria.
Erano uomini che in altri tempi si sarebbero detti
composti della materia dei santi,
questi santi laici che da soli
riescono a muovere il mondo e
spostarlo e a creare veramente l’avvenire,
e, anche se quello che allora
potessimo avere detto (c’era una
differenza di età, piccola, ma,
grandissima perché non avevo ancora
16 o 17 anni, e Gramsci credo aveva
allora 30 anni all’incirca), se
anche non ricordo gli argomenti su
cui c’eravamo in quelle rare volte
trattenuti, ricordo in maniera
straordinaria questa energia palese
in ogni atto e in ogni pensiero,
questa energia che dava al pensiero
un valore assoluto, perentorio e
insieme critico, questa energia che
per me colora ancora oggi ogni suo
scritto e che fa sì che leggendo
una qualunque pagina di Gramsci io
ci ritrovo questo fuoco vitale,
anche al di là di quella che può
essere l’occasione o il
particolare contenuto del pensiero.
Così camminando questa notte per le strade di Matera
io pensavo a Gramsci e pensavo
perché a Matera. Perché, ricordare
Gramsci qui a Matera in quella che
abbiamo chiamato la “capitale
contadina del Sud”. E perché
oggi, dopo tanti anni che hanno
cambiato il mondo, non soltanto
perché in questi giorni è il
trentesimo anniversario della sua
morte – non si tratta qui
naturalmente di fare una
rievocazione, un elogio o un fatto
di sola memoria come si fanno tante
volte e come giustamente si sta
facendo dappertutto in Italia in
questi giorno – ma si tratta un po’
di rivedere quello che è vivo nel
pensiero di Gramsci e cosa significa
veramente oggi, che cosa significa
oggi per il Mezzogiorno, cosa ha
significato e cosa è; il successo,
la vicenda del pensiero di Gramsci e
della sua influenza, recente, con
gli anni, anche perché le sue opere
sono state pubblicate in buona parte
più tardi. Il successo del pensiero
di Gramsci è recente anche se da
parte di qualche intellettuale si
possa sostenere il contrario; anche
se Fortini può aver detto che
Gramsci si allontana; o se alcuni
altri possono pensarlo anch’essi
come parte di un passato da cui ci
si sente distaccati. Queste
affermazioni non sono in genere
veramente altro che delle
affermazioni di sentimenti che
riguardano Gramsci come riguardano
qualunque altra cosa. E’ un poco
come quando Pasolini scrive “la
Lucania non esiste più”. Si,
c’è una certa Lucania che non
esiste, tuttavia essa esiste, e
questa va al di là di una
espressione di sentimenti o di un
momento di senso di caduta di certi
ideali e di certe idee. Ma, il
pensiero di Gramsci, che è legato a
tutta la storia del movimento
politico comunista italiano, oggi si
allarga al di là di questi limiti e
anche al di là dei limiti del
nostro Paese.
L’altro giorno poco prima di partire per venire a
Matera mi arrivò un libro
giapponese, due libri giapponesi,
anzi: una traduzione di uno dei
volumi di Gramsci e un saggio su
Gramsci. Ora come mai il pensiero
gramsciano, così legato alla vita,
alla storia, alla cultura italiana,
può toccare, può diventare
importante anche in culture così
diverse e così lontane, così
profondamente radicalmente altre
come la giapponese e come altre di
questa natura; e in Italia noi
assistiamo al fatto che oltre ai
compagni del partito comunista e ai
teorici del partito comunista, il
pensiero di Gramsci sta diventando
un fondamento di tutta l’analisi
storica e filosofica, e un punto
necessario del pensiero non solo di
storici e filosofi, ma perfino di
politici? E noi vediamo
continuamente dibattute le tesi e
gli studi di Gramsci, abbiamo
assistito (io non ho potuto
disgraziatamente assistere, perché
non potevo contemporaneamente fare
troppe cose) a un convegno a
Cagliari che ha dibattuto da un
punto di vista larghissimo il
pensiero di Gramsci, accogliendo
interpretazioni a volte direi anche
quasi opposte, e ha dimostrato
tuttavia che questo pensiero fa
parte ormai in modo insostituibile,
fondamentale, della cultura
italiana, della cultura storica,
della cultura filosofica, della
cultura politica italiana e direi
anche della cultura letteraria e
della cultura poetica. E fa nascere
una infinità di problemi, fa
nascere tutti i problemi dei
rapporti col pensiero di Croce, col
pensiero di Gobetti che è stato
tirato fuori come una specie di
precursore o di compagno di Gramsci,
e naturalmente col pensiero
marxista, e con l’idealismo, e
così via tutti i problemi che non
staremo qui insieme a discutere o
affrontare ma che vediamo che sono
posti.
Questo interesse crescente è il segno anzi, direi,
di un grande progresso della cultura
italiana che rompe i segreti e i
tradizionali limiti; è un segno,
come anche tutte queste cose, in
parte negativo, perché quando
vediamo che perfino la televisione
è in un certo senso costretta o
indotta a dare non una ma parecchie
serate all’analisi del pensiero di
Gramsci o della vita di Gramsci, ci
accorgiamo che non si tratta
soltanto naturalmente di un
interesse
tutto positivo per il suo
pensiero, ma che c’è anche un
tentativo di assimilazione e di
sterilizzazione del pensiero di
Gramsci che viene portato davanti
agli italiani come uno dei tanti
momenti della cultura, cioè,
diciamo, c’è un tentativo di
letteralizzarlo, di farlo entrare
nei nipotini di Padre Bresciani. Tuttavia questo, anche nei suoi lati
diciamo di auto-difesa o di
tentativo di sterilizzazione, è,
dopo trent’anni, la prova della
profonda e permanente vitalità
rivoluzionaria del pensiero di
Gramsci.
Cosa c’è di fondamentale, veramente, riducendo a
poche parole, perché non è qui il
caso di andare ad analizzare dei
testi, perché questo non è un
convegno scientifico gramsciano?
Direi che il punto fondamentale del
pensiero di Gramsci è la sua
visione storica, è cioè il fatto
di aver portato in tutto il pensiero
politico e sociale la necessità e l’apporto
di una visione profondamente storica
che considera, per usare un termine
di un contadino che sbagliava le
parole ma che diceva con questo
delle profonde verità, che
considera la rivoluzione come una
rivelazione.
Vale a dire, la rivoluzione che non
nasce se non su un fondamento
storico profondo, come frutto di una
maturazione che si rifà ai tempi e
alle vite e alle strutture e alle
vicende di un intero paese è di per
sé la rivelazione della storia.
Ora,
questa posizione Gramsci l’ha
approfondita nella sua lunga
meditazione e l’ha lasciata come
eredità preziosa al movimento
popolare italiano, liberandolo da
tutta l’incultura, da tutta la
superficialità e da tutta la
immediatezza culturale su cui poteva
essere fondato, e dandogli uno
strumento veramente rivoluzionario.
Cioè portando il movimento
popolare, il movimento della classe
operaia, a un grado culturale tale
da poterne giustificare l’egemonia.
Ed è questo punto, se non erro, il
valore fondamentale, il valore
storico, il valore fondamentale in
senso complesso, quindi anche valore
politico immediato, rivoluzionario,
del pensiero e della posizione di
Gramsci che si riassume nella
continua affermazione del valore di
autonomia del movimento operaio..
E’ questo senso continuo della autonomia e della storicità che gli ha permesso di restare vivo in
modo originale attraverso tutte le
più tragiche vicende e attraverso
tutti gli avvenimenti che vanno dal
’22 fino alla guerra. Quegli
avvenimenti che possono avere
altrove spezzato dei movimenti che
parevano fortissimi e che invece da
noi qui in Italia dove direttamente
il pensiero di Gramsci aveva trovato
un terreno che era nato dalle
strutture sia pure clandestine, e
sia pure ridotte a delle minoranze
illuminate, ma che muoveva un intero
popolo, hanno permesso ad esso di
resistere e di vincere. Quindi in
questo senso è giusto, e non è
certo semplice apologia, quella di
vedere e di pensare a Gramsci come
ad un grande creatore di pensiero,
ad un grande creatore, scopritore,
inventore e assertore di libertà.
In questo modo noi possiamo vedere la figura di
Gramsci come meridionalista. Ed è
proprio qui la qualità del suo
meridionalismo. E’ inutile andare
adesso a ricercare i vari momenti,
nei vari testi, in cui s’è
sviluppato il suo pensiero che
giustamente viene riconosciuto da
tutti ormai come fondamentale per
aver posto il problema meridionale,
la questione meridionale su un piano
totalmente diverso da quello in cui
era stato posto fino ad allora, su
un piano per la prima volta
veramente rivoluzionario e
libertario. E’ inutile andare ad
analizzare i testi, e vederne i
diversi momenti e sviluppi, ed anche
le contraddizioni, perché noi
sappiamo benissimo come ci sono dei
testi di Gramsci precedenti al
famoso scritto del ’26 e
soprattutto dei testi del ’20 e
’21 in cui si affermano cose
apparentemente diverse o anche
sostanzialmente diverse, come
quando, al tempo del congresso di
Roma, egli negava la possibilità
rivoluzionaria dei contadini,
dicendo che non si deve credere che
i contadini possano diventare
comunisti, cosa che veniva
rettificata o modificata subito
dopo, e che era legata in questa
formulazione non tanto allo sviluppo
fondamentale del pensiero quanto
alle circostanze della lotta di
partito nel quale egli si trovava.
Il testo illustre, celebre e da tutti letto e citato
su cui si fonda la convinzione
giustissima del valore estremo e
determinante del meridionalismo di
Gramsci, è quel breve scritto sulla
Questione meridionale, quel famoso saggio del 1926, non finito
perché egli venne arrestato, e
questo testo è quello a cui ci si
può per brevità riferire perché
tutta l’analisi gramsciana del
problema della questione meridionale
vi è condensata e quella rimane il
punto di partenza e il fondamento
anche di tutta la politica del
partito comunista nei riguardi del
Mezzogiorno. Anche oggi, sia pure
attraverso tutte le vicende diverse
e anche le contraddizioni che la
storia e gli avvenimenti comportano.
Ora, quali sono i punti essenziali? Io dico in breve,
perché appunto come ho detto qui
non siamo a fare una analisi
scientifica del pensiero gramsciano,
ma mi pare che i punti essenziali di
quello scritto e di tutti gli altri
poi che son seguiti nei Quaderni
dal carcere, sono il modo, la
visione profondamente storica del
concetto di alleanza
operai-contadini. E’ l’affermazione,
fatta per la prima volta, in modo
così esplicita, della complessità
e della differenziazione del mondo
contadino che non viene più preso
nella sua generica accezione, non
viene più considerato soltanto nel
mondo del contadino povero e del
bracciante, ma in tutta la sua
complessità di formazione storica e
di differenziazione di gruppi. E’
l’analisi della funzione degli
intellettuali, su cui non staremo
qui a dilungarci, ma che considera
per la prima volta gli intellettuali
in quel tal modo per cui essi sono
gli strumenti del blocco
conservatore oppure possono
diventare il modo e la punta di
diamante del movimento
rivoluzionario. E’ la critica del
meridionalismo classico, del
meridionalismo conservatore, l’affermazione
che i due più operosi reazionari in
Italia sono stati Benedetto Croce e
Giustino Fortunato. Affermazione che
è piena di verità anche se è
polemicamente dura e polemicamente
violenta.
Di qui noi potremmo partire in una infinità di
analisi che sarebbero estremamente
interessanti. Per esempio, sarebbe
bello poter vedere quali sono stati
i rapporti del pensiero di Gramsci
con quelli di un altro grande
meridionalista di formazione
completamente diversa, un isolato,
Guido Dorso, che Gramsci critica ma
da cui Gramsci non era così
lontano. Quel Guido Dorso nel 1924,
anch’egli giovanissimo, neanche
trentenne, scrisse un libro, La
rivoluzione meridionale, che
postulava la necessità assoluta di
una soluzione rivoluzionaria dei
problemi del Mezzogiorno, e che
trovava nel mondo contadino la
classe e la possibilità di quelli
che egli chiama “gli interessi
assenti dei ceti rurali”, gli
unici interessi assenti nel blocco
dominante, l’unica possibilità di
una soluzione rivoluzionaria. Ora,
Dorso era un solitario e il suo
pensiero era veramente astratto.
Però, per quanto chiuso in una
visione astrattamente
rivoluzionaria, non possiamo
affermare che la questione di
Gramsci fosse così lontana come
apparentemente potrebbe essere. E’
quanto Dorso, di fronte a quello che
egli riteneva una occasione storica,
unica, non ripetibile, cioè la
caduta del fascismo, non sfruttata
per realizzare immediatamente e
totalmente la rivoluzione contadina
meridionale, diceva, in maniera
molto patetica, che la realtà, quel
piccolo tratto di realtà, che noi
vediamo e nella quale si realizzano
i compromessi varieranno la storia,
ma l’irrealtà, egli diceva,
derisa e misconosciuta si
completerà lungo le vie del tempo.
Quando Dorso diceva in questa maniera nostalgica e
tragica, confessava una sconfitta.
Questo sentimento di sconfitta era
ancora un momento della visione
parzialmente astratta, ma delegava
al movimento contadino e delegava
poi completamente – come riferito
da Amendola in un colloquio che egli
ebbe con Dorso pochi giorni prima
della sua morte, - al movimento
comunista di portare avanti questa
rivoluzione contadina, questa
rivoluzione contadina rivoluzionaria
del Mezzogiorno, che egli riteneva
il solo modo di modificare in senso
rivoluzionario la struttura e la
vita italiana.
Il grande insegnamento di Gramsci è dunque, direi,
in un termine solo, il senso dell’autonomia
del movimento popolare. Ma in lui
autonomia significa capacità di
egemonia, significa cioè creazione
di libertà. In questo senso il suo
pensiero si esprime, si manifesta,
in un’infinità di modi a contatto
poi con le occasioni del carcere. E’
un pensiero che in tutti questi anni
deve lavorare in questa solitudine e
deve ricrearsi in modo universale,
molto spesso provocato da minime
occasioni: di un giornale, di un
articolo, di un libro, di una
meditazione solitaria, ma che
conservano coerenza estrema e una
ricchezza veramente unica. Ma, non
si può essere, per definizione, dei
gramsciani ortodossi, perché l’ortodossia
è contraddittoria con la qualità
stessa del pensiero di Gramsci. Non
si può essere gramsciani ortodossi,
non si possono adoperare le sue
formule. Bisogna seguire il suo
metodo che è il metodo della
libertà
e il metodo dell’approfondimento
storico.
Poiché siamo qui a Matera, e siamo in questo teatro
non posso non ricordarmi, e qualcuno
di voi se lo ricorda, dei discorsi
che allora vi facemmo: come una
polemica, nel ’55, in fondo
veramente di interesse gramsciano
direi, che era una polemica tra dei
cari amici e compagni gramsciani
ortodossi (se si può essere
gramsciani ortodossi) contro il
concetto di autonomia contadina che
essi interpretavano, a torto credo,
come una forma astratta di
populismo, e che invece non
significava affatto autonomia nei
riguardi del movimento operaio, ma
significava la stessa cosa che
significava in Gramsci, vista in un
altro modo, visto da un altro punto
di partenza; quel congresso a Matera
che si è tenuto proprio qui e che
aveva come occasione la
celebrazione, poco dopo un anno
dalla sua morte, di Rocco Scotellaro,
il poeta della libertà contadina.
In quel tempo noi non eravamo
gramsciani ortodossi ma credo
gramsciani concreti. Ora, come si
può arrivare a questo senso di
concretezza e come si può intendere
l'insegnamento di Gramsci al di là
delle sue formule, fuori di ogni
ortodossia? Forse è prezioso per
questo aver vissuto l’esperienza
del mondo contadino come una
esperienza di libertà, averlo
vissuto come un’esperienza di
vita, come la maggiore esperienza di
vita possibile. E per questo dicevo
allora – eravamo nel ’55, in
quel periodo in cui appunto voi
potrete vedere direi un secondo
periodo della pittura lucana che vi
ho portato qui – dicevo che in
questo mondo, questo mondo del
Mezzogiorno, questo mondo della
Lucania era profondamente cambiato,
non era più il mondo immobile
precedente alla fine della guerra;
non era più il mondo immobile che
è scritto nel mio libro Cristo
si è fermato a Eboli.
Come dissi allora, se abbiamo narrato quel mondo
immobile era perché si muovesse, e
quel mondo si era mosso. Si era
mosso veramente in modo
rivoluzionario, secondo quello che
aveva in un certo senso preconizzato
e creato nei fatti Antonio Gramsci.
Quel mondo si era mosso e il suo
movimento che continua oggi in modi
diversi è tutta la storia di questi
ultimi 30 anni, storia drammatica
perché la formazione di un mondo di
libertà e di un mondo di movimento
e di effettiva libertà, di un mondo
moderno, è l’acquisizione del
senso di resistenza. E il salto
storico che è avvenuto, giorno per
giorno, attraverso i minimi fatti
della vita quotidiana e dell’azione
politica e sociale, hanno qualcosa
di sempre pericolante, di sempre
incerto, perché nessuna conquista
è mai definitiva e soprattutto
nessuna conquista che riguardi la
coscienza esistenziale degli uomini.
E’ quel mondo che nella sua prima fase di
liberazione è stato definito
proprio da Rocco Scotellaro come “l’uva
puttanella”, come quel mondo
ancora piccolo ma già maturo, come
quel mondo che entra nel tino della
storia e contribuisce a creare il
mosto della rivoluzione, ma che
rimane ancora fragile, nuovo,
piccolo, rimane ancora una
puttanella con tutti i suoi
sentimenti di difficoltà, di
incertezza e anche con le sue crisi
di sfiducia e anche con la sua
volontà continua di crescita.
Il Mezzogiorno oggi lo troviamo estremamente cambiato
riguardo al Mezzogiorno di ieri, al
Mezzogiorno immobile, perché
abbiamo avuto in questi 30 anni i più
grandi fatti rivoluzionari e insieme
unitari, universali della storia
italiana.
Abbiamo avuto la Resistenza, che non è stato
soltanto un fatto militare e
guerresco, eroico di liberazione, ma
è stato un grande momento
rivoluzionario anche se i suoi scopi
non si sono realizzati in maniera
totale, e talvolta neanche in
maniera parziale, ma è stato, di
fatto, un movimento rivoluzionario
unitario, nazionale e popolare, per
usare ancora una terminologia
gramsciana. E’ il movimento
contadino che ha le stesse qualità
e gli stessi valori della
Resistenza, e che forse porta ancora
più lontano. Abbiamo avuto nel
grande movimento contadino del
Mezzogiorno quel primo momento, il
più difficile. Abbiamo cioè
realizzato quella fase di rottura su
una situazione storicamente,
secolarmente cristallizzata e
immobile che richiede la
concentrazione di tutte le forse che
per secoli si sono accumulate, che
richiede però un piccolo passo,
sembra piccolo ma che è immenso,
che richiede veramente lo scoppio
dei sentimenti, delle volontà, che
sono state chiuse sotto la scorza
del tempo.
Abbiamo avuto, come dicevo, come ho scritto allora,
quell’atto di fiducia preventiva
nel mondo contadino, di fiducia da
parte dello stesso mondo contadino
in se stesso, e di fiducia del mondo
della cultura del mondo contadino,
che solo ha reso possibile quel
primo passo, quella prima rottura
dell’immobilità storica del mondo
meridionale. Abbiamo avuto
naturalmente poi tutte le possibili
contraddizioni interne e anche i
dolori delle sconfitte e le crisi di
sfiducia. Vi ricordate quella poesia
di Scotellaro che comincia “Pozzanghera
nera il 18 aprile”, e che
rappresenta veramente e giustamente
quel senso di caduta, di crisi, di
abbandono, di solitudine, del mondo
contadino
dopo quell’episodio, del
resto non tanto trascurabile, dopo
quella svolta della politica
nazionale che è stato il 18 aprile.
Ma quello che è rimasto, quello che rimane, che si
sviluppa in modi diversi di fronte a
situazioni diverse è il valore
rivoluzionario, politicamente, e,
come è necessario perché lo sia,
rivoluzionario come fondazione di
una nuova cultura. Anche, come mi
pare di aver detto proprio qui, nel
’55, è come fondamento e base del
nuovo modo di concepire l’arte e
la cultura, del nuovo realismo, che
non andava confuso con dei termini
anche lì astratti e generici,
perché sono chiamati realismo
socialista, ma invece andava
fondato veramente sulla nuova
visione del mondo, del mondo visto
per la prima volta, riconosciuto
come esistente, come frutto della
propria lotta, che è proprio del
movimento contadino.
Ma certo in questi ultimi anni la situazione ha
trovato dei cambiamenti immensi, per
cui non possiamo continuare a
parlare sempre negli stessi termini,
come se la realtà fosse la
medesima, e il movimento contadino
ha preso, riassumendo
fondamentalmente su questa posizione
rivoluzionaria in sé. Proprio come
affermazione della vitalità di un
popolo nuovo, si è trovato ad
affrontare situazione che andavano
continuamente modificandosi.
Attraverso i cambiamenti della situazione italiana, e
poi specificamente nelle campagne i
frutti negativi, o parzialmente
negativi, della riforma agraria, e l’enorme
fenomeno che ha spostato tutti i
termini dei problemi che è l’emigrazione,
che è un punto fondamentale di
cambiamento delle cose, delle
strutture di cui non possiamo non
tener conto, e che condiziona, con
tutte le possibilità interne di
carattere rivoluzionario il
movimento contadino del Mezzogiorno.
Ma il cambiamento continuo della situazione italiana,
con la creazione di una nuova forma
che si va affermando di
neocapitalismo, attraverso le fasi
del miracolo economico, e poi della
recessione e poi della ripresa, con
la rottura dell’unità politica
popolare attraverso il
centro-sinistra, con l’attuale
vittoria di un nuovo blocco che poi
non è così diverso dall’antico
blocco agrario, ma che ha altre
forze e altre strutture, ma che ha
in sé i motivi interni di
dissoluzione sotto la spinta di una
coscienza rivoluzionaria.
Ora noi, e poniamo solo i temi di una meditazione che
non potremmo continuare all’infinito,
dovremmo pensare e possiamo anche in
senso gramsciano, veramente, perché
ancora qui ci soccorre il metodo di
Gramsci, dobbiamo pensare alla
soluzione del Mezzogiorno in questa
nuova realtà, che non è soltanto
una realtà nazionale. Perché come
col pensiero di Gramsci abbiamo
allargato la visione del problema
meridionale a problema nazionale, e
abbiamo capito come le antiche
questioni del Mezzogiorno erano le
questioni dello Stato italiano,
erano le questioni della nazione
italiana, avevano le loro radici in
tutta
una storia di formazione di
classi e di strutture che risalgono
a tutta la storia del nostro Paese,
oggi i problemi non sono più
soltanto nazionali, e dappertutto
nel mondo ci sono le Lucanie, le
Lucanie di oggi.
Non soltanto, come diceva appunto il filosofo
americano, il Freedmann, che voi
conoscete benissimo, perché è
stato qui a fare l’inchiesta sui
Sassi di Matera, col titolo di un
suo libro, Lucania
è dentro di noi, ma la Lucania
è oggi dappertutto nel mondo,
dappertutto, dove esistono paesi
nuovi, nell’Africa, a Cuba, nel
Sud America, in Asia, nel Viet-Nam.
Il mondo contadino del Viet-Nam non
è lontano dal mondo contadino della
Lucania.
Il mese scorso io mi trovavo in Sicilia, partecipando
con Danilo Dolci ad una marcia,
manifestazione popolare di singolare
interesse, perché era un esempio di
tentativo di pianificazione dal
basso, di ordine veramente
democratico, condotto con la
partecipazione popolare dei
contadini siciliani della Valle del
Belice. E una notte siamo arrivati
in un villaggio sperduto, in uno dei
luoghi più miseri e più tragici
del feudo siciliano, nel paese di
Roccamena, che sta in mezzo a
distese desolate di feudi deserti.
In questo paese povero e tristissimo
c’era una riunione per discutere i
problemi locali. E insieme alle
discussioni della Valle del Belice
dei giovani proiettavano un
documentario sulla guerra del
Vietnam. In quella grande sala, non
teatro solenne come questo, ornato,
ma uno stanzone miserabile in un
paese povero dove la gente stava in
piedi perché non c’erano le
sedie, a lume di candela (avevano
spento la lampada per poter fare
delle proiezioni con una lanterna
magica), questi giovani proiettavano
le immagini della guerra del
Vietnam, mentre un altro giovane
leggeva alla fioca luce della
candela un commento a queste
immagini tremende.
In quella notte siciliana, in mezzo a quei contadini
io ebbi in un certo momento la
sensazione che non si trattava, e
non lo era, di un momento di
propaganda politica, anzi, che non
si trattava di un astratto interesse
verso vicende lontane, ma che
veramente quei problemi della Valle
del Belice, i problemi delle dighe,
delle irrigazioni, delle strade,
delle scuole, non si differenziavano
da quegli altri problemi, da quelle
altre immagini che a lume di candela
proiettavano su un muro screpolato e
bianco; e che noi eravamo veramente
per un momento in un luogo che era
il cuore del mondo, un luogo ignoto,
un luogo lontano in mezzo ai feudi
della Sicilia, che era per un
momento nel centro della storia.
Ora questo progresso solidale, questa partecipazione,
questo “essere con” centinaia di
milioni di uomini, questa condizione
che allarga i problemi del
meridionalismo tradizionale, mostra
nel popolo del Mezzogiorno una
maturità creata ogni giorno nell’azione
quotidiana che trova i suoi agenti,
i suoi portatori nei più ignoti
contadini, che trova i suoi poeti,
che deve trovare i suoi politici.
Non
parlerò qui di problemi
particolari, non sto facendo, come
vedete, un discorso di programma
politico, né un discorso tecnico,
però vorrei per un attimo fare una
vera parentesi che non c’entra in
quello che ho detto prima. Visto che
sono qui a Matera, vorrei soltanto
per un minuto accennare ad un
problema cui pensavo anche questa
notte passeggiando nei Sassi, alla
necessità della loro vita, della
loro esistenza come fatto vitale per
salvare un patrimonio architettonico
unico al mondo e che non si può
salvare se non dandogli una ragione
effettiva di esistenza, se non cioè
secondo le linee che ho cercato di
esporre anche nella mia relazione al
Senato, cioè rendendoli nuovamente
abitabili, senza voler riprendere le
stesse strutture, le stesse
abitazioni e gli stessi vicinati di
prima; trovandovi anche altre
destinazioni, ma rendendoli
veramente un fatto vivo e del resto
su questa linea lavorano architetti
e urbanisti che vengono qui sia di
Matera sia di Venezia sia di Napoli
sia di altrove e lavorano anche i
giovani di Matera, che hanno fatto
quell’importante lavoro sulle
chiese rupestri e sui tentativi di
dar vita al Sasso, e per cui
dovremmo evitare di ridurre il Sasso
di Matera, che vi ripeto è
effettivamente una delle meraviglie
dell’architettura popolare del
mondo, a un fatto morto. Non
possiamo ridurre Matera come ad una
città che ho visto nel Caucaso in
Georgia che si chiama Varsia e che
era una piccola città fiorente nel
XII secolo ma che poi venne
distrutta dai persiani e che adesso
non è che un insieme di buchi nella
roccia dove è rimasto soltanto l’antica
chiesa con degli splendidi affreschi
del XII secolo. Ma, invece, quasi
direi a segnare la vitalità del
mondo meridionale, deve ancora
riprendere una sua vita quotidiana e
reale. Perché anche su un problema
così particolare, così lontano
apparentemente da uno sviluppo
politico-sociale, si può dimostrare
la maturità del Mezzogiorno, e il
fatto che la coscienza
rivoluzionaria è il solo modo di
ridare valore alle radici del
passato, al suo linguaggio e anche
alla sua arte poiché, come ci ha
insegnato anche questo Gramsci, è
nella storia che esistono le
premesse di ogni possibile
rivelazione e rivoluzione.
Ora cari amici un ritorno a Matera come questo è per
me sempre una ragione profonda di
vita, un contatto con la realtà nel
suo farsi sempre nuova e sempre
legata a quei valori fondamentali
dell’uomo che qui ho imparato a
conoscere.
E’ un rapporto con ciò che esiste per la prima
volta: con quel mondo contadino che
attraverso tutte le difficoltà e le
crisi della sua creazione, della sua
autocreazione, anche davanti a
problemi sempre nuovi e sempre più
vasti, complessi e difficili, è in
cammino. Vi ricordate i versi di
Scotellaro: “E’
fatto giorno, siamo entrati in
giuoco anche noi / con i panni e le
scarpe e le facce che avevamo”. Con
le facce che avevamo, e qui con voi
ritrovo che abbiamo dato un’esistenza
nuova, e questo fatto, che Antonio
Gramsci aveva capito, è, insieme,
poesia e libertà.
QUEL SECOLO PRODIGIOSO
QUANDO VISSE CARLO LEVI
Di Gaetano Volpe
Rara temporum felicitas,
Ubi sentire quae velis
Et quae sentias dicere
licet.
(Tacito, Historiarum Libri, 1, 1)
CRISTO
SI E’ FERMATO A EBOLI
VISTO DAL QUADERNO A CANCELLI
Il “mio libro” lo definiva semplicemente Carlo
Levi. Egli ne aveva scritti diversi
e di non minore valore letterario e
poetico. Ma la più semplice
espressione indicava che il Cristo
si è fermato a Eboli, esprimeva,
conservava, il suo intero mondo. Il
“libro” vide la luce insieme con
la Liberazione, nel 1945, per i tipi
di Einaudi. Generazioni di giovani e
di intellettuali vi scoprirono un
mondo, e non solo il mondo
meridionale, che aveva nel Cristo un
originale documento programmatico e
storico. Tradotto in moltissimi
paesi esso richiamò l’attenzione
su un’intera civiltà “sepolta”.
Una delle fortune del libro fu certamente il titolo
che Levi volle dargli. Il titolo non
era di quelli che vengono dati “a
effetto” per sollecitare il
lettore, o, meglio, l’acquirente. Cristo si è fermato a Eboli riassume un intero programma e
giudizio storico. Levi lo presenta
scrivendo che, passati molti anni
dal suo confino a Grassano e poi a
Aliano in Basilicata, anni pieni di
guerra e “di quello che si usa
chiamare la storia” gli era “grato
riandare con la memoria a quell’altro
mondo” che stava serrato nel
dolore e negli usi antichissimi,
come “negato alla Storia e allo
Stato”, grato riandare a “quella
mia terra”. L’intellettuale
torinese sceglieva così una
cittadinanza culturale, in un mondo
che solo in apparenza era chiuso e
immobile, ma in realtà era un’intera
civiltà.
Le stagioni scorrono su questo mondo – scrive
ancora nella prefazione – come
tremila anni prima di Cristo, nessun
messaggio umano e divino vi è
giunto, né vi è arrivato il tempo,
né l’anima individuale, né la
speranza, né il legame tra le cause
e gli effetti, la ragione e la
Storia”.
Perciò Cristo
si è fermato a Eboli. Se un
messaggio vi giunge per la prima
volta – è il significato
interiore del libro – lo si deve
alla Liberazione e all’antifascismo.
La Liberazione sembrò allora non
solo il tempo della libertà dell’Italia
dal regime fascista ma il confine
oltre il quale l’Italia recuperava
se stessa e la sua
antichissima cultura umanistica nei
nuovi valori. Ha, in certo senso,
ragione Carlo Salinari, che, nel suo
sommario di storia della letteratura
italiana (III vol. vol. 363-366,
Editori Riuniti, 1978), scrive che
Levi indiscutibilmente appartiene al
neorealismo, ma con una sua propria
caratteristica “sia pure in modo
discutibile”. L’indagine
neorealista di Levi è assieme
indagine di cronista, di scrittore,
di storia e di filosofia. Lo vedremo
a proposito dell’intero corpo dell’opera
letteraria di Carlo Levi, sia pure
per sommi capi e per quanto è
lecito per un articolo che può
essere solo rievocativo. Nel
significato popolare più immediato
il Cristo fu accolto come la
denuncia di un abbandono da parte
dello stato e nel suo significato
letterale corrente: fino a Eboli si
è fermato lo stato, proprio come se
Cristo si fosse fermato là. Ce n’era
quanto bastava per rendere
drammatica, e in poche parole, una
denuncia politica che immediatamente
integrava il “meridionalismo”
bandiera sollevata dopo la
Liberazione, nel fervore delle lotte
politiche e degli studi sul tema,
come gli studi di Gaetano Salvemini
e di Antonio Gramsci.
Dalla lettura dell’intero libro emergeva già in
senso più profondo, storico e
filosofico, del titolo. Diviene
esplicito con il Quaderno
a cancelli, ultima opera di
Carlo Levi, scritta nel 1973, ciò
che prima era solo implicito ma
sempre abbastanza evidente.
"Nel luogo enigmistico dove si
è fermato, Cristo, che parlò per
enigmi, e inventò, o fu il figlio
di chi aveva inventato la Settimana,
il momento del cosiddetto riposo…in
quel riposo, in quella domenica di
Eboli, aveva capito non potere
banalizzare quello che era di là da
Eboli, non poterlo civilizzare,
cioè possedere, nella sua essenza
di selva di Accettura…”.
Accettura è situata tra i due
luoghi del confino di Levi nel
1935-36. Che il senso dell’abbandono
del mezzogiorno da parte dello stato
e del governo di Roma non convince
sta nella considerazione che quelle
terre, per secoli, avevano avuto una
loro capitale, Napoli, non Roma. Si
era conservata una civiltà perché
nessuno aveva potuto veramente
dominare, banalizzare, quei luoghi,
né i romani, né altri poteri
temporali. E quando quella civiltà,
irrompeva dopo la Liberazione nella
politica e nella cultura della
nazione e dell’Europa, queste si
arricchivano e la arricchivano. Era
una condizione storica di uscita
dall’immobilità secolare.
Noi vorremmo cercare e suggerire ancora qualche
considerazione filologica e storica.
Difendendo, molti anni dopo, il “suo
libro”, a Matera, commemorando
Antonio Gramsci (giugno 1967), Levi
diceva che egli non aveva inteso
valutare un mondo immobile, da
conservare nella sua staticità e
senza potenzialità dinamiche. “Se
abbiamo narrato quel mondo immobile
era perché si muovesse, e quel
mondo si era mosso, veramente in
modo rivoluzionario, secondo quello
che aveva in certo senso
preconizzato e creato nei fatti
Antonio Gramsci”.
Se finora abbiamo delimitato uno dei significati e
degli elementi del Cristo,
per i quali ci soccorre il Quaderno
a cancelli, la vera e più
completa collocazione storica del
suo libro, che rappresenta la sua
concezione, dev’essere ancora
fatta. Che ne è di quella
concezione, di quel programma, di
quella interpretazione? Ha resistito
al tempo, e a quale tempo?
Il Quaderno a
cancelli registra non la
perdita di validità dei motivi che
accompagnarono il risveglio della
Liberazione, ma qualcosa come il
tentativo di risospingere quel mondo
e quei valori nella penombra. Reca
la data del 14 marzo 1973 la poesia
inserita, fra le altre, nel Quaderno.
Ne riprendiamo alcuni versi, un
nucleo centrale: Non importa più che tu insista / a scrutare che cosa annebbia / e
schiarisce, deludenti e deluse / le
cose. Ti riprendono i giorni. / Ma
il giorno, perché non brilla / di
luce interna perché trema, /perché
le cose più entusiasmanti / non
mostrano l’usato splendore, / pare
una brace estrema / che dà ancora
il suo calore / ma non fiamme
avvampanti? / e ogni cosa, come i
Santi, / ha una scialba aureola…
(pag. 111).
Si completa così l’alta delimitazione temporale
del Cristo.
Ciò non vuol dire che, con il
passare del tempo, per virtù di
nuove esperienze, per rielaborazioni
degli anni della maturità, vi sia l’abbandono,
che pur certi suoi critici gli
richiedevano, delle concezioni
espresse nel libro.
Quelle concezioni furono sempre difese, riaffermate,
e confermate dai fatti. L’espressione nei
tempi della mia preistoria indica
solo la distanza, quasi senza tempo,
fuori del tempo, tra le aspirazioni
del “risveglio” che si era
verificato in quel mondo che era
allora immobile e la realtà
effettuale che lo aveva frainteso, o
ignorato, anche volutamente, perché
nella società potessero restaurarsi
quei rapporti fondati sullo
stato-baal delle epoche davvero
preistoriche e sopravvissute per
cause profonde, anch’esse
esaminate da Levi in uno scritto che
precede, in senso temporale, tutti
gli altri, ma che, dal punto di
vista logico e filosofico, sembra
riassumere l’intero pensiero
filosofico dell’autore.
Alludiamo, qui, al libro Paura della libertà, il saggio scritto nel 1939, nell’esilio, in
Francia, prima della stesura del Cristo
si è fermato a Eboli, ma subito
dopo la sua cruciale esperienza del
confino in Basilicata.
E così, il ricorso alla locuzione nei
tempi della mia preistoria va
interpretato nel suo vero senso
enigmistico, nel suo contrario. Il
punto più alto della storia del
secolo fu “quel risveglio”
contro cui si era eretta la “preistoria”
dello stato-baal, con il suo sistema
di rapporti, risalenti ai primordi
dell’uomo.
Se vogliamo, poi, ragionare nei termini politici e
delle culture sociali, l’affermazione
di Levi nel Quaderno, nel 1973, a brevissima distanza temporale dal tempo della Liberazione,
tra il 1943-1945, è una delle più
dure denunce di come in un breve
volgere di anni si fosse tentato di
baalizzare nuovamente non solo un
mondo sociale ma l’intera
coscienza del secolo.
Che non vi fosse stata alcuna abiura in Levi, nel Quaderno
a cancelli, lo dimostrano i
pochi versi, che abbiamo citato, le
cose più entusiasmanti, l’antica
scintilla, la brace estrema dà
ancora calore.
Quel mondo poetico del risveglio è il vero nucleo
che rivela il fatto entusiasmante.
IN questo mondo poetico, Carlo Levi
collocò Rocco Scotellaro, il poeta
contadino della Basilicata, e la sua
opera espressa tutta in poche
parole: è
fatto giorno, siamo in gioco anche
noi, noi che lo stato-baal volle
ai margini.
L’OROLOGIO
E IL TEMPO DI UNA POLITICA
Come ogni corpo reca con sé il proprio anticorpo,
così le distinzioni del tempo, che
noi numeriamo, suddividendolo in
giorni, anni, secoli, non devono
indurci a tracciare confini così
netti nell’evoluzione sociale o
nella vita biologica. Non si era
ancora conclusa, infatti, la fase
della costruzione del nuovo mondo
sorto dalla Liberazione e già
emergevano i sintomi, i prodromi,
della restaurazione.
Carlo Levi fu anche il cronista e il
veggente dei fatti del tempo.
Il libro L’orologio,
scritto nel 1950, pochi anni dopo il
Cristo,
è non solo una cronaca precisa
e minuta della vita politica e di
protagonisti, o semplici uomini, che
costellarono gli avvenimenti dell’immediato
dopoguerra, e prima del referendum
monarchia-repubblica del 1946, ma
anche una riflessione circa i grandi
momenti e attese storiche di un dato
tempo, che sono tali, grandi, come
risultante di innumerevoli rapporti,
aspirazioni o interessi e volontà,
pur essendo costituiti dalle
minuzie, o addirittura banalità,
della sorte quotidiana dell’uomo,
nel nostro caso, della vita degli
italiani negli anni del dopoguerra
in cui si scontrano attese e alti
ideali con le pochezze ataviche.
Solo in apparenza L’Orologio
è una cronaca minuta, sia pure
assolutamente veritiera, e tale da
essere testimoniata di cose che, a
esempio, senza le registrazioni
neorealiste, sarebbero andate
perdute, o esageratamente sublimate
in un’unica espressione resistenza
e liberazione, ma in realtà
assai più complesse e labirintiche.
E solo nel Quaderno
a cancelli, 1973, alcuni approdi
possono essere visti, ma già
allora, 1950, o meglio, 1945, il
tempo al quale L’Orologio
si riferisce, i prodromi di una
vicenda, i sintomi “biologici”
operanti nella società, sono
individuati e esposti.
Così la misurazione del tempo è apparentemente
limitata all’immediato periodo
post-liberazione, ma è anche
liberamente assunta come ricorrenti
cicli o punti di una parabola.
Alla fine del 1945 già si concludeva la fase
politica dei governi espressione del
Comitato Nazionale di Liberazione
con la crisi e la caduta del governo
Parri.
Quei giorni occupano, in certo senso, il centro de L’Orologio.
“Ora c’è la crisi del governo
– gli dice Ferrari…leggono che
gli operai del Nord e il contadini
del Mezzogiorno protestano contro la
crisi, e manifestano la loro
solidarietà… Non riusciremo a
salvare il governo della Resistenza…purtroppo
non ci riusciremo” (pag.95), e
più avanti, vi è descritto Parri,
presidente del Consiglio dei
ministri, del governo posto in
crisi, che espone i motivi della
crisi e i suoi retroscena
pretestuosi, e conclude: “la
diagnosi era dura, e esatta: ritorno
di un vecchio mondo, tentativo di
annullare tutto quello che era stato
fatto, e, infine, la grande parola: colpo
di stato” (pag. 150). Le
pagine precedenti – 147-149 –
contengono la descrizione poetica,
drammatica di quella vicenda
impersonata dall’uomo della
Resistenza che appariva “estraneo”
al mondo dello stato-burocrazia-baal,
ma che rappresentava “o ne era
piuttosto costruito, qualche cosa
che non è negli schemi politici;
una cosa nascosta e senza nome,
eguale in tutti e indeterminata,
ripetuta milioni di volte in milioni
di modi eternamente uguali: i morti
freschi sotto la terra, la
sofferenza di ogni giorno, e il
coraggio che la nasconde” (pag.
148). Parri, scrive Levi, aveva il
viso del “dolore degli altri”,
e, in quel clima, egli “era
diverso, come straniero” e quindi
“nessuno avrebbe potuto
contemplare in lui, messi alla
ribalta, i propri vizi e le proprie
virtù”. Ma qui, invece che
continuare, invitiamo a leggere, o
rileggere, con la maturità degli
anni, il testo di quelle pagine
bellissime e poetiche di Levi, e non
solo quelle, essendo tutta la sua
opera collocabile al vertice
simbolico di una parabola.
Di quegli avvenimenti, per giustificare Alcide De
Gasperi, parla Andreotti nell’intervista
a Gambino su De Gasperi (1977, Saggi
tascabili Laterza). Andreotti
ricorda il primo incontro tra De
Gasperi e Parri in un corridoio di
Montecitorio e sembra confermare il
quadro fatto da Levi: “De Gasperi
rimase molto colpito dagli aspetti
fisio-psichici di Parri, dalla sua
sincerità, dalla sua serietà, dall’onestà
con cui chiedeva collaborazione
(pag. 53). Poi – dice Andreotti
– alla fine dell’estate (1945) i
liberali si accodarono con De
Gasperi, il quale asserì che “se
le cose andavano in un certo modo e
lui fosse stato designato alla
presidenza del consiglio, non si
sarebbe tirato indietro” (pag.
56). Nessuna motivazione fondata
contro Parri. E Carlo Levi, con la
sua cronaca tra storia e poesia,
esprime in mondo ideale della verità che da nessun punto di vista si presta
a confutazioni.
L’intreccio dei fatti non è lineare. Pochi mesi
dopo la Repubblica vinse nel nome di
quegli stessi ideali della
Liberazione contro cui già era
operante l’anticorpo, l’antistoria,
la preistoria.
L’UNITA’
ORGANICA DELL’OPERA DI LEVI
E IL MONDO POETICO E
LETTERARIO DELLA VERITA’
Parlandone, o scrivendone, successivamente, Levi
stabilisce un nesso tra le sue opere
(L’invenzione
della verità, raccolta di
scritti 1922-74, Coraggio dei miti, a cura di Gigliola De Donato, Bari, 1975, De
Donato editore).
Mi pare che nei miei libri – dice Levi – si possa
trovare l’espressione del rapporto
con una realtà, che dapprima è
immobile, nel Cristo si è fermato a Eboli, poi, attraverso un rapporto amoroso,
la realtà che ne nasce acquista
vita e movimento, come nel mondo de L’Orologio,
animato e mosso dalla “pura
energia liberata, fuori dall’immobilità
delle convenzioni”; poi il
movimento
si obiettiva nell’azione,
entra nella realtà come organismo,
trova, drammaticamente, la sua
giustizia, afferma la sua libertà,
si apre alla parola: è il mondo di Le parole sono pietre. Questa successione che è avvenuta in me –
così conclude l’articolo L’Invenzione
della verità – e che si è
espressa nei miei libri, “mi pare sia la stessa che caratterizza dappertutto, e in tutti, il
nostro tempo nel suo crescere e
progredire” (pag. 124). E’
lo stesso concetto, qui definito
come il punto più alto di una
parabola, nel Ventesimo secolo.
Nel libro Le
parole sono pietre (Einaudi,
1955, pag. 139) lo stesso concetto
era stato ancora meglio precisato.
La donna, questa donna, che si è
fatta in un giorno (la madre di
Salvatore Carnevale ucciso dalla
mafia sul sentiero che da Sciarra,
in Sicilia, porta alla cava di
pietra dove Salvatore lavorava)
rompe un’antica usanza del
silenzio, e
le lacrime non sono più lacrime ma
parole, e le parole sono pietre.
Francesca Serio parla con durezza,
con una profonda assoluta sicurezza,
con una certezza che asciuga il
pianto e la “fa spietata”.
Il risveglio di Francesca Serio è un fatto epocale,
che avviene per la prima volta nella
storia della Sicilia. In altri tempi
“l’autorità avrebbe fatto le viste
di indagare”, “ma tutto sarebbe
finito nel silenzio, come tutte le
altre volte”, “si sarebbe
parlato di un delitto privato”. Ma
questa volta, per la prima volta
nella storia della Sicilia, non è
stato così. La madre di Salvatore
ha parlato, ha denunciato
esplicitamente la mafia al tribunale
di Palermo. E’ un grande fatto,
perché rompe il peso di una legge,
di un costume il cui potere era
sacro. Cambiò qualcosa nel
paese, dove tutti erano terrorizzati
e nessuno andava a vedere il
cadavere. Poi, “la denuncia ha
scacciato il terrore…tutti si
sentivano solidali sulla strada
giusta, come al centro del mondo”.
Quando Levi commentò più tardi a Matera Antonio
Gramsci, e vi difese il suo libro,
avrà certamente pensato, con il
giusto orgoglio dell’amico e del
poeta, che anche quel libro aveva contribuito, come in effetti disse, al risveglio, così ponendosi
da quella parte della storia che
rappresenta quel risveglio.
Si era trattato, nei tempi più acuti del secolo, di
un parto sovrumano, di cui il mondo,
per ridestarsi, era stato capace. A
quali confini di orrore si fosse
giunti tra il 1940 e il 1945 ormai,
forse, è una memoria che si vuole
rimuovere dalla storia e dalla
psiche umana. Ne parla ancora Carlo
Levi nella prefazione di un libro
successivo, che riferisce di un
viaggio in Germania, La
doppia notte dei tigli, Einaudi,
1959. Giungere in Germania, ancora
nel 1959 o 1964, riportava la mente
e tutti i pensieri del viaggiatore
alla tragedia che si era svolta e
sembrava ancora presente pur nel
fervore dell’opera della
ricostruzione. Così la prefazione
è un tributo conscio all’inconscio
che fa pesare, nelle generazioni che
l’hanno vissuta, quell’antica
reincarnazione di una tragedia
mefistofelica. Infatti, il titolo
del libro, riprende un verso dal Faust
di Goethe, in cui si narra del
guardiano della torre che scruta e
vede nella notte incendi e segni di
massacro ovunque, Durch
den Linden Doppelnacht, per “la
doppia notte dei tigli”.
Dunque, ricorda Levi, nella prefazione, quanto soleva
dire degli stermini nazisti Umberto
Saba, cioè che, dopo Maidanek, dopo
i noti orrori del nazismo, tutti
gli uomini sono in qualche modo
diminuiti, tutti, vittime e
carnefici, e lo saremo per molti
secoli ancora. Al giudizio,
quasi biblico di Saba, vero dal
punto di vista della continuità
della memoria biologica e storica
degli uomini, Levi, che pure
considerava con affetto grandissimo
Umberto Saba, oppone l’altra
verità, anch’essa vera nella
dialettica
umana: e
tuttavia, anche dall’estremo del
disumano, un nuovo momento umano può
germogliare (pag. 5). Quel
momento si è verificato, e come
allora, al culmine della parabola,
come vi fa seguito la curva
discendente, amaramente descritta
nel Quaderno
a cancelli, in nuovi tempi, nel
susseguirsi dei cicli storici, un
altro culmine può darsi alla storia
e alla vita dell’uomo. E così,
ancora una volta, il messaggio di
fiducia del Cristo
e de Le
parole sono pietre, ponendosi in
un ambito filosofico, in una
concezione esplicitamente dialettica
che fu patrimonio del migliore
neorealismo, proietta il suo valore
sul futuro, come affonda l’esperienza,
da cui nasce, fin nei primordi.
Pensiamo di poter escludere che Levi abbia mai
ripudiato anche minime parti del Cristo.
Del resto, ma l’esperienza del
confino in Basilicata, a Grassano,
poi nel più remoto comune di Aliano,
e la stesura del libro intercorrono
circa dieci anni – 1936 –1944/1945
– e, conoscendo l’autore, deve
dedursi che la vita e le vite di
quel tempo siano state rielaborate
lungamente prima che vedesse la luce
la riflessione del Cristo.
Il
futuro ha un cuore antico (1956)
descrive un incontro con un gruppo
di studenti della università
vecchia di Mosca. Ai giovani, che lo
interrogano sul Christos
ostanovilsja v Eboli, egli
risponde che, davvero, alcuni di
loro hanno compreso lo spirito
notando che alle pure conoscenze
teoriche il libro ha fatto
subentrare persone vive, altri,
invece, mostrano dissenso, “ma con
tono di amicizia”, “con dolcezza
ridente”, e quindi in forma assai
diversa “dalle obiezioni nel mio
paese talvolta con l’aspetto di
inquisitori di Spagna” (pagg. 254
e seg.). Se deve ritenersi che un
libro è talvolta molto più
meditato che una conferenza deve
dedursi che le analisi del Cristo vengono confermate nel tempo resistendo all’usura che a
volte i fatti apportano alle cose e
ai detti e resistendo alle critiche,
che, d’altra parte, costellarono
il breve tempo in cui il neorealismo
fu al suo apogeo.
Il riferimento ricorrente al neorealismo, come prima
abbiamo ricordato, indica i valori
delle espressioni artistiche e
culturali di un tempo originale e,
in certo senso, irripetibile, nel
quale la nostra generazione ha avuto
in sorte di vivere. Si può anche
dire che è stato veramente il
tempo, e un luogo, della rara
felicità, dove poter sentire in
libertà e in libertà esprimere il
sentire, di tacitiana memoria. Va da
sé che non possiamo riferirci al
regno filosofico della libertà,
incontrastata, ma della condizione
umana, quasi di massa, di uno stato
di “libertà dalla paura”. Il
neorealismo fu, così inteso, un
comune denominatore, una risultante
di forze naturalmente distinte, e
ciascuna con propri caratteri
originali. A esempio, fra gli
abbozzi di rappresentazioni
psicoanalitiche di Alberto Moravia e
la vertiginosa, labirintica,
profondità che si ritrova negli
scritti di Carlo Levi, primo fra
tutti Paura
della libertà, può
rincontrarsi solo quel comune
denominatore, democratico,
antifascista, libertario, fiducioso,
che riassunse la cultura
irripetibile che noi avemmo la
fortuna di vivere, quasi una
necessità attribuibile al fato,
alla storia con le sue leggi
naturali e fatali.
Implicite o esplicite nel lavoro di Levi appaiono
solidissime radici culturali, fra
cui il classicismo tedesco, Goethe,
Kant, con i loro addentellati con l’illuminismo
o lo Sturm
und Drang. Così hanno ragione
Salinari e Gigliola De Donato circa
la delimitazione che va tenuta
presente quando si voglia ricondurre
Levi soltanto alla stagione, pur
luminosissima e irripetibile, del
neorealismo. Possiamo quindi qui
ricordare anche l’opinione,
manifestata in altro tempo, in cui
si formava una autonoma cultura
italiana più collegata alle
tendenze europee e libera dai
provincialismi, di Benedetto Croce.
Nella sua storia della letteratura
della nuova Italia egli optò per
esporre il rilievo dei singoli
autori piuttosto che ricondurli a
correnti letterarie e ideali,
ciascuno essendo, infatti, come una
delle forze che compongono il quadro
e determinano il comune
denominatore.
Uno dei caratteri, quasi una legge, della poesia
giunge a Levi dalla matrice del
classicismo tedesco, la poesia della verità, come metodo, stato d’animo, disposizione
artistica, e, di conseguenza,
spirito polemico. Levi ne parla in
uno scritto, forse il testo di una
intervista, trovato, senza
riferimenti di luogo e di occasione,
fra le sue carte, e pubblicato nel Coraggio dei miti (121-124): Invenzione
della verità. Egli parla della
poesia in senso lato, non solo dei
versi, ma anche della prosa, della
pittura, della manifestazione
artistica, del linguaggio espressivo
dei sentimenti, e, appunto dice che
la poesia
è l’invenzione della verità. La
poesia non deve inventare alcunché.
Essa esiste nella realtà, nella
natura, nella loro ricchissima
varietà, superiore a qualsiasi
astratto fantasticare.
Anche la fantasia del poeta
diviene concreta quando è
predisposizione, artistica, quasi
scientifica, di sapersi volgere alla
natura, di saper vedere e saper
descrivere. E’ la medesima
teorizzazione del classicismo di
Goethe, della Dichtung und Wahrheit, uno dei famosissimi libri di Goethe, appunto Poesia
e verità. E’ lo stesso
discrimine di cui scrive Benedetto
Croce nel 1922 nel libro Poesia
e non poesia (Laterza). Il
breve scritto-intervista cita, fra i
vari esempi
della poesia, quel ricorrente
mondo della Basilicata: “io venni,
a un certo punto della mia vita,
costretto dal governo fascista del
tempo a vivere in uno sperduto
villaggio della Lucania, strappato
al mondo che mi era noto, nascere
una seconda volta; dalla
civiltà razionale (Torino) in un’altra
civiltà e in un altro mondo, a
inventare la poesia: e quella
vita, coi suoi nuovi rapporti, fu
una violenta poesia della umanità
ancora non nata, dove le lingue si
sciolgono a nuovi e antichissimi
linguaggi”. La poesia della
verità è quella che trasforma le
parole in pietre, che, anche
levigatissime come poesia,
colpiscono, come la parola di
Francesca Serio, come deve essere la
poesia, a guisa del marmo
levigatissimo della Pietà. Talvolta, non le singole verità dei fatti e dei mondi
rappresentati in quella stagione
fulgidissima furono rifiutate,
bensì la filosofia della verità
urtò contro le concezioni della verità di stato. Con il tempo i contrasti si sono in gran parte
sopiti, saggezza del tempo, oppure
anche scomparsi, o travolti dai
riflussi di un’epoca
altra, che fa dire a Levi del Quaderno
a cancelli “al tempo della mia
preistoria quando scrissi di quel
mondo contadino laborioso…” Quel
mondo fu veramente straordinario e
irripetibile, non paragonabile alle
altre epoche “di risveglio”
conosciute dalla storia, quando alla
rinascita presero parte soltanto
avanguardie umane o intellettuali.
Questa volta, fra il 1930 e il 1950,
esso è raggiunto da miliardi di
uomini della terra. Se con la
svastica sulla Torre Eiffel, quel 14
giugno resta come la data simbolica
della fine di un mondo di civiltà,
di arte, di cultura (in Paura della libertà), quella fine scosse in profondo il pianeta che
dall'estremo del disumano raccolse
la sua vitalità con un'estensione
mai conosciuta. Questo grande flusso
potrebbe anche cessare, il breve,
intenso risveglio valica, però, il
tempo, fattosi cultura e costume.
FINCHE’ ROMA GOVERNERA’ MATERA…
L’impossibilità di intendersi fra gli uomini
politici e “i miei contadini”,
dice verso la fine del libro, quando
riassunse ogni riflessione storica e
di costume, sta nel fatto che
qualsiasi stato, dittatoriale o
democratico, se è centralizzato è
anche lontano. Ne sono derivate le
astrattezze delle soluzioni non mai
aderenti a una realtà viva.
Quindici anni di fascismo, quanti ne
erano trascorsi tra il colpo di
stato del 1922 e il tempo del
confino, avevano fatto dimenticare a
tutti il problema meridionale.
Coloro che se lo riproponevano lo
facevano in modo strumentale, in
funzione di una generica mediazione,
di partito o di governo, oppure
vedendo in esso un puro problema
economico e tecnico, di opere
pubbliche, di bonifiche, di
necessaria industrializzazione, vale
a dire di colonizzazione interna.
Taluni si riferivano a vecchi
programmi socialisti “rifare l’Italia”.
Altri ancora ci vedevano una triste
eredità storica, di servitù
borbonica, che una democrazia
liberale avrebbe gradualmente
eliminato, mentre altri vi vedevano,
schematicamente, una oppressione
capitalistica risolvibile con la
dittatura del proletariato.
Vi sono anche altri – scrive Levi (pag. 220) –
che hanno scritto o pensato “a una
vera inferiorità di razza”, del
“sud come
un peso morto per l’Italia
del nord”, e studiavano le
provvidenze per ovviare dall’alto
a un doloroso stato di fatto.
Sembrano come scritte oggi, 1992. Spesso Levi ne
aveva discusso a Aliano, durante il
confino, e lo avevano guardato con
stupore quando aveva detto che lo
stato, come essi lo intendevano, era
invece l’ostacolo fondamentale a
che si facesse qualcosa. “Non può
essere lo Stato, aveva detto, a
risolvere la questione meridionale, per la ragione che quello che noi chiamiamo problema meridionale non è
altro che il problema dello Stato”.
Si potrà colmare l’abisso tra lo stato e i
contadini quando riusciremo a creare
una
forma di Stato di cui anche i
contadini si sentano parte. Questa
tesi di Carlo Levi non è altro che
il concetto di Stato-comunità, e
non Stato-governo, che i costituenti
delinearono, tra il 1946 e il 1947,
nella Costituzione, dichiarando che
la sovranità è del popolo che la
esercita nel concreto per mezzo
delle sue libere associazioni. Sono
necessarie le opere pubbliche –
egli continua – ma non risolvono
il problema. I piani centralizzati
possono anche avere grandi risultati
pratici, ma resterebbero sempre due
Italie ostili. E elenca poi altri
due aspetti del problema, quello
economico e quello sociale del
latifondo e della terra. Ma il
problema, che li riassume tutti, è
quello politico e delle strutture.
E, infine, il distico, giudizio
politico e profezia: Finché
Roma governerà Matera, Matera sarà
anarchica e disperata, e Roma
disperata e tirannica. La nuova
strada si chiama “autonomia”,
del comune rurale, come della
fabbrica, delle scuole, delle
città, di “tutte le forme della
vita sociale”. Con il nuovo stato
potrà cessare lo stato idolatrico
che dalla notte dei tempi ha
penetrato ogni fibra dell’uomo. Lo
stato-idolo riporta l’umanità
alla condizione originaria di massa
(Paura
della libertà, pag. 113), al
terrore della propria identità.
Il libro che, dal suo titolo, e scritto negli anni in
cui (1939) sembrava trionfare il
fascismo, pare indicare la paura di
questo regime per gli uomini liberi,
è invece una storia biblica che
corre per i tempi per la conquista
interiore della libertà, vale a
dire un fatto che va oltre ogni
epoca.
Se questo scritto, che si colloca nell’ambito delle
celebrazioni del XXV della
fondazione dell’associazione degli
emigranti, di cui Levi fu il primo
presidente, è riuscito a
incuriosire, per l’attività del
pensiero dell’autore del Cristo,
il lettore, a rileggere, o i
giovani a leggere per la prima volta
quelle opere sorte nel culmine di un
secolo prodigioso, a incuriosire o
interessare anche una sola persona,
allora anche il suo estensore ne
sarà soddisfatto, perché la
lettura di Carlo Levi farà il
resto.
OPERE DI CARLO LEVI
Editrice
Einaudi, CRISTO SI E’ FERMATO A
EBOLI, 1945, il più famoso
racconto, originale classico del
neorealismo, che segnò la scoperta
di una civiltà – il Mezzogiorno
contadino – con i suoi valori
primordiali e attuali.
PAURA DELLA LIBERTA’, 1946, scritto in Francia nel
1939, scopre il volto idolatrico
delle istituzioni, così dato quando
l’uomo ignora la sua libertà.
L’OROLOGIO, 1950, una leggiadra autobiografia nella
storia del dopoguerra (Carlo
Muscetta).
LE PAROLE SONO PIETRE, l’antico dolore della
Sicilia non ha più il peso della
rassegnazione.
IL FUTURO HA UN CUORE ANTICO, 1956, il mondo arcaico
e giovane dell’URSS, narrato dal
letterato filosofo.
LA DOPPIA NOTTE DEI TIGLI, 1959, reportage sulla
Germania divisa, in uno sfondo
mefistofelico di scissione immemore
di sé.
TUTTO IL MIELE E’ FINITO, 1964, una Sardegna di
pietre e pastori popolata da uomini
moderni e vivi.
QUADERNO A CANCELLI, 1979, postumo. “Carlo vive
dentro il cerchio fermo della sua
totale armonia con il mondo”
(Linuccia Saba), editrice De Donato.
IL CORAGGIO DEI MITI, 1975, raccolta di articoli e
saggi dal 1924 al 1974.
SCRITTI
E DISCORSI IN SENATO E NELLA FILEF
(Emigrazione Filef, 1975, n. 12); Il
governo Moro, una scelta storica,
21.12.63; Riconoscere la Cina
popolare, 16.2.64; Il patrimonio
culturale, linguaggio e
individuazione storica, 14.4.64; Il
vicario di Hochhuth, 17.2.65;
Occupazione della diga del Jato,
15.6.65; Le mille Agrigento,
20.10.66; La peggiore legge di
polizia , 27.6.67; Le bombe non
vincono, il Vietnam ha vinto,
22.10.67; Una scissione di due
momenti di una rivoluzione
creatrice, 31.8.68; Non più cose ma
protagonisti, editoriale del 1°
numero di Emigrazione-Filef; La
strategia della tensione, 1111.8.69;
Emigrazione e struttura, 9.4.70;
Immigrati a Milano, 24.10.71; Una
nuova politica, una nuova cultura,
discorso conclusivo del 3°
congresso della Filef, Bari,
29.12.71; Perché le Regioni,
Perugia, relazione alla prima
conferenza regionale dell’emigrazione,
7.7.73; Quel volgo disperso e senza
nome, 14.1.74; Per Giuseppe Di
Vittorio, ottobre 1974; Siamo in
gioco anche noi, 20.11.74.
|