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C A R L O    L E V I

A  C E N T O   A N N I   D A L L A   N A S C I T A

TORINO 29 NOVEMBRE 1902  -  ROMA 4 GENNAIO 1975


NON PIU’ COSE MA PROTAGONISTI

L’articolo scritto da Carlo Levi per il primo numero di “Emigrazione”, il mensile della FILEF (15 novembre 1968)

La Federazione italiana lavoratori emigrati e famiglie (Filef), dopo i primi mesi di preparazione e di inizio di organizzazione, dà principio alla sua concreta attività, in Italia e in tutti i Paesi di emigrazione, in tutti i campi, e ai vari livelli in cui la sua attività deve manifestarsi. La sua esistenza nasce da una necessità attuale, dai modi nuovi di una condizione umana antichissima, da una nuova coscienza che è sorta e si è maturata in questi anni nel mondo dell’emigrazione, che ha dato una nuova dimensione e un nuovo significato ai suoi problemi, che ha imposto, o va imponendo, anche a chi abbia interesse di nasconderlo o di rifiutarlo, la consapevolezza dell’emigrazione come uno dei problemi fondamentali della nostra società, della vita della comunità nazionale.

Il fenomeno dell’emigrazione, resa forzata da strutture economiche e politiche che non consentono, in patria, condizioni possibili di lavoro e di vita a una larga parte di cittadini, non è mai stato finora considerato nella sua ampiezza e gravità, nel suo carattere determinante di un sistema sociale e economico che su di essa si fonde, che la rende obbligatoria, e che non potrebbe per ciò, senza una sua radicale trasformazione, estinguerla, o ridurla a problema marginale. E poiché l’emigrazione, con i suoi aspetti di espulsione dalle proprie radici e dalla propria terra, di rottura dei legami culturali e familiari, di esilio in paesi di costume e di lingua diversi, è in se stessa una realtà drammatica, piena di infinite tragedie, sacrifici e dolori, e non può non essere sentita che come una colpa collettiva, si è sempre cercato di nascondere i veri caratteri, di considerarla come un fenomeno naturale quasi esterno alla società nazionale, o di tacerne, o di coprirlo con l’ipocrisia dei buoni sentimenti e del paternalismo assistenziale, o dei falsi miti nazionalistici del nome d’Italia e del lavoro italiano. In queste condizioni, l’emigrante forzato, dopo essere stato espulso dal proprio paese, era del tutto abbandonato, e costretto a un reale e servile esilio.

Ma in questi ultimi anni, in cui con straordinaria intensità e rapidità, in tutti i paesi del mondo, popoli e classi subalterni, rompendo la propria soggezione coloniale, sono andati, in modi diversi, affermando una nuova coscienza e una nuova libertà, anche il mondo della nostra emigrazione si è mosso dalla precedente condizione di immobilità, si è fatto, o si sta facendo, consapevole della propria realtà, dei propri bisogni, dei propri caratteri, della propria forza. E tutti coloro che si occupano, da vari punti di vista, del fenomeno dell’emigrazione, devono ormai tener conto di questa sua nuova realtà in sviluppo.

E’ questo modo moderno di affrontare i problemi della emigrazione, è questa maturità dei tempi, che ci ha mostrata come necessaria la fondazione della federazione, ci ha indicato gli indirizzi del suo lavoro. E’ un movimento, che superando ogni limitazione e visione di parte o di partito, e rifiutando ogni paternalismo, prende forma secondo il principio dell’autonomia. Di esso devono fare naturalmente parte le associazioni autonome degli emigrati nei vari paesi, quelle che esistono e quelle che si andranno formando, e i singoli emigrati; e le loro famiglie nei paesi d’origine, e tutti coloro che, per diversi rapporti, sono, in qualche modo, toccati e determinati nella loro vita dal fenomeno dell’emigrazione. La federazione dovrà essere l’organismo democratico e lo strumento d’azione di quei milioni di italiani che riuniti da una condizione umana comune che li pone naturalmente a fianco di tutti gli uomini di ogni paese che lottano per la propria libertà e dignità umana, vanno riconoscendosi, non più cose o passivi strumenti di lavoro, ma come protagonisti. Perciò la federazione affronterà, con questo spirito nuovo, tutti i problemi dell’emigrazione: da quelli immediati e concreti, non più accettati come dono dall’alto, assistenza e beneficenza, ma affermati come diritto da conquistare con la lotta; a quelli fondamentali delle strutture economiche e politiche, e delle cause reali del fenomeno emigratorio, da emendare e modificare con la forza operante dell’organizzazione; quella continua inchiesta di base, presa di coscienza permanente e quotidiana della propria realtà; alla affermazione di un proprio valore di cultura.

Il bollettino che inizia oggi la sua pubblicazione vuole essere, per ora, null’altro che un rendiconto sommario delle prime attività della federazione, e un contributo modesto, anche per l’iniziale scarsità di mezzi, allo sviluppo di questa realtà. Ma è nostro proposito e speranza che esso debba presto svilupparsi in un più largo e permanente strumento, che rappresenti, ad opera degli emigrati e delle loro organizzazioni che ne diventeranno i naturali redattori, la voce stessa dell’emigrazione, il luogo della sua espressione autonoma di nuova coscienza e di nuova realtà.

Di fronte alla consapevolezza degli emigrati che partecipavano nel gennaio 1967 alla Conferenza di Roma, avevo detto, concludendo un mio intervento, che l’emigrazione non poteva più oggi, nella realtà e nell’animo degli emigrati, essere “il passivo esilio dei poveri, considerati una razza inferiore da espellere. E’ oggi – dicevo – una battaglia che si combatte, fino in fondo, fino alle sue più remote conseguenze”.

Una battaglia contro l’alienazione, contro la servitù. Una battaglia che sta sullo stesso piano di quelle sociali per la terra, per il lavoro, per la libertà, a fianco di quelle che vedono popoli interi liberarsi della condizione coloniale e affacciarsi, nuovi alla storia; della grande lotta per un mondo umano. Così l’emigrazione, che è nei fatti, servitù, condizione coloniale, sacrificio rituale, mutilazione, razzismo, che è strumento di potere e mezzo di conservazione, diventa, per la nostra nuova coscienza, un punto di partenza per il rinnovamento totale della società, lo strumento della nuova cultura, il principio di una organizzazione operante, la leva per spostare il peso delle vecchie strutture, il nuovo elemento delle lotte operaie in Italia e in Europa, il lievito per spostare i paesi immobili; la ragione di un giudizio e di una condanna; il senso di una grande solidarietà storica mondiale, la scoperta e la rivelazione di una verità”.

Con questi pensieri, con questi sentimenti, con queste certezze che sono la realtà nuova e vivente dell’emigrazione, ci mettiamo oggi, tutti insieme, fraternamente al lavoro.   

EMIGRAZIONE E STRUTTURA

Che milioni di italiani si trovino dalla nascita nella posizione di uomini senza speranza, è uno scandalo che è prova del carattere autoritario delle strutture del Paese.

Discorso al Senato -  9 aprile 1970

Levi – Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, signori senatori, se anche questa volta, come in occasione di tutte le precedenti discussioni sulla formazione di un nuovo Governo, ho chiesto di parlare qui, lo farò tuttavia il più brevemente possibile, e soltanto o soprattutto, per richiamare l’attenzione su un problema fondamentale della vita del Paese, da cui tutti gli altri sono in qualche modo condizionati.

Non intendo dunque parlare delle questioni generali, della struttura politica del nuovo Governo, delle vicende della crisi, né soffermarmi in una analisi delle sue cause e del suo significato. Non intendo parlarne in primo luogo perché ne ho già parlato, e fin troppo a lungo, abusando della vostra pazienza, al tempo della crisi precedente, nell’agosto scorso, quando avevo cercato di mostrare  come la crisi non fosse tanto quella di quel particolare Governo, ma la crisi del cosiddetto centro-sinistra: crisi implicita, fin dal suo primo momento di anacronistiche speranze e illusioni, nella natura stessa e nella sostanza e nella storia delle sue componenti, la socialista e la democratico cristiana, dove, come dicevo, la preparazione tecnologica avanzata dalla Democrazia cristiana in funzione di un conservatorismo moderno non poteva non prevalere sull’utopia socialista di un riformismo contraddittoriamente preparatore di mutamenti di struttura.

E’ facile allora, senza bisogno di essere profeti o figli di profeti, prevedere tutto quello che sarebbe avvenuto poi e che era già pronto negli avvenimenti e nella loro storia: la crisi, o, probabilmente, le crisi successive, sempre meno motivate nella realtà, l’affievolirsi e lo spegnersi di ogni tensione ideale e di ogni rapporto vero con le cose, fino al ridursi della lotta politica a una pura lotta di potere, dove tutti i problemi (che nella realtà hanno corpo e vita e sono fatti di uomini, di fatica e di dolore) si svuotano in schemi, in simboli, in bandiere, in pretesti di potere, in astuti compromessi verbali, come ad esempio la “delimitazione della maggioranza” o il “Governo organico”, o la formula per il divorzio, a proposito della quale l’amico senatore Galante Garrone ha opportunamente citato la favola di Bertoldo, e forse avrebbe potuto anche citare La Fontaine o Buonaventure Des Périers o magari le facezie del Poggi.

Se prendessi anche un solo momento per buone, senza demistificarle, queste formule e astratte contese, anche se per oppormivici, il parlarne soltanto mi darebbe l’impressione penosa di partecipare a una stanca replica di una sacra, o profana, rappresentazione dove ciascuno svolge una parte predeterminata e prevedibile, e tutto è già in qualche modo scontato, anche l’opposizione più cruda: dove il solo problema è di entrare in palcoscenico come attore (sia pure nella parte, ormai da secoli risaputa e del tutto innocua, del diavolo). Accettare la convenzione teatrale, accettato il linguaggio di scena, non c’è posto che per quella finzione, non c’è altra uscita. Non c’è alternativa. Tutto diventa inautentico, anche le cose che erano sentite e vere; le idee, formule; le teorie, pseudoconcetti.

Non c’è alternativa come suol dirsi, e come usa dirsi del centro-sinistra, che del resto non è più tale se non come vuota espressione o sclerosato ricordo. Dove non c’è alternativa non c’è prospettiva o progresso. Ma solo la morte, e il centro-sinistra, non hanno alternativa: la vita si apre da ogni parte, e progredisce e si alterna come il respiro e il battere del cuore.

Del resto, la cosiddetta mancanza di alternativa – che riporta, per pretesa difesa della libertà, la vita politica ad un mondo di assoluta necessità, dove non vi è posto per le espressioni della libertà – non è che una formula che serve a coprire la volontà di non fare alcuna scelta. Ma questa impossibilità di scelta fuori di sé è un carattere fondamentale ed ineliminabile della Democrazia cristiana: ragione della sua unità, condizione del suo potere, motivo della sua natura di centro indifferente anche se differenziato, mediatore, assimilatore, composito, interclassista, dove tutto deve convergere, pesare e durare.

Questa particolare natura, questa centralità come dato permanente, non è cosa di oggi, è sempre stata. Mi era già apparsa evidente nei suoi caratteri fin da quando (permettetemi un ricordo personale, anche se possa essere terribile non soltanto per la storia personale ma anche per la storia del nostro Paese, che si trova sempre di fronte a situazioni analoghe) avevo assistito al Congresso del Partito popolare a Torino, nel 1923, e ne avevo scritto allora, cioè quasi mezzo secolo fa, 47 anni or sono, su richiesta del mio amico e fratello Piero Gobetti, su “Rivoluzione liberale”. Si trattava allora di tenere insieme il ramo democratico e quello cristiano del Partito popolare, che si proclamava aconfessionale e che perciò – dicevo allora – era appoggiato (aveva i motivi per essere realmente appoggiato) dal Vaticano; e la scelta, che prima aveva riguardato i rapporti con il Partito socialista in questa eterna storia d’Italia, e allora, nel 1923, tragicamente, i rapporti con il fascismo, appariva, anche agli occhi inesperti di un ragazzo come ero io, impossibile, proprio per la necessità di conservare l’unità e il carattere fondamentale di centro, ragione stessa della sua esistenza e motivo della sua durata, anche nelle condizioni esterne più difficili e anche nelle interne e più estreme dilatazioni; tale da farlo potentissimo e in un certo senso immorale. Come questo organismo istituzionalizzato di centro abbia influito e pesato sulle vicende del nostro Paese, come le abbia determinate e improntate di sé non è certo qui il momento né il caso di analizzare; è la storia delle nostre generazioni.

Prima e dopo, i soli momenti che rappresentano un salto storico di qualità, uno scegliere totale per modificare, sono stati la Resistenza e i movimenti popolari successivi. Perché in questo momento il mio pensiero va ad un uomo come Alcide Cervi che è morto da poco e che ha rappresentato invece proprio questa capacità, questa volontà di scelta totale e definitiva?

La storia non è maestra di vita (soprattutto per chi non la conosce), altrimenti non ci meraviglieremmo di quello che avviene oggi, dopo mezzo secolo. Né ci meraviglieremmo che fosse oggi ritenuta necessaria la presenza e l’assunzione nel paradiso ministeriale di un gruppo di estrema destra, che si potrebbe anche definire di estrema destra eversiva, come il PSU, per conservare questa forza, questa posizione unitaria di centro onnicomprensivo ma non modificabile se non per estrema pressione esterna, per evitare i pericoli mortali di uno slittamento sia pur minimo a sinistra, per mettere fine definitivamente cioè al centro-sinistra (o alla sua utopia ed ombra ideologica), Al centro-sinistra che, se era già morto col Governo monocolore precedente, ora è definitivamente sepolto; ne resta solo il nome, inciso ostentatamente sulla lapide.

Questa lapide, con il nome scritto e l’elogio delle virtù del loved one, del caro estinto, è il programma che, con la sua squisita pazienza, ha letto qui e alla Camera    il Presidente del Consiglio, sottoponendosi in piedi, giovanilmente, a uno sforzo oratorio di più di tre ore, di cui gli siamo grati.

Se il Governo, come dicevo, appunto otto mesi fa, è quello che è, il risultato di due grandi paure: la paura di quello che liberamente avviene, si trasforma, muta e progredisce nella realtà del Paese, e la paura delle possibilità di disgregazione interna dei partiti governativi sotto la spinta della realtà, e si regge dunque attraverso una complicata dosatura di contrappesi, il programma non poteva essere diverso da quello che ci è stato presentato. Se il Governo, che pure si fregia dell’aggettivo “organico”, (centro-sinistra organico: dove in verità non so se sia più falso il sostantivo  o l’aggettivo), se il Governo, come dicevo, è tutto meno che organico, (organico è il Paese reale come organismo vivente), il programma non può essere organico, ma, come il Governo, piuttosto rapsodico o antologico.

Infatti c’è tutto, quello che c’era nei programmi dei Governi precedenti, e anche qualcosa di più, che era stato allora dimenticato o su cui non era stata posta l’attenzione, come, ad esempio, il problema della droga, il problema della difesa dei beni culturali, che del resto sono molto lieto che sia stato ricordato con precisione (infatti, avendo fatto parte della famosa Commissione Franceschini e non avendo poi trovato alcuna iniziativa governativa per attuare le proposte che dopo tre anni di lavoro avevamo fatto, sono felicissimo  che il Governo intenda questa volta mettersi sulla strada delle realizzazioni), ed il problema della difesa del territorio (mi pare che siano questi i tre punti che non c’erano nel precedente programma), problema anche questo importante e da affrontare, nel quale forse il Governo è stato incoraggiato dal fatto che il Presidente degli Stati Uniti Nixon ne abbia parlato nel suo discorso.

Ci sono anche - ed importanti – quelli che si usa chiamare “adempimenti”, ormai inevitabili, soprattutto dopo le elezioni regionali del 7 giugno. Questo è indiscutibilmente buono, anche se è solo il principio, come del resto ha detto anche il Presidente del Consiglio. Si tratta di farle, le regioni, come il luogo della autonomia reale, delle forme nuove delle infinite autonomie che vanno creandosi e maturando nel Paese; si tratta di non permettere che vengano ridotte a puro schema di decentramento amministrativo di un potere tuttavia centralizzato e riservato, come certamente si cercherà di ridurle attraverso la pratica della omogeneità delle maggioranze delimitate locali.

Per l’altro adempimento – se vogliamo usare il termine adempimento – il divorzio, il tentativo di eluderlo dilazionandolo all’infinito e proponendo fin d’ora, prima di approvarlo, la sua abrogazione  con referendum – il che è abbastanza paradossale – è già fin troppo chiaramente in atto. E sarebbe augurabile che si potesse perlomeno stabilire una data massima entro la quale, siano o no finiti i confronti e le discussioni con i rappresentanti del Vaticano, il problema debba arrivare alla soluzione in Parlamento. Non credo che le discussioni con l’altra parte debbano, del resto, prolungarsi, a meno che non le si vogliano ad arte prolungare. Infatti sono notissime le posizioni nostre, del Parlamento, e sono altrettanto note le posizioni vaticane. Non c’è che da pigliarne atto e quindi basterebbe forse una seduta, un incontro, per confermare queste posizioni. Noi potremmo stabilire – e sarei lieto se il Governo potesse farlo – una data massima di tempo, per esempio un mese. Non mi pare che occorra un tempo superiore.

Per il terzo adempimento, l’amnistia e la riforma dei codici, credo di non aver nulla da aggiungere a quanto ha detto e alle riserve che ha fatto qui con molta competenza il senatore Galante Garrone. Tutto il resto del programma è un elenco, dove, se alcuni problemi sono ripetuti perfino con le stesse parole del programma del Governo precedente – uno in particolare, il problema dei giovani e della gioventù, ripetuto testualmente, è devoluto ai consigli di un’apposita commissione: temo che questo susciterebbe un certo sorriso nei giovani tutti, e anche nei non giovani, poiché questi problemi sono tali che vanno ben al di là di quelli che possono essere i consigli di una commissione ministeriale – non manca, pur nel carattere spesso elusivo e delusivo di molti di essi, in specie di quelli della politica estera, una certa accurata completezza.

Se noi poi, lasciando da parte i contenuti, che non voglio affrontare qui – l’ho dichiarato anche prima – e che del resto non contano in realtà o sono meramente simbolici, volessimo fare un’analisi o un tentativo di analisi formale o strutturale – linguisticamente strutturale – del programma, dovremmo riconoscere che il Presidente del Consiglio vi ha fatto un piccolo capolavoro di finezza e di stile, e anche di onestà e di sincerità, particolarmente rara in un’opera, come questa, di pura finzione letteraria. Per quanto il programma tocchi tutti i problemi, non è un programma né magniloquente, né napoleonico, né, come si usa dire oggi, trionfalistico, ma anzi modesto e prudente. E l’analisi strutturale, soprattutto della prima e dell’ultima parte del suo discorso – per quella centrale ho almeno avuto l’impressione che possa essersi valso, come del resto è d’uso, di qualche interpolazione di esperti o di appunti di altra mano; mi pare infatti che stilisticamente sia un po’ diversa – mostra  una frequenza di stilemi che indicano appunto la prudenza estrema, il senso quasi eccessivo della responsabilità, la preoccupazione, lo scrupolo, e perfino l’angosciato sollievo di chi, riuscito alla riva, “si volge all’onda perigliosa e guata”. Tutti i problemi sono definiti “complessi”, o “difficili”, le responsabilità sono “pesanti”, i compiti “gravosi”, i doveri “duri”, i rischi “insiti” ed “impliciti”, le meditazioni “faticose” ed “ardue”, i travagli “profondi”, le alternative “mancanti”, i passaggi “confusi” e la vita “tutt’altro che facile” (Ilarità). Il che ci mostra, con nostro personale ed umano piacere, che i sentimenti dell’uomo possono prevalere sull’impassibilità dell’uomo di Stato. L’uso più frequente e significativo – significativo forse anche di un certo negativismo di fronte alla realtà, allo stesso Governo ed al suo stesso programma – è la forma abituale negativa delle frasi: “non scevro di interrogativi”; “dimensioni non affrontabili”; “non possiamo sottovalutare”; “l’attuazione non potrà non essere graduale”; “non ci nascondiamo la vastità e la complessità di questi problemi”; “Non intendiamo rimanere semplici spettatori”; “non ci stancheremo di incoraggiare”; “non mancherà di dare il suo contributo”; “non sono da sottovalutare le difficoltà che ci attendono”, eccetera.

Un altro uso frequentissimo sono le forme o gli incisi che indicano prudenza, lentezza, misura, volontà riduttiva: “graduale, gradualmente, progressivo” tornano molte decine di volte nel discorso. “Realizzare al massimo possibile, sia pure nei limiti delle nostre possibilità”, e così via (Ilarità).

Questa sommaria proposta di ricerca strutturale, oltre questi limiti negativi e prudenti, indica però soprattutto la forzata mancanza di struttura del programma, le difficoltà da cui è nato e che soltanto la capacità e la pertinace finezza del Presidente del Consiglio ha saputo superare, senza volercele nascondere. Non si tratta di un linguaggio tecnico o scientifico inteso alla soluzione pratica, né di un linguaggio ambiguo o polivalente, come altre volte abbiamo sentito, per tenere aperte tutte le possibilità, ma di un linguaggio politico, per una politica che non può e non vuole andare a fondo dei problemi, né vederli in modo organico e perciò risolutivo, ma deve, secondo la struttura del Governo, limitarsi a giustapporli, ad esaminarli separatamente e astrattamente, ad uno ad uno, privandoli delle loro relazioni, delle loro radici e implicazioni; guardandoli cioè dal di fuori, con una certa distaccata indifferenza, in modo che essi non comportino mai il pericolo di dar forma alla politica generale, ma consentano solo interventi isolati e particolari, senza conseguenze sulle strutture fondamentali del Paese: restino cioè un elenco, come ho detto, rapsodico e antologico.

Ma la realtà è altra. I problemi vi sono vissuti, e non possono essere visti che dal di dentro. Basta un solo problema vissuto e visto dal di dentro per risalire da esso, necessariamente, a tutti gli altri, per mostrare le infinite interrelazioni del reale, per costringerci dunque a una politica concreta, a un concreto e creativo rapporto con la vita del Paese.

Potremmo scegliere a caso tra i tanti problemi qui elencati; la prova sarebbe ugualmente valida, e ci mostrerebbe la strada di un programma vero e non astratto di Governo, che muoverebbe forze vere del Paese, e non si ridurrebbe al gioco di gruppi dirigenti sempre più remoti e staccati dalla realtà, sempre più rifiutati e respinti da essa e perciò sempre più responsabili della decadenza delle istituzioni del Parlamento, della frattura con il mondo che vive, che si trasforma di continuo, nel nostro Paese e in tutti i luoghi della terra.

 

Prendiamo dunque fra i tanti un problema, o un complesso di problemi, che corrisponde ad una realtà fondamentale e determinante della comunità nazionale: LA EMIGRAZIONE. E’ questo il problema di cui parlavo in principio: ed è solo per sollecitazione dell’organizzazione degli emigranti, la cui Federazione rappresento, che ho preso la parola a cui avrei questa volta volentieri rinunciato. Essi desiderano giustamente che la loro condizione, la loro volontà, il loro giudizio siano posti davanti al Parlamento, al Governo, all’opinione pubblica; che siano posti come una pietra di paragone, una base di scelta politica. E io vorrei anche che ciò servisse in un certo senso di norma, di indicazione di metodo, per una politica concreta e reale.

Accennerò soltanto, qui, a queste cose; non occorre che vi porti dei dati, che del resto suppongo voi conosciate. E’ certo un problema fondamentale della vita nazionale, che riguarda direttamente  milioni di italiani, e indirettamente, ma in modo sensibile e determinante, tutto il Paese.

La stessa natura del fenomeno dell’emigrazione forzata di massa lo pone al centro della vita del Paese, sintomo e risultato di un’antica situazione economica e sociale, dell’esistenza o permanenza di strutture autoritarie repressive e schiavistiche. Che milioni di italiani si trovino dalla nascita nella posizione di classe subalterna, di servi senza diritto, di uomini senza pane e speranza, senza lavoro nella Repubblica che per costituzione è fondata sul lavoro, è uno scandalo, è una vergogna che si cerca invano di nascondere.

L’emigrazione è per noi quello che per gli Stati Uniti è il problema negro. La sua esistenza contesta obiettivamente il valore della nostra struttura sociale. Milioni di cittadini italiani sono strappati, con violenza che è nelle cose, nelle strutture storiche, nelle istituzioni, dalla terra, dalla casa, dalla famiglia, dalla lingua, ed espulsi dalla comunità nazionale, esiliati in un mondo “altro”, privati delle radici culturali, capri espiatori delle nostre colpe. La loro esistenza  è la prova  del carattere non libero né democratico delle nostre strutture politiche, economiche e sociali, sicché giusto dire che finché un solo uomo sia costretto, sia forzato all’esilio violento, non esisterà in Italia né vera giustizia, né vera libertà per nessuno.

L’emigrazione incide su tutta la vita del Paese, in tutti i campi. Non vi farò un lungo discorso per dimostrarvelo; questo lo faremo in sede più appropriata; ma vi accennerò soltanto, perché essa, nata da strutture economiche, sociali e politiche insufficienti, prova del carattere autoritario, repressivo, idolatrico e paterno delle istituzioni o dei loro residui, tocca ogni momento della nostra convivenza.

Tutti i problemi nazionali ne sono condizionati o modificati o alterati, o corrotti: quello del Mezzogiorno, quello dell’abbandono delle campagne, quello della difesa dell’urbanesimo, per cui le emigrazioni interne da un lato ci danno lo spopolamento delle campagne e dall’altro questi mostruosi agglomerati cittadini; quello dell’agricoltura, quello dello spopolamento delle campagne, quello della difesa del suolo e del territorio, quello della casa, quello della scuola, perfino quello dell’ordine pubblico (per esempio il brigantaggio sardo è legato strettamente al problema dell’emigrazione), quello della cultura – perché non c’è soltanto l’emigrazione di braccia, ma c’è anche l’emigrazione di intelligenze per la loro formazione – quello della lingua, quello della salute pubblica, quello del diritto, quello del lavoro, e, naturalmente, quello della politica estera.

Infine, se noi poniamo il problema della emigrazione al centro della nostra attenzione, dovremo rivedere tutto il programma d’azione del Governo in tutti i campi della vita nazionale; ed operare per una economia che garantisca il pieno impiego, per una programmazione democratica che difenda il lavoro non soltanto nel complesso nazionale, ma differenziatamente nei vari paesi, luoghi e regioni di origine, per una formazione di autonomie locali, regionali e comunali che non escluda alcun cittadino da un potere deliberante, per una scuola realmente popolare, per una politica estera di pace e di iniziativa, per una assistenza nazionale, per una riforma agraria che permetta un’agricoltura moderna, per una riforma della previdenza sociale e delle pensioni, per una riforma urbanistica che abolisca il privilegio proprietario, per un potere sindacale ed operaio riconosciuto ed operante.

E’ inutile entrare qui in questioni particolari; il senso delle interrelazioni dei problemi è ormai del resto noto – non sto infatti scoprendo cose inedite – a tutti, tranne che a certi uomini politici che non vogliono saperne, ma è soprattutto presente alle forze del lavoro, che ci hanno mostrato, attraverso le manifestazioni di questi ultimi mesi, come questa interrelazione, questa capacità di uscire dal problema particolare, dal problema sindacale in senso stretto, per spostarsi su una visione generale dei problemi del Paese, sia presente nei sindacati, negli operai e nei contadini. Ed è noto in qualunque modo venga preso ed esaminato. Del resto, ogni giorno discutiamo su qualche questione che concerne questi problemi. Oggi, ad esempio, ho ricevuto un ritaglio del “Corriere della Sera” del 4 aprile che riguarda questa discussione e che è intitolato: “Il triangolo industriale soffocato dalla immigrazione”. Si dice in questo articolo che “l’eccessivo addensamento di popolazione al Nord e l’abbandono di interi paesi al Sud aumentano lo squilibrio economico e sociale che deve essere colmato”. Vi si dice inoltre che dal dopoguerra ad oggi oltre 6 milioni di persone si sono spostate dalle zone depresse  verso il triangolo industriale, che ciò non deve divenire il termine di misura di una geometria disumana, e che su questo allarmante problema si impernia un documento preparato dalla direzione nazionale del Centro orientamenti immigrati (COI), subito trasmesso al Presidente del Consiglio affinché ne tenga conto nel discorso programmatico alle Camere.

“La direzione del COI ha dato mandato all’onorevole Verga di intervenire in sede di dibattito sulla fiducia al Governo per illustrare il contenuto del documento”. Quindi le posso preannunciare, onorevole Presidente del Consiglio, che alla Camera avrà luogo un intervento dell’onorevole Verga sul problema dell’urbanesimo e su quello dell’affollamento.

Rileva la nota del COI che, mentre nel Sud il fenomeno dell’emigrazione non accenna a diminuire, nel Nord l’immigrazione supera le capacità ricettive. Non voglio addentrarmi nei particolari di questo problema, perché occorrerebbe parlare molto più a lungo di quanto non abbiano fatto gli altri oratori, ed io ho detto che intendo semplicemente citare dei dati schematici. Ma da ogni parte si avverte che la questione dell’immigrazione tocca tutti i problemi più vivi della nostra convivenza nazionale, per cui dallo scandalo e dalla vergogna della emigrazione di massa, affrontati in un modo moderno, non può non nascere un piano di modificazione profonda delle strutture del Paese. Ma anche su un piano immediato e limitato, tutti i problemi devono essere affrontati partendo dal punto di vista fondamentale, centrale e comprensivo di tutte le relazioni possibili, per il quale si dà modo di creare un programma organico di avvicinarsi al grande fenomeno dell’emigrazione, di strutturare un programma che sia un organismo, dai provvedimenti di fondo a quelli immediati e particolari, alle strutture e agli istituti che se ne devono occupare. A questo proposito, visto che il suo programma si occupa di problemi particolari come la ristrutturazione, ad esempio, dei Ministeri, sembra che affidare i problemi dell’emigrazione, che sono così complessi e che toccano tutti i campi della vita nazionale, ad un sottosegretariato del Ministero degli esteri, sia una riduzione che rende impossibile una qualunque azione. Un sottosegretariato, per quanto animato da buona volontà, non ha mezzi, perché il bilancio, che abbiamo tante volte esaminato, non gli consente neanche un’opera di pura assistenza.

Bisognerebbe quindi riflettere sulla possibilità di porre questo problema come uno dei punti fondamentali, ai quali debba presiedere un gruppo di persone che sappia collegare e unire i vari campi di un problema così complesso.

Ora su questi campi così larghi, debbo dire che nel programma del Governo non si è del tutto taciuto, e di questo do atto al Presidente del Consiglio e lo ringrazio. L’altra volta se ne era appena accennato: questa volta se ne accenna un po’ di più. Ma che cosa si dice? Si dice: “La nostra attenzione e sensibilità va in massima parte ai problemi dei nostri lavoratori, delle nostre collettività residenti all’estero.

“La Camera dei deputati sta discutendo su questo tema e c’è stata una indagine conoscitiva dei cui risultati il Governo intende avvalersi. Il Governo intende controllare la piena applicazione del principio della parità di trattamento dei lavoratori italiani e dei lavoratori dei Paesi dell’area comunitaria e realizzare il massimo possibile il riconoscimento di tale principio anche negli altri Paesi.

“E’ nostra intenzione portare a compimento alcuni provvedimenti di notevole interesse per i nostri lavoratori all’estero, per la trattazione dei problemi relativi ai lavoratori all’estero in aggiunta alla normale attività della Commissione esteri e della Commissione lavoro. Recentemente è stato costituito un comitato con la partecipazione di rappresentanti delle confederazioni sindacali; tale comitato consentirà di mettere in evidenza e di soddisfare le istanze che verranno espresse dalla viva voce dei lavoratori”.

Ed io sono lieto che qualche cosa vi sia in questo programma, un po’ più di come era ormai tradizione, a proposito dell’emigrazione. Non è rimasto un problema da rimuovere dalla coscienza, un sacro tabù. Ma tuttavia il programma – per usare anche noi le forme negative della frase che abbiamo prima visto essere così frequenti – non potrebbe essere più elusivo, e delusivo.

La nostra “attenzione e sensibilità” è stata sollecitata su questi temi, ma il problema dell’emigrazione è stato posto come un dato non modificabile, e si riduce soltanto all’emigrazione all’estero, mentre dovrebbe essere influenzato dalla politica generale, e non limitato semplicemente al capitolo della politica estera. Ci si riferisce all’indagine conoscitiva della Camera, la quale spero sarà fatta con serietà. Questa indagine dura già da troppo tempo e debbo dire che, per verità, è stata un po’ un espediente per evitare o rimandare sia la conferenza nazionale del Governo e dei sindacati sul problema dell’emigrazione, sia l’inchiesta parlamentare che io mi ero permesso, con altri senatori, di proporre come legge. E devo dire anche che nel precedente Governo, il secondo Governo Rumor, avevo trovato, su questa proposta una certa ostilità nel sottosegretario Pedini. Avevo trovato invece un certo consenso, anche se non ufficiale, nel sottosegretario Coppo, che aveva quasi promesso di appoggiarla.

Parleremo ancora di questo. Tuttavia non credo che bastino quei dati conoscitivi che nascono dalle sedute, del resto molto rare, delle Commissioni della Camera, per dare delle basi sufficienti a una azione di Governo che voglia essere completa e fondata.

Il programma di Governo fa cenno al principio della parità, che certamente va difeso e realizzato ed è uno dei principi fondamentali nei rapporti con i Paesi di emigrazione. Ma c’è sempre, nelle intenzioni degli uomini di Governo, il pericolo di confonderlo con il tentativo e con il programma della integrazione, che ancora recentemente era stata sostenuta dai rappresentanti qualificati del passato Governo; integrazione che si risolve in una forma di definitiva espulsione, ed è simile, ad esempio, al movimento per l’integrazione dei negri in America, che, dopo avere funzionato per un po’ di tempo, è stato poi definitivamente rifiutato dalla parte più viva e più consapevole della comunità negra americana, come un mezzo di corruzione e di partecipazione ad un sistema da essa inaccettabile; quindi parità giuridica e di diritti sì, integrazione no, come programma e come prospettiva per l’atteggiamento del nostro Paese nei riguardi degli emigranti.

Il programma considera questo come un problema particolare, lo isola, e lo pone ancora  come un tema di assistenza, di tutela, di carità in un modo che sostanzialmente rimane ancora paternalistico anche se si fa esplicito accenno alla “viva voce” o alla volontà degli emigranti.

Anche nella pratica recente di Governo, pur se con qualche modesto miglioramento rispetto al passato, non esiste una coscienza nuova del problema: di fronte ai recenti provvedimenti del Governo svizzero che hanno calato una saracinesca sulle possibilità dell’emigrazione in Svizzera, venendo incontro, magari per un compromesso che ritenevano necessario per la politica interna di quel Paese, alle proposte di Schwarzenbach, che erano più estreme, la posizione del nostro Governo fu debolissima; non soltanto non si prevennero, con opportune iniziative diplomatiche, le nuove norme svizzere, ma si cercò di temporeggiare, probabilmente per un eccesso di prudenza, e di frenare le stesse iniziative autonome delle organizzazioni degli emigranti.

Il ministro Donat-Cattin ha scritto a questo proposito una lettera in questi giorni, proponendo un’azione più impegnativa e informata e un intervento attivo; amerei sapere dal Presidente del Consiglio se questa lettera va considerata come una iniziativa personale di un Ministro o se invece corrisponde effettivamente alla linea generale del Governo.

Su questi problemi dei rapporti con la Svizzera, in assenza finora di una efficace azione governativa, sono gli emigranti stessi che si sono mossi e che hanno indetto per il 24 e 25 prossimi, a Lucerna, un congresso di tutte le organizzazioni degli emigranti italiani in Svizzera (dove ci sono la Federazione delle colonie libere italiane, la Federazione degli operai metallurgici e orologiai di Zurigo, la Federazione cristiana operai metallurgici, il sindacato impiegati a contratto del Ministero degli affari esteri, il patronato dell’Associazione cristiana dei lavoratori italiani in Svizzera, l’INCA, ossia l’Istituto nazionale confederale di assistenza, l’Istituto tutela assistenza lavoratori, lo INASTIS, cioè l’Istituto assistenza sociale ai lavoratori italiani in Svizzera, la FILEF, ossia la Federazione dei lavoratori emigrati e famiglie) e in tale riunione – che è impostata nel modo in cui dovrebbe svolgersi l’azione del Governo, vale a dire con l’esame concreto dei problemi, non limitato, e organico – si dovranno discutere non soltanto l’azione da svolgere in Svizzera nei riguardi sia della votazione del 7 giugno sia dei provvedimenti  recenti, ma si dovrà iniziare anche uno studio e un’azione riguardanti la vita in Svizzera e una partecipazione all’azione in Italia dei lavoratori che hanno assunto su di sé l’iniziativa della difesa effettiva dei diritti degli emigranti e che cercano di pesare, con la loro volontà, sulla politica generale del nostro Paese. Inoltre in quella sede ci si dovrà occupare di problemi particolari, come quello degli stagionali che sono catalogati come tali in quanto è molto comodo per ragioni di contratto e di tasse, di tutela e di previdenze, ma che praticamente, dati i progressi della tecnica edilizia, non sono più stagionali; ebbene, questi stagionali sono costretti a delle limitazioni dei rapporti con le famiglie e della libertà di vita incompatibili con le esigenze di un uomo libero e civile.

C’è inoltre il problema della scuola italiana, del quale ho sentito parlare in tutte le riunioni degli emigranti all’estero, a Olten, nelle Colonie libere in Svizzera, a Bruxelles, o in Germania, dove si è fondata una sede della Federazione. Il problema delle scuole italiane all’estero è un problema importantissimo. Si spende molto di più per le scuole italiane in Somalia, dove credo che vivano al massimo due o tremila italiani, di quanto non si spenda per le scuole italiane in Svizzera o in Germania o in Belgio, dove ci sono centinaia di migliaia di italiani. Certo non dico di ridurre gli stanziamenti per la Somalia, ma bisogna riconoscere che c’è uno squilibrio notevole; sono residui di antiche politiche che oggi non hanno più giustificazione. Non esiste invece una politica scolastica per i nostri emigranti. Di questo parleremo, spero, in un dibattito apposito, ma il problema della scuola, della lingua, è un problema fondamentale. Gli emigranti giustamente, avendo un grado di coscienza civile altissimo, si rendono conto di come, attraverso questo problema della scuola e della lingua, non soltanto essi siano costretti ad un lavoro subalterno non qualificato, ma anche i loro figli che frequentano le scuole siano destinati a ripetere, pur su un livello più alto solo per il progresso generale della tecnica e della cultura, l’esistenza di popolo colonizzato, quella attuale degli italiani che vivono in Europa.

Ora, tutti questi momenti nei quali gli italiani prendono coscienza dei propri problemi e cercano di far conoscere la loro volontà, rappresentano degli esempi di come la visione del rapporto tra la politica generale italiana e i movimenti dei lavoratori (i quali impostano le loro rivendicazioni sindacali come valori validi per tutti, dimostrando ormai la propria egemonia culturale), sia ormai in essi del tutto chiara, e tale da fare degli emigrati i protagonisti del proprio destino.

Tutti i giorni tuttavia noi assistiamo a nuovi episodi di una conduzione di vita intollerabile, sia nell’emigrazione all’estero che in quella italiana. Anche nella settimana passata abbiamo avuto dimostrazione delle condizioni di estremo disagio, addirittura disumane, in cui vive questa gente, costretta ad abitare in baracche, in alloggi, che, come quelli della ditta Bosch, di cui parla un giornale di fabbrica tedesco, sono simili a campi di concentramento. Assistiamo continuamente alle espulsioni che avvengono in base a leggi svizzere che risalgono al tempo della guerra e che erano state fatte più che altro per tutelare il Paese dalle infiltrazioni naziste; così come noi usiamo tutti i giorni i nostri codici fascisti, anche gli svizzeri usano il loro codice antifascista, ma lo usano alla rovescia. Abbiamo assistito alle espulsioni, per opera appunto della Fremdenpolizei, di bambini, o di stagionali che in quanto tali non possono entrare se non quando hanno un contratto. Vi sono dunque delle limitazioni alla normale vita di un cittadino membro di una comunità civile che non sono certo tollerabili.

Questi casi avvengono ogni giorno, come ogni giorno – e questo è interessante – si verificano casi di spontanea solidarietà operaia. Per esempio ho letto ieri sul “Giorno” la notizia che a Ginevra operai italiani  sono scesi in sciopero per appoggiare i lavoratori spagnoli in sciopero essi stessi, attuando così nei fatti una unità sindacale internazionale.

Non è il caso che io vada avanti elencando questi fatti particolari. Voglio dire soltanto che l’emigrazione, onorevole Presidente del Consiglio, ha preso o va prendendo ormai completa coscienza di sé. Siamo in una fase nuova, quella che si è chiamata la fase del ritorno. L’emigrante, come persona destituita di ogni diritto civile, sradicato dalla propria terra, dal proprio Paese, dalla propria lingua esiste ancora, ma è oggi il portatore della coscienza di rappresentare un uomo nuovo, di essere una forza nuova, di avere in sé una cultura nuova in formazione. Ho sentito moltissimi di essi dire, in maniera ben chiara e ben consapevole: noi siamo gli uomini del domani, consci cioè di costituire un potere che è il massimo dei poteri, cioè il potere dei piccoli. “Non più esiliati ma protagonisti”; questa è la frase nata dal mondo degli emigrati e che noi abbiamo preso come motto della loro Federazione.

Di fronte a una serie di problemi che toccano tutti i punti della vita nazionale e che non sono evidentemente conosciuti e valutati nella loro importanza fondamentale dalla classe dirigente, e che quindi devono essere scoperti e rivelati in tutte le loro implicazioni, io le avevo chiesto, signor Presidente del Consiglio, quando parlai otto mesi fa, se il Governo ritenesse di appoggiare il progetto di legge per una inchiesta parlamentare. Ella, che mi rispose con tanta cortesia su tanti altri problemi, su questo punto non mi dette risposta. Io le rinnovo la domanda e veramente spero che questa volta mi voglia rispondere – ci auguriamo tutti, noi e milioni di emigrati – positivamente.

Abbiamo sentito qui il giudizio severo e grave, direi il memoriale dei terremotato e baraccati emigrati dalla valle del Belice, nel discorso appassionato del senatore Corrao. Lo stesso giudizio portano certamente i milioni di emigrati forzati nelle grandi città del Nord, nei Paesi stranieri d’Europa e del mondo. Certo essi sono, giustamente, prevenuti e diffidenti contro le parole di chi ritengono responsabili di mali antichi, continuatori attuali di antichi nemici, contro l’altra classe, che ha permesso o  forzato il loro esilio, quelli che in qualunque modo rappresentano il potere.

Essi ne sentono ostile l’assenza e lo coprono dunque di rancore e di disprezzo: le juste opposera son mépris à l’absence, se mi è lecito citare a questo proposito dei versi scritti a proposito di Dio. Certo il Governo di oggi, come i Governi precedenti, porta sulle spalle il peso del passato, ne assume il carico, e l’onorevole Rumor sa quanto sia grave. Lo dice egli stesso.

Ma, spogliandoci delle prevenzioni storiche, dello spirito di rivendicazione e dei rancori secolari, tuttavia questo programma di 93 pagine, dove si elenca tutto o quasi tutto ma non si collegano organicamente i problemi e non si affrontano con una vera volontà di risolverli, come può essere giudicato dagli emigrati, fatti ormai consapevoli della loro forza, padroni della loro volontà, pronti a conquistarsi il proprio diritto, coscienti di essere uomini nuovi che vanno costruendo una nuova civiltà? Come possono essi giudicare una classe dirigente che, malgrado il tono elevato e nobile del suo discorso, signor Presidente, e la sua buona volontà, rifiuta ancora obiettivamente di conoscerli e di riconoscerli come uomini liberi? Il loro giudizio non può essere positivo: il nostro giudizio non potrà, malgrado tutto, essere diverso dal loro.

La ragione di questo giudizio è nel significato e nelle vicende della crisi. Forse si potrebbe intendere in una sola frase, onorevole Rumor, che lei pronunziò nel suo discorso, nel suo programma, con particolare convinzione e con voce, se ben ricordo, abbastanza vibrata: “il Paese chiede di essere governato”. Certo gli italiani chiedono, vogliono un Governo, vogliono trovare le formule nuove della vita democratica, ed in questi modi sempre rinnovati dall’invenzione popolare vogliono un Governo, un buon Governo che essi possano sentire come proprio, che nasca da loro, dalla loro volontà, dai loro bisogni e dalle loro capacità di creazione politica. Ma perché usare il verbo passivo? Non chiedono, non vogliono essere governati, ma vogliono governarsi. E’ una differenza che pare minima e formale, ma in questa minima differenza c’è tutto il significato ed il valore della libertà.

 

Da “Basilicata”, Giugno 1967

G R A M S C I   E   I L   M E Z Z O G I O R N O

Non sono venuto a tenervi, né intendo fare un discorso, che non ho preparato. Un discorso, è un genere letterario che, se mi permettete di usare la mia terminologia, chiamerei luiginesco, e che forse non si può neanche più riuscire veramente a fare, in un tempo in cui tutti i generi letterari sono contestati e in cui scrivere anche un romanzo è considerato qualcosa di sorpassato o di antiquato. Tutte queste forme chiuse, individualistiche o paternalistiche di espressione, sono ormai lontane da noi, e, venendo qui, io vorrei piuttosto stabilire ancora una volta con voi un rapporto, un dibattito, una discussione che sarà improvvisata su una struttura comune, su un pensiero comune. E quindi avrei desiderato che invece di un discorso fatto da un palcoscenico potessimo essere insieme vicini, e che ciascuno di voi intervenisse in questo discorso. Se, tecnicamente, la cosa non è possibile io mi proporrei allora di fare anche le vostre parti, e di cercare di intervenire io stesso come se foste voi ad intervenire, e di parlare non a voi ma con voi, per voi, con la vostra voce, e di rispondere, di fare cioè una specie di meditazione comune su dei problemi che a voi e a me stanno ugualmente a cuore. Una meditazione in pubblico che certamente è un assunto, un esperimento difficile, e che se non mi riuscirà, spero vorrete perdonarmi.

Ma mi inducono oggi a questa specie di meditazione pubblica, a questa specie di esame di coscienza in questa occasione della venuta a Matera, l’occasione di aver raccolto quei miei quadri, come vi dicevo, che sono le immagini di un Mezzogiorno contadino di ieri, della sua fase antica e immobile, negli anni attorno al 1935, e poi delle fasi seguenti, della vita del movimento contadino, e soprattutto degli anni attorno al ’50 nei quali ancora ci siamo rivisti molte volte e nei quali io ripresi l’argomento e il contenuto di prima e del mondo contadino di oggi. Per cui, queste immagini ripropongono ancora una volta, a mio avviso, un problema che non è soltanto di forma o di espressione artistica ma un problema di contenuti reali di vita, di movimento, di pensiero, di azione.

E mi costringono a questa meditazione pubblica anche il ricordo di un discorso che io tenni qui, anzi, parecchi discorsi, di cui devo ancora essere perdonato, forse. Di un discorso, e quello era un vero discorso, lunghissimi direi, spietato nella sua completezza, un discorso che tenni a Potenza, veramente mi parve verso il 5 maggio del 1946, e un altro quasi vent’anni fa, anzi più di vent’anni fa (è terribile come questi anni passano con velocità tale che non ci si rende conto), e di un altro che feci qui, su quella terrazza della piazza di Matera e di cui qualcuno di voi forse se era presente serba uno strano ricordo, perché quel discorso che cominciò col sole a picco di mezzogiorno e continuò, terribilmente, fino a quando fu del tutto esaurito e fino a quando nella piazza non restarono che alcuni pochissimi fedeli capaci di vincere i morsi della fame. Fu tuttavia l’espressione di un bisogno di riprendere tutti i problemi del mondo meridionale, di non trascurarne nessuno, di cercare di ripensarli e di rivederli in quel grande mutamento storico che aprì davanti a noi, almeno apparentemente, tutte le porte dell’avvenire.

Ci si pone e si porrebbe a chiunque un problema, a cui forse insieme potremmo cercare di rispondere: cioè, oggi possono ripetersi le stesse cose? O le ripeterei in un modo diverso; o sarebbero altre quelle che dovrei dire? Infine mi costringono a questa meditazione l’argomento, il titolo di questa riunione che dice: “Antonio Gramsci e il Mezzogiorno, oggi”. Argomento che riassume tutti i problemi del pensiero, della cultura, della politica meridionale e che per essere veramente sviscerato a fondo, richiederebbe ore e ore, giorni, di discussione,

Io passeggiavo questa notte verso la cattedrale e per le strade dei Sassi, davanti e in mezzo a quelle meravigliose architetture pericolanti, piene di una bellezza unica al mondo, veramente, esempio meraviglioso dell’architettura popolare e dell’arte popolare, e pensavo a Gramsci.

Pensavo di fronte alla distesa del Sasso nella luce notturna, pensavo al suo pensiero in prigione, al suo pensiero in quel mondo senza tempo e senza spazio del carcere, di una cella – in quel mondo che come diceva in uno dei suoi Quaderni, Gramsci rispondendo a qualcuno, non ricordo più chi, che con il solito conformismo dei luoghi comuni diceva come la prigione con le sue costrizioni, e con il suo senso di onore fosse favorevole all’affinamento del pensiero, e Gramsci scriveva, sì, favorevole all’affinamento del pensiero, favorevole alla sua morte, la uccide, - pensavo all’esempio unico di quest’uomo che attraverso il pensiero, invece, in quella condizione mortale, riuscì a salvarsi e trovò in questa meditazione continua di anni che ci ha lasciato il frutto di una ricchezza inestimabile, trovò il modo di salvare una personalità come la sua, e di non permetterle di perdersi in quel mondo appunto di inesistenza totale che è un carcere.

E ripensando a lui mi tornava davanti agli occhi la sua figura, perché io ho avuto la fortuna, molto giovane, ragazzo, di conoscere e anche di frequentare qualche volta Antonio Gramsci quelle volte, poche, in cui quasi sempre in compagnia di Gobetti andai, poco più che adolescente, alla sede dell’”Ordine Nuovo”, a Torino, difesa allora dai fili spinati nel cortile e dagli operai torinesi armati. Quella sede che sembrava una fortezza delle speranze e della volontà e della libertà in mezzo alla selva della barbarie fascista che imperava nelle strade, quella sede che non fu mai occupata dai fascisti e che rimase intatta fino alla fine. Ricordo nella medesima stanza della redazione, Gramsci che ci accoglieva con un sorriso.

Di Gobetti, Gramsci proprio nelle pagine finali del suo celebre scritto sulla Questione meridionale, ha scritto un elogio e ha lasciato agli amici quasi con voce di un legato o di un testamento, una responsabilità, che, spero, di non aver tradito mai. Ora io quasi non ricordo di che cosa mai parlassimo, tanti anni sono passati, ma ricordo soprattutto la sua figura che veramente faceva vibrare l’aria attorno. Ricordo il fuoco nero dei suoi occhi e l’energia vitale, estrema, sublime, che irradiava attorno a lui. L’intensità unica della capacità di amore e anche della capacità di odio e di volontà rivoluzionaria che si leggeva nella sua figura. Io credo veramente che non ho mai visto uomini con un viso che rappresentasse in questo modo la personalità totale, così intensa, e associo in questo alla figura di Gramsci quella di Gobetti che anche egli aveva in un modo diverso una pari intensità, una pari vitalità, una pari profonda volontà rivoluzionaria.

Erano uomini che in altri tempi si sarebbero detti composti della materia dei santi, questi santi laici che da soli riescono a muovere il mondo e spostarlo e a creare veramente l’avvenire, e, anche se quello che allora potessimo avere detto (c’era una differenza di età, piccola, ma, grandissima perché non avevo ancora 16 o 17 anni, e Gramsci credo aveva allora 30 anni all’incirca), se anche non ricordo gli argomenti su cui c’eravamo in quelle rare volte trattenuti, ricordo in maniera straordinaria questa energia palese in ogni atto e in ogni pensiero, questa energia che dava al pensiero un valore assoluto, perentorio e insieme critico, questa energia che per me colora ancora oggi ogni suo scritto e che fa sì che leggendo una qualunque pagina di Gramsci io ci ritrovo questo fuoco vitale, anche al di là di quella che può essere l’occasione o il particolare contenuto del pensiero.

Così camminando questa notte per le strade di Matera io pensavo a Gramsci e pensavo perché a Matera. Perché, ricordare Gramsci qui a Matera in quella che abbiamo chiamato la “capitale contadina del Sud”. E perché oggi, dopo tanti anni che hanno cambiato il mondo, non soltanto perché in questi giorni è il trentesimo anniversario della sua morte – non si tratta qui naturalmente di fare una rievocazione, un elogio o un fatto di sola memoria come si fanno tante volte e come giustamente si sta facendo dappertutto in Italia in questi giorno – ma si tratta un po’ di rivedere quello che è vivo nel pensiero di Gramsci e cosa significa veramente oggi, che cosa significa oggi per il Mezzogiorno, cosa ha significato e cosa è; il successo, la vicenda del pensiero di Gramsci e della sua influenza, recente, con gli anni, anche perché le sue opere sono state pubblicate in buona parte più tardi. Il successo del pensiero di Gramsci è recente anche se da parte di qualche intellettuale si possa sostenere il contrario; anche se Fortini può aver detto che Gramsci si allontana; o se alcuni altri possono pensarlo anch’essi come parte di un passato da cui ci si sente distaccati. Queste affermazioni non sono in genere veramente altro che delle affermazioni di sentimenti che riguardano Gramsci come riguardano qualunque altra cosa. E’ un poco come quando Pasolini scrive “la Lucania non esiste più”. Si, c’è una certa Lucania che non esiste, tuttavia essa esiste, e questa va al di là di una espressione di sentimenti o di un momento di senso di caduta di certi ideali e di certe idee. Ma, il pensiero di Gramsci, che è legato a tutta la storia del movimento politico comunista italiano, oggi si allarga al di là di questi limiti e anche al di là dei limiti del nostro Paese.

L’altro giorno poco prima di partire per venire a Matera mi arrivò un libro giapponese, due libri giapponesi, anzi: una traduzione di uno dei volumi di Gramsci e un saggio su Gramsci. Ora come mai il pensiero gramsciano, così legato alla vita, alla storia, alla cultura italiana, può toccare, può diventare importante anche in culture così diverse e così lontane, così profondamente radicalmente altre come la giapponese e come altre di questa natura; e in Italia noi assistiamo al fatto che oltre ai compagni del partito comunista e ai teorici del partito comunista, il pensiero di Gramsci sta diventando un fondamento di tutta l’analisi storica e filosofica, e un punto necessario del pensiero non solo di storici e filosofi, ma perfino di politici? E noi vediamo continuamente dibattute le tesi e gli studi di Gramsci, abbiamo assistito (io non ho potuto disgraziatamente assistere, perché non potevo contemporaneamente fare troppe cose) a un convegno a Cagliari che ha dibattuto da un punto di vista larghissimo il pensiero di Gramsci, accogliendo interpretazioni a volte direi anche quasi opposte, e ha dimostrato tuttavia che questo pensiero fa parte ormai in modo insostituibile, fondamentale, della cultura italiana, della cultura storica, della cultura filosofica, della cultura politica italiana e direi anche della cultura letteraria e della cultura poetica. E fa nascere una infinità di problemi, fa nascere tutti i problemi dei rapporti col pensiero di Croce, col pensiero di Gobetti che è stato tirato fuori come una specie di precursore o di compagno di Gramsci, e naturalmente col pensiero marxista, e con l’idealismo, e così via tutti i problemi che non staremo qui insieme a discutere o affrontare ma che vediamo che sono posti.

Questo interesse crescente è il segno anzi, direi, di un grande progresso della cultura italiana che rompe i segreti e i tradizionali limiti; è un segno, come anche tutte queste cose, in parte negativo, perché quando vediamo che perfino la televisione è in un certo senso costretta o indotta a dare non una ma parecchie serate all’analisi del pensiero di Gramsci o della vita di Gramsci, ci accorgiamo che non si tratta soltanto naturalmente di un interesse  tutto positivo per il suo pensiero, ma che c’è anche un tentativo di assimilazione e di sterilizzazione del pensiero di Gramsci che viene portato davanti agli italiani come uno dei tanti momenti della cultura, cioè, diciamo, c’è un tentativo di letteralizzarlo, di farlo entrare nei nipotini di Padre Bresciani. Tuttavia questo, anche nei suoi lati diciamo di auto-difesa o di tentativo di sterilizzazione, è, dopo trent’anni, la prova della profonda e permanente vitalità rivoluzionaria del pensiero di Gramsci.

Cosa c’è di fondamentale, veramente, riducendo a poche parole, perché non è qui il caso di andare ad analizzare dei testi, perché questo non è un convegno scientifico gramsciano? Direi che il punto fondamentale del pensiero di Gramsci è la sua visione storica, è cioè il fatto di aver portato in tutto il pensiero politico e sociale la necessità e l’apporto di una visione profondamente storica che considera, per usare un termine di un contadino che sbagliava le parole ma che diceva con questo delle profonde verità, che considera la rivoluzione come una rivelazione. Vale a dire, la rivoluzione che non nasce se non su un fondamento storico profondo, come frutto di una maturazione che si rifà ai tempi e alle vite e alle strutture e alle vicende di un intero paese è di per sé la rivelazione della storia.

Ora, questa posizione Gramsci l’ha approfondita nella sua lunga meditazione e l’ha lasciata come eredità preziosa al movimento popolare italiano, liberandolo da tutta l’incultura, da tutta la superficialità e da tutta la immediatezza culturale su cui poteva essere fondato, e dandogli uno strumento veramente rivoluzionario. Cioè portando il movimento popolare, il movimento della classe operaia, a un grado culturale tale da poterne giustificare l’egemonia. Ed è questo punto, se non erro, il valore fondamentale, il valore storico, il valore fondamentale in senso complesso, quindi anche valore politico immediato, rivoluzionario, del pensiero e della posizione di Gramsci che si riassume nella continua affermazione del valore di autonomia del movimento operaio..

E’ questo senso continuo della autonomia e della storicità che gli ha permesso di restare vivo in modo originale attraverso tutte le più tragiche vicende e attraverso tutti gli avvenimenti che vanno dal ’22 fino alla guerra. Quegli avvenimenti che possono avere altrove spezzato dei movimenti che parevano fortissimi e che invece da noi qui in Italia dove direttamente il pensiero di Gramsci aveva trovato un terreno che era nato dalle strutture sia pure clandestine, e sia pure ridotte a delle minoranze illuminate, ma che muoveva un intero popolo, hanno permesso ad esso di resistere e di vincere. Quindi in questo senso è giusto, e non è certo semplice apologia, quella di vedere e di pensare a Gramsci come ad un grande creatore di pensiero, ad un grande creatore, scopritore, inventore e assertore di libertà.

In questo modo noi possiamo vedere la figura di Gramsci come meridionalista. Ed è proprio qui la qualità del suo meridionalismo. E’ inutile andare adesso a ricercare i vari momenti, nei vari testi, in cui s’è sviluppato il suo pensiero che giustamente viene riconosciuto da tutti ormai come fondamentale per aver posto il problema meridionale, la questione meridionale su un piano totalmente diverso da quello in cui era stato posto fino ad allora, su un piano per la prima volta veramente rivoluzionario e libertario. E’ inutile andare ad analizzare i testi, e vederne i diversi momenti e sviluppi, ed anche le contraddizioni, perché noi sappiamo benissimo come ci sono dei testi di Gramsci precedenti al famoso scritto del ’26 e soprattutto dei testi del ’20 e ’21 in cui si affermano cose apparentemente diverse o anche sostanzialmente diverse, come quando, al tempo del congresso di Roma, egli negava la possibilità rivoluzionaria dei contadini, dicendo che non si deve credere che i contadini possano diventare comunisti, cosa che veniva rettificata o modificata subito dopo, e che era legata in questa formulazione non tanto allo sviluppo fondamentale del pensiero quanto alle circostanze della lotta di partito nel quale egli si trovava.

Il testo illustre, celebre e da tutti letto e citato su cui si fonda la convinzione giustissima del valore estremo e determinante del meridionalismo di Gramsci, è quel breve scritto sulla Questione meridionale, quel famoso saggio del 1926, non finito perché egli venne arrestato, e questo testo è quello a cui ci si può per brevità riferire perché tutta l’analisi gramsciana del problema della questione meridionale vi è condensata e quella rimane il punto di partenza e il fondamento anche di tutta la politica del partito comunista nei riguardi del Mezzogiorno. Anche oggi, sia pure attraverso tutte le vicende diverse e anche le contraddizioni che la storia e gli avvenimenti comportano.

Ora, quali sono i punti essenziali? Io dico in breve, perché appunto come ho detto qui non siamo a fare una analisi scientifica del pensiero gramsciano, ma mi pare che i punti essenziali di quello scritto e di tutti gli altri poi che son seguiti nei Quaderni dal carcere, sono il modo, la visione profondamente storica del concetto di alleanza operai-contadini. E’ l’affermazione, fatta per la prima volta, in modo così esplicita, della complessità e della differenziazione del mondo contadino che non viene più preso nella sua generica accezione, non viene più considerato soltanto nel mondo del contadino povero e del bracciante, ma in tutta la sua complessità di formazione storica e di differenziazione di gruppi. E’ l’analisi della funzione degli intellettuali, su cui non staremo qui a dilungarci, ma che considera per la prima volta gli intellettuali in quel tal modo per cui essi sono gli strumenti del blocco conservatore oppure possono diventare il modo e la punta di diamante del movimento rivoluzionario. E’ la critica del meridionalismo classico, del meridionalismo conservatore, l’affermazione che i due più operosi reazionari in Italia sono stati Benedetto Croce e Giustino Fortunato. Affermazione che è piena di verità anche se è polemicamente dura e polemicamente violenta.

Di qui noi potremmo partire in una infinità di analisi che sarebbero estremamente interessanti. Per esempio, sarebbe bello poter vedere quali sono stati i rapporti del pensiero di Gramsci con quelli di un altro grande meridionalista di formazione completamente diversa, un isolato, Guido Dorso, che Gramsci critica ma da cui Gramsci non era così lontano. Quel Guido Dorso nel 1924, anch’egli giovanissimo, neanche trentenne, scrisse un libro, La rivoluzione meridionale, che postulava la necessità assoluta di una soluzione rivoluzionaria dei problemi del Mezzogiorno, e che trovava nel mondo contadino la classe e la possibilità di quelli che egli chiama “gli interessi assenti dei ceti rurali”, gli unici interessi assenti nel blocco dominante, l’unica possibilità di una soluzione rivoluzionaria. Ora, Dorso era un solitario e il suo pensiero era veramente astratto. Però, per quanto chiuso in una visione astrattamente rivoluzionaria, non possiamo affermare che la questione di Gramsci fosse così lontana come apparentemente potrebbe essere. E’ quanto Dorso, di fronte a quello che egli riteneva una occasione storica, unica, non ripetibile, cioè la caduta del fascismo, non sfruttata per realizzare immediatamente e totalmente la rivoluzione contadina meridionale, diceva, in maniera molto patetica, che la realtà, quel piccolo tratto di realtà, che noi vediamo e nella quale si realizzano i compromessi varieranno la storia, ma l’irrealtà, egli diceva, derisa e misconosciuta si completerà lungo le vie del tempo.

Quando Dorso diceva in questa maniera nostalgica e tragica, confessava una sconfitta. Questo sentimento di sconfitta era ancora un momento della visione parzialmente astratta, ma delegava al movimento contadino e delegava poi completamente – come riferito da Amendola in un colloquio che egli ebbe con Dorso pochi giorni prima della sua morte, - al movimento comunista di portare avanti questa rivoluzione contadina, questa rivoluzione contadina rivoluzionaria del Mezzogiorno, che egli riteneva il solo modo di modificare in senso rivoluzionario la struttura e la vita italiana.

Il grande insegnamento di Gramsci è dunque, direi, in un termine solo, il senso dell’autonomia del movimento popolare. Ma in lui autonomia significa capacità di egemonia, significa cioè creazione di libertà. In questo senso il suo pensiero si esprime, si manifesta, in un’infinità di modi a contatto poi con le occasioni del carcere. E’ un pensiero che in tutti questi anni deve lavorare in questa solitudine e deve ricrearsi in modo universale, molto spesso provocato da minime occasioni: di un giornale, di un articolo, di un libro, di una meditazione solitaria, ma che conservano coerenza estrema e una ricchezza veramente unica. Ma, non si può essere, per definizione, dei gramsciani ortodossi, perché l’ortodossia è contraddittoria con la qualità stessa del pensiero di Gramsci. Non si può essere gramsciani ortodossi, non si possono adoperare le sue formule. Bisogna seguire il suo metodo che è il metodo della libertà  e il metodo dell’approfondimento storico.

Poiché siamo qui a Matera, e siamo in questo teatro non posso non ricordarmi, e qualcuno di voi se lo ricorda, dei discorsi che allora vi facemmo: come una polemica, nel ’55, in fondo veramente di interesse gramsciano direi, che era una polemica tra dei cari amici e compagni gramsciani ortodossi (se si può essere gramsciani ortodossi) contro il concetto di autonomia contadina che essi interpretavano, a torto credo, come una forma astratta di populismo, e che invece non significava affatto autonomia nei riguardi del movimento operaio, ma significava la stessa cosa che significava in Gramsci, vista in un altro modo, visto da un altro punto di partenza; quel congresso a Matera che si è tenuto proprio qui e che aveva come occasione la celebrazione, poco dopo un anno dalla sua morte, di Rocco Scotellaro, il poeta della libertà contadina. In quel tempo noi non eravamo gramsciani ortodossi ma credo gramsciani concreti. Ora, come si può arrivare a questo senso di concretezza e come si può intendere l'insegnamento di Gramsci al di là delle sue formule, fuori di ogni ortodossia? Forse è prezioso per questo aver vissuto l’esperienza del mondo contadino come una esperienza di libertà, averlo vissuto come un’esperienza di vita, come la maggiore esperienza di vita possibile. E per questo dicevo allora – eravamo nel ’55, in quel periodo in cui appunto voi potrete vedere direi un secondo periodo della pittura lucana che vi ho portato qui – dicevo che in questo mondo, questo mondo del Mezzogiorno, questo mondo della Lucania era profondamente cambiato, non era più il mondo immobile precedente alla fine della guerra; non era più il mondo immobile che è scritto nel mio libro Cristo si è fermato a Eboli.

Come dissi allora, se abbiamo narrato quel mondo immobile era perché si muovesse, e quel mondo si era mosso. Si era mosso veramente in modo rivoluzionario, secondo quello che aveva in un certo senso preconizzato e creato nei fatti Antonio Gramsci. Quel mondo si era mosso e il suo movimento che continua oggi in modi diversi è tutta la storia di questi ultimi 30 anni, storia drammatica perché la formazione di un mondo di libertà e di un mondo di movimento e di effettiva libertà, di un mondo moderno, è l’acquisizione del senso di resistenza. E il salto storico che è avvenuto, giorno per giorno, attraverso i minimi fatti della vita quotidiana e dell’azione politica e sociale, hanno qualcosa di sempre pericolante, di sempre incerto, perché nessuna conquista è mai definitiva e soprattutto nessuna conquista che riguardi la coscienza esistenziale degli uomini.

E’ quel mondo che nella sua prima fase di liberazione è stato definito proprio da Rocco Scotellaro come “l’uva puttanella”, come quel mondo ancora piccolo ma già maturo, come quel mondo che entra nel tino della storia e contribuisce a creare il mosto della rivoluzione, ma che rimane ancora fragile, nuovo, piccolo, rimane ancora una puttanella con tutti i suoi sentimenti di difficoltà, di incertezza e anche con le sue crisi di sfiducia e anche con la sua volontà continua di crescita.

Il Mezzogiorno oggi lo troviamo estremamente cambiato riguardo al Mezzogiorno di ieri, al Mezzogiorno immobile, perché abbiamo avuto in questi 30 anni i più grandi fatti rivoluzionari e insieme unitari, universali della storia italiana.

Abbiamo avuto la Resistenza, che non è stato soltanto un fatto militare e guerresco, eroico di liberazione, ma è stato un grande momento rivoluzionario anche se i suoi scopi non si sono realizzati in maniera totale, e talvolta neanche in maniera parziale, ma è stato, di fatto, un movimento rivoluzionario unitario, nazionale e popolare, per usare ancora una terminologia gramsciana. E’ il movimento contadino che ha le stesse qualità e gli stessi valori della Resistenza, e che forse porta ancora più lontano. Abbiamo avuto nel grande movimento contadino del Mezzogiorno quel primo momento, il più difficile. Abbiamo cioè realizzato quella fase di rottura su una situazione storicamente, secolarmente cristallizzata e immobile che richiede la concentrazione di tutte le forse che per secoli si sono accumulate, che richiede però un piccolo passo, sembra piccolo ma che è immenso, che richiede veramente lo scoppio dei sentimenti, delle volontà, che sono state chiuse sotto la scorza del tempo.

Abbiamo avuto, come dicevo, come ho scritto allora, quell’atto di fiducia preventiva nel mondo contadino, di fiducia da parte dello stesso mondo contadino in se stesso, e di fiducia del mondo della cultura del mondo contadino, che solo ha reso possibile quel primo passo, quella prima rottura dell’immobilità storica del mondo meridionale. Abbiamo avuto naturalmente poi tutte le possibili contraddizioni interne e anche i dolori delle sconfitte e le crisi di sfiducia. Vi ricordate quella poesia di Scotellaro che comincia “Pozzanghera nera il 18 aprile”, e che rappresenta veramente e giustamente quel senso di caduta, di crisi, di abbandono, di solitudine, del mondo contadino  dopo quell’episodio, del resto non tanto trascurabile, dopo quella svolta della politica nazionale che è stato il 18 aprile.

Ma quello che è rimasto, quello che rimane, che si sviluppa in modi diversi di fronte a situazioni diverse è il valore rivoluzionario, politicamente, e, come è necessario perché lo sia, rivoluzionario come fondazione di una nuova cultura. Anche, come mi pare di aver detto proprio qui, nel ’55, è come fondamento e base del nuovo modo di concepire l’arte e la cultura, del nuovo realismo, che non andava confuso con dei termini anche lì astratti e generici, perché sono chiamati realismo socialista, ma invece andava fondato veramente sulla nuova visione del mondo, del mondo visto per la prima volta, riconosciuto come esistente, come frutto della propria lotta, che è proprio del movimento contadino.

Ma certo in questi ultimi anni la situazione ha trovato dei cambiamenti immensi, per cui non possiamo continuare a parlare sempre negli stessi termini, come se la realtà fosse la medesima, e il movimento contadino ha preso, riassumendo fondamentalmente su questa posizione rivoluzionaria in sé. Proprio come affermazione della vitalità di un popolo nuovo, si è trovato ad affrontare situazione che andavano continuamente modificandosi.

Attraverso i cambiamenti della situazione italiana, e poi specificamente nelle campagne i frutti negativi, o parzialmente negativi, della riforma agraria, e l’enorme fenomeno che ha spostato tutti i termini dei problemi che è l’emigrazione, che è un punto fondamentale di cambiamento delle cose, delle strutture di cui non possiamo non tener conto, e che condiziona, con tutte le possibilità interne di carattere rivoluzionario il movimento contadino del Mezzogiorno. 

Ma il cambiamento continuo della situazione italiana, con la creazione di una nuova forma che si va affermando di neocapitalismo, attraverso le fasi del miracolo economico, e poi della recessione e poi della ripresa, con la rottura dell’unità politica popolare attraverso il centro-sinistra, con l’attuale vittoria di un nuovo blocco che poi non è così diverso dall’antico blocco agrario, ma che ha altre forze e altre strutture, ma che ha in sé i motivi interni di dissoluzione sotto la spinta di una coscienza rivoluzionaria.

Ora noi, e poniamo solo i temi di una meditazione che non potremmo continuare all’infinito, dovremmo pensare e possiamo anche in senso gramsciano, veramente, perché ancora qui ci soccorre il metodo di Gramsci, dobbiamo pensare alla soluzione del Mezzogiorno in questa nuova realtà, che non è soltanto una realtà nazionale. Perché come col pensiero di Gramsci abbiamo allargato la visione del problema meridionale a problema nazionale, e abbiamo capito come le antiche questioni del Mezzogiorno erano le questioni dello Stato italiano, erano le questioni della nazione italiana, avevano le loro radici in tutta  una storia di formazione di classi e di strutture che risalgono a tutta la storia del nostro Paese, oggi i problemi non sono più soltanto nazionali, e dappertutto nel mondo ci sono le Lucanie, le Lucanie di oggi.

Non soltanto, come diceva appunto il filosofo americano, il Freedmann, che voi conoscete benissimo, perché è stato qui a fare l’inchiesta sui Sassi di Matera, col titolo di un suo libro, Lucania è dentro di noi, ma la Lucania è oggi dappertutto nel mondo, dappertutto, dove esistono paesi nuovi, nell’Africa, a Cuba, nel Sud America, in Asia, nel Viet-Nam. Il mondo contadino del Viet-Nam non è lontano dal mondo contadino della Lucania.

Il mese scorso io mi trovavo in Sicilia, partecipando con Danilo Dolci ad una marcia, manifestazione popolare di singolare interesse, perché era un esempio di tentativo di pianificazione dal basso, di ordine veramente democratico, condotto con la partecipazione popolare dei contadini siciliani della Valle del Belice. E una notte siamo arrivati in un villaggio sperduto, in uno dei luoghi più miseri e più tragici del feudo siciliano, nel paese di Roccamena, che sta in mezzo a distese desolate di feudi deserti. In questo paese povero e tristissimo c’era una riunione per discutere i problemi locali. E insieme alle discussioni della Valle del Belice dei giovani proiettavano un documentario sulla guerra del Vietnam. In quella grande sala, non teatro solenne come questo, ornato, ma uno stanzone miserabile in un paese povero dove la gente stava in piedi perché non c’erano le sedie, a lume di candela (avevano spento la lampada per poter fare delle proiezioni con una lanterna magica), questi giovani proiettavano le immagini della guerra del Vietnam, mentre un altro giovane leggeva alla fioca luce della candela un commento a queste immagini tremende.

In quella notte siciliana, in mezzo a quei contadini io ebbi in un certo momento la sensazione che non si trattava, e non lo era, di un momento di propaganda politica, anzi, che non si trattava di un astratto interesse verso vicende lontane, ma che veramente quei problemi della Valle del Belice, i problemi delle dighe, delle irrigazioni, delle strade, delle scuole, non si differenziavano da quegli altri problemi, da quelle altre immagini che a lume di candela proiettavano su un muro screpolato e bianco; e che noi eravamo veramente per un momento in un luogo che era il cuore del mondo, un luogo ignoto, un luogo lontano in mezzo ai feudi della Sicilia, che era per un momento nel centro della storia.

Ora questo progresso solidale, questa partecipazione, questo “essere con” centinaia di milioni di uomini, questa condizione che allarga i problemi del meridionalismo tradizionale, mostra nel popolo del Mezzogiorno una maturità creata ogni giorno nell’azione quotidiana che trova i suoi agenti, i suoi portatori nei più ignoti contadini, che trova i suoi poeti, che deve trovare i suoi politici.

Non parlerò qui di problemi particolari, non sto facendo, come vedete, un discorso di programma politico, né un discorso tecnico, però vorrei per un attimo fare una vera parentesi che non c’entra in quello che ho detto prima. Visto che sono qui a Matera, vorrei soltanto per un minuto accennare ad un problema cui pensavo anche questa notte passeggiando nei Sassi, alla necessità della loro vita, della loro esistenza come fatto vitale per salvare un patrimonio architettonico unico al mondo e che non si può salvare se non dandogli una ragione effettiva di esistenza, se non cioè secondo le linee che ho cercato di esporre anche nella mia relazione al Senato, cioè rendendoli nuovamente abitabili, senza voler riprendere le stesse strutture, le stesse abitazioni e gli stessi vicinati di prima; trovandovi anche altre destinazioni, ma rendendoli veramente un fatto vivo e del resto su questa linea lavorano architetti e urbanisti che vengono qui sia di Matera sia di Venezia sia di Napoli sia di altrove e lavorano anche i giovani di Matera, che hanno fatto quell’importante lavoro sulle chiese rupestri e sui tentativi di dar vita al Sasso, e per cui dovremmo evitare di ridurre il Sasso di Matera, che vi ripeto è effettivamente una delle meraviglie dell’architettura popolare del mondo, a un fatto morto. Non possiamo ridurre Matera come ad una città che ho visto nel Caucaso in Georgia che si chiama Varsia e che era una piccola città fiorente nel XII secolo ma che poi venne distrutta dai persiani e che adesso non è che un insieme di buchi nella roccia dove è rimasto soltanto l’antica chiesa con degli splendidi affreschi del XII secolo. Ma, invece, quasi direi a segnare la vitalità del mondo meridionale, deve ancora riprendere una sua vita quotidiana e reale. Perché anche su un problema così particolare, così lontano apparentemente da uno sviluppo politico-sociale, si può dimostrare la maturità del Mezzogiorno, e il fatto che la coscienza rivoluzionaria è il solo modo di ridare valore alle radici del passato, al suo linguaggio e anche alla sua arte poiché, come ci ha insegnato anche questo Gramsci, è nella storia che esistono le premesse di ogni possibile rivelazione e rivoluzione.   

Ora cari amici un ritorno a Matera come questo è per me sempre una ragione profonda di vita, un contatto con la realtà nel suo farsi sempre nuova e sempre legata a quei valori fondamentali dell’uomo che qui ho imparato a conoscere.

E’ un rapporto con ciò che esiste per la prima volta: con quel mondo contadino che attraverso tutte le difficoltà e le crisi della sua creazione, della sua autocreazione, anche davanti a problemi sempre nuovi e sempre più vasti, complessi e difficili, è in cammino. Vi ricordate i versi di Scotellaro: “E’ fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi / con i panni e le scarpe e le facce che avevamo”. Con le facce che avevamo, e qui con voi ritrovo che abbiamo dato un’esistenza nuova, e questo fatto, che Antonio Gramsci aveva capito, è, insieme,   poesia e libertà.

 

QUEL SECOLO PRODIGIOSO QUANDO VISSE CARLO LEVI

Di Gaetano Volpe

Rara temporum felicitas,

Ubi sentire quae velis

Et quae sentias dicere licet.

(Tacito, Historiarum Libri, 1, 1)

CRISTO SI E’ FERMATO A EBOLI

VISTO DAL QUADERNO A CANCELLI

Il “mio libro” lo definiva semplicemente Carlo Levi. Egli ne aveva scritti diversi e di non minore valore letterario e poetico. Ma la più semplice espressione indicava che il Cristo si è fermato a Eboli, esprimeva, conservava, il suo intero mondo. Il “libro” vide la luce insieme con la Liberazione, nel 1945, per i tipi di Einaudi. Generazioni di giovani e di intellettuali vi scoprirono un mondo, e non solo il mondo meridionale, che aveva nel Cristo un originale documento programmatico e storico. Tradotto in moltissimi paesi esso richiamò l’attenzione su un’intera civiltà “sepolta”.

Una delle fortune del libro fu certamente il titolo che Levi volle dargli. Il titolo non era di quelli che vengono dati “a effetto” per sollecitare il lettore, o, meglio, l’acquirente. Cristo si è fermato a Eboli riassume un intero programma e giudizio storico. Levi lo presenta scrivendo che, passati molti anni dal suo confino a Grassano e poi a Aliano in Basilicata, anni pieni di guerra e “di quello che si usa chiamare la storia” gli era “grato riandare con la memoria a quell’altro mondo” che stava serrato nel dolore e negli usi antichissimi, come “negato alla Storia e allo Stato”, grato riandare a “quella mia terra”. L’intellettuale torinese sceglieva così una cittadinanza culturale, in un mondo che solo in apparenza era chiuso e immobile, ma in realtà era un’intera civiltà.

Le stagioni scorrono su questo mondo – scrive ancora nella prefazione – come tremila anni prima di Cristo, nessun messaggio umano e divino vi è giunto, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia”.

Perciò Cristo si è fermato a Eboli. Se un messaggio vi giunge per la prima volta – è il significato interiore del libro – lo si deve alla Liberazione e all’antifascismo. La Liberazione sembrò allora non solo il tempo della libertà dell’Italia dal regime fascista ma il confine oltre il quale l’Italia recuperava    se stessa e la sua antichissima cultura umanistica nei nuovi valori. Ha, in certo senso, ragione Carlo Salinari, che, nel suo sommario di storia della letteratura italiana (III vol. vol. 363-366, Editori Riuniti, 1978), scrive che Levi indiscutibilmente appartiene al neorealismo, ma con una sua propria caratteristica “sia pure in modo discutibile”. L’indagine neorealista di Levi è assieme indagine di cronista, di scrittore, di storia e di filosofia. Lo vedremo a proposito dell’intero corpo dell’opera letteraria di Carlo Levi, sia pure per sommi capi e per quanto è lecito per un articolo che può essere solo rievocativo. Nel significato popolare più immediato il Cristo fu accolto come la denuncia di un abbandono da parte dello stato e nel suo significato letterale corrente: fino a Eboli si è fermato lo stato, proprio come se Cristo si fosse fermato là. Ce n’era quanto bastava per rendere drammatica, e in poche parole, una denuncia politica che immediatamente integrava il “meridionalismo” bandiera sollevata dopo la Liberazione, nel fervore delle lotte politiche e degli studi sul tema, come gli studi di Gaetano Salvemini e di Antonio Gramsci.

Dalla lettura dell’intero libro emergeva già in senso più profondo, storico e filosofico, del titolo. Diviene esplicito con il Quaderno a cancelli, ultima opera di Carlo Levi, scritta nel 1973, ciò che prima era solo implicito ma sempre abbastanza evidente. "Nel luogo enigmistico dove si è fermato, Cristo, che parlò per enigmi, e inventò, o fu il figlio di chi aveva inventato la Settimana, il momento del cosiddetto riposo…in quel riposo, in quella domenica di Eboli, aveva capito non potere banalizzare quello che era di là da Eboli, non poterlo civilizzare, cioè possedere, nella sua essenza di selva di Accettura…”. Accettura è situata tra i due luoghi del confino di Levi nel 1935-36. Che il senso dell’abbandono del mezzogiorno da parte dello stato e del governo di Roma non convince sta nella considerazione che quelle terre, per secoli, avevano avuto una loro capitale, Napoli, non Roma. Si era conservata una civiltà perché nessuno aveva potuto veramente dominare, banalizzare, quei luoghi, né i romani, né altri poteri temporali. E quando quella civiltà, irrompeva dopo la Liberazione nella politica e nella cultura della nazione e dell’Europa, queste si arricchivano e la arricchivano. Era una condizione storica di uscita dall’immobilità secolare.

Noi vorremmo cercare e suggerire ancora qualche considerazione filologica e storica. Difendendo, molti anni dopo, il “suo libro”, a Matera, commemorando Antonio Gramsci (giugno 1967), Levi diceva che egli non aveva inteso valutare un mondo immobile, da conservare nella sua staticità e senza potenzialità dinamiche. “Se abbiamo narrato quel mondo immobile era perché si muovesse, e quel mondo si era mosso, veramente in modo rivoluzionario, secondo quello che aveva in certo senso preconizzato e creato nei fatti Antonio Gramsci”.                                                                                   

Se finora abbiamo delimitato uno dei significati e degli elementi del Cristo, per i quali ci soccorre il Quaderno a cancelli, la vera e più completa collocazione storica del suo libro, che rappresenta la sua concezione, dev’essere ancora fatta. Che ne è di quella concezione, di quel programma, di quella interpretazione? Ha resistito al tempo, e a quale tempo?

Il Quaderno a cancelli registra non la perdita di validità dei motivi che accompagnarono il risveglio della Liberazione, ma qualcosa come il tentativo di risospingere quel mondo e quei valori nella penombra. Reca la data del 14 marzo 1973 la poesia inserita, fra le altre, nel Quaderno. Ne riprendiamo alcuni versi, un nucleo centrale: Non importa più che tu insista / a scrutare che cosa annebbia / e schiarisce, deludenti e deluse / le cose. Ti riprendono i giorni. / Ma il giorno, perché non brilla / di luce interna perché trema, /perché le cose più entusiasmanti / non mostrano l’usato splendore, / pare una brace estrema / che dà ancora il suo calore / ma non fiamme avvampanti? / e ogni cosa, come i Santi, / ha una scialba aureola… (pag. 111).

Si completa così l’alta delimitazione temporale del Cristo. Ciò non vuol dire che, con il passare del tempo, per virtù di nuove esperienze, per rielaborazioni degli anni della maturità, vi sia l’abbandono, che pur certi suoi critici gli richiedevano, delle concezioni espresse nel libro.

Quelle concezioni furono sempre difese, riaffermate, e confermate dai fatti. L’espressione nei tempi della mia preistoria indica solo la distanza, quasi senza tempo, fuori del tempo, tra le aspirazioni del “risveglio” che si era verificato in quel mondo che era allora immobile e la realtà effettuale che lo aveva frainteso, o ignorato, anche volutamente, perché nella società potessero restaurarsi quei rapporti fondati sullo stato-baal delle epoche davvero preistoriche e sopravvissute per cause profonde, anch’esse esaminate da Levi in uno scritto che precede, in senso temporale, tutti gli altri, ma che, dal punto di vista logico e filosofico, sembra riassumere l’intero pensiero filosofico dell’autore.

Alludiamo, qui, al libro Paura della libertà, il saggio scritto nel 1939, nell’esilio, in Francia, prima della stesura del Cristo si è fermato a Eboli, ma subito dopo la sua cruciale esperienza del confino in Basilicata.

E così, il ricorso alla locuzione nei tempi della mia preistoria va interpretato nel suo vero senso enigmistico, nel suo contrario. Il punto più alto della storia del secolo fu “quel risveglio” contro cui si era eretta la “preistoria” dello stato-baal, con il suo sistema di rapporti, risalenti ai primordi dell’uomo.

Se vogliamo, poi, ragionare nei termini politici e delle culture sociali, l’affermazione di Levi nel Quaderno, nel 1973, a brevissima distanza temporale dal tempo della Liberazione, tra il 1943-1945, è una delle più dure denunce di come in un breve volgere di anni si fosse tentato di baalizzare nuovamente non solo un mondo sociale ma l’intera coscienza del secolo.

Che non vi fosse stata alcuna abiura in Levi, nel Quaderno a cancelli, lo dimostrano i pochi versi, che abbiamo citato, le cose più entusiasmanti, l’antica scintilla, la brace estrema dà ancora calore.

Quel mondo poetico del risveglio è il vero nucleo che rivela il fatto entusiasmante. IN questo mondo poetico, Carlo Levi collocò Rocco Scotellaro, il poeta contadino della Basilicata, e la sua opera espressa tutta in poche parole: è fatto giorno, siamo in gioco anche noi, noi che lo stato-baal volle ai margini.

L’OROLOGIO E IL TEMPO DI UNA POLITICA

Come ogni corpo reca con sé il proprio anticorpo, così le distinzioni del tempo, che noi numeriamo, suddividendolo in giorni, anni, secoli, non devono indurci a tracciare confini così netti nell’evoluzione sociale o nella vita biologica. Non si era ancora conclusa, infatti, la fase della costruzione del nuovo mondo sorto dalla Liberazione e già emergevano i sintomi, i prodromi, della restaurazione. Carlo Levi fu anche il cronista e il veggente dei fatti del tempo.

Il libro L’orologio, scritto nel 1950, pochi anni dopo il Cristo, è non solo una cronaca precisa e minuta della vita politica e di protagonisti, o semplici uomini, che costellarono gli avvenimenti dell’immediato dopoguerra, e prima del referendum monarchia-repubblica del 1946, ma anche una riflessione circa i grandi momenti e attese storiche di un dato tempo, che sono tali, grandi, come risultante di innumerevoli rapporti, aspirazioni o interessi e volontà, pur essendo costituiti dalle minuzie, o addirittura banalità, della sorte quotidiana dell’uomo, nel nostro caso, della vita degli italiani negli anni del dopoguerra in cui si scontrano attese e alti ideali con le pochezze ataviche. Solo in apparenza L’Orologio è una cronaca minuta, sia pure assolutamente veritiera, e tale da essere testimoniata di cose che, a esempio, senza le registrazioni neorealiste, sarebbero andate perdute, o esageratamente sublimate in un’unica espressione resistenza e liberazione, ma in realtà assai più complesse e labirintiche.

E solo nel Quaderno a cancelli, 1973, alcuni approdi possono essere visti, ma già allora, 1950, o meglio, 1945, il tempo al quale L’Orologio si riferisce, i prodromi di una vicenda, i sintomi “biologici” operanti nella società, sono individuati e esposti.

Così la misurazione del tempo è apparentemente limitata all’immediato periodo post-liberazione, ma è anche liberamente assunta come ricorrenti cicli o punti di una parabola.

Alla fine del 1945 già si concludeva la fase politica dei governi espressione del Comitato Nazionale di Liberazione con la crisi e la caduta del governo Parri.

Quei giorni occupano, in certo senso, il centro de L’Orologio. “Ora c’è la crisi del governo – gli dice Ferrari…leggono che gli operai del Nord e il contadini del Mezzogiorno protestano contro la crisi, e manifestano la loro solidarietà… Non riusciremo a salvare il governo della Resistenza…purtroppo non ci riusciremo” (pag.95), e più avanti, vi è descritto Parri, presidente del Consiglio dei ministri, del governo posto in crisi, che espone i motivi della crisi e i suoi retroscena pretestuosi, e conclude: “la diagnosi era dura, e esatta: ritorno di un vecchio mondo, tentativo di annullare tutto quello che era stato fatto, e, infine, la grande parola: colpo di stato” (pag. 150). Le pagine precedenti – 147-149 – contengono la descrizione poetica, drammatica di quella vicenda impersonata dall’uomo della Resistenza che appariva “estraneo” al mondo dello stato-burocrazia-baal, ma che rappresentava “o ne era piuttosto costruito, qualche cosa che non è negli schemi politici; una cosa nascosta e senza nome, eguale in tutti e indeterminata, ripetuta milioni di volte in milioni di modi eternamente uguali: i morti freschi sotto la terra, la sofferenza di ogni giorno, e il coraggio che la nasconde” (pag. 148). Parri, scrive Levi, aveva il viso del “dolore degli altri”, e, in quel clima, egli “era diverso, come straniero” e quindi “nessuno avrebbe potuto contemplare in lui, messi alla ribalta, i propri vizi e le proprie virtù”. Ma qui, invece che continuare, invitiamo a leggere, o rileggere, con la maturità degli anni, il testo di quelle pagine bellissime e poetiche di Levi, e non solo quelle, essendo tutta la sua opera collocabile al vertice simbolico di una parabola.

Di quegli avvenimenti, per giustificare Alcide De Gasperi, parla Andreotti nell’intervista a Gambino su De Gasperi (1977, Saggi tascabili Laterza). Andreotti ricorda il primo incontro tra De Gasperi e Parri in un corridoio di Montecitorio e sembra confermare il quadro fatto da Levi: “De Gasperi rimase molto colpito dagli aspetti fisio-psichici di Parri, dalla sua sincerità, dalla sua serietà, dall’onestà con cui chiedeva collaborazione (pag. 53). Poi – dice Andreotti – alla fine dell’estate (1945) i liberali si accodarono con De Gasperi, il quale asserì che “se le cose andavano in un certo modo e lui fosse stato designato alla presidenza del consiglio, non si sarebbe tirato indietro” (pag. 56). Nessuna motivazione fondata contro Parri. E Carlo Levi, con la sua cronaca tra storia e poesia, esprime in mondo ideale della verità che da nessun punto di vista si presta a confutazioni.

L’intreccio dei fatti non è lineare. Pochi mesi dopo la Repubblica vinse nel nome di quegli stessi ideali della Liberazione contro cui già era operante l’anticorpo, l’antistoria, la preistoria.

L’UNITA’ ORGANICA DELL’OPERA DI LEVI E IL MONDO POETICO E LETTERARIO DELLA VERITA’

Parlandone, o scrivendone, successivamente, Levi stabilisce un nesso tra le sue opere (L’invenzione della verità, raccolta di scritti 1922-74, Coraggio dei miti, a cura di Gigliola De Donato, Bari, 1975, De Donato editore).

Mi pare che nei miei libri – dice Levi – si possa trovare l’espressione del rapporto con una realtà, che dapprima è immobile, nel Cristo si è fermato a Eboli, poi, attraverso un rapporto amoroso, la realtà che ne nasce acquista vita e movimento, come nel mondo de L’Orologio, animato e mosso dalla “pura energia liberata, fuori dall’immobilità delle convenzioni”; poi il movimento  si obiettiva nell’azione, entra nella realtà come organismo, trova, drammaticamente, la sua giustizia, afferma la sua libertà, si apre alla parola: è il mondo di Le parole sono pietre. Questa successione che è avvenuta in me – così conclude l’articolo L’Invenzione della verità – e che si è espressa nei miei libri, “mi pare sia la stessa che caratterizza dappertutto, e in tutti, il nostro tempo nel suo crescere e progredire” (pag. 124). E’ lo stesso concetto, qui definito come il punto più alto di una parabola, nel Ventesimo secolo.

Nel libro Le parole sono pietre (Einaudi, 1955, pag. 139) lo stesso concetto era stato ancora meglio precisato. La donna, questa donna, che si è fatta in un giorno (la madre di Salvatore Carnevale ucciso dalla mafia sul sentiero che da Sciarra, in Sicilia, porta alla cava di pietra dove Salvatore lavorava) rompe un’antica usanza del silenzio, e le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre. Francesca Serio parla con durezza, con una profonda assoluta sicurezza, con una certezza che asciuga il pianto e la “fa spietata”.

Il risveglio di Francesca Serio è un fatto epocale, che avviene per la prima volta nella storia della Sicilia. In altri tempi “l’autorità avrebbe fatto le viste di indagare”, “ma tutto sarebbe finito nel silenzio, come tutte le altre volte”, “si sarebbe parlato di un delitto privato”. Ma questa volta, per la prima volta nella storia della Sicilia, non è stato così. La madre di Salvatore ha parlato, ha denunciato esplicitamente la mafia al tribunale di Palermo. E’ un grande fatto, perché rompe il peso di una legge, di un costume il cui potere era sacro. Cambiò qualcosa nel paese, dove tutti erano terrorizzati e nessuno andava a vedere il cadavere. Poi, “la denuncia ha scacciato il terrore…tutti si sentivano solidali sulla strada giusta, come al centro del mondo”.

Quando Levi commentò più tardi a Matera Antonio Gramsci, e vi difese il suo libro, avrà certamente pensato, con il giusto orgoglio dell’amico e del poeta, che anche quel libro aveva contribuito, come in effetti disse, al risveglio, così ponendosi da quella parte della storia che rappresenta quel risveglio.

Si era trattato, nei tempi più acuti del secolo, di un parto sovrumano, di cui il mondo, per ridestarsi, era stato capace. A quali confini di orrore si fosse giunti tra il 1940 e il 1945 ormai, forse, è una memoria che si vuole rimuovere dalla storia e dalla psiche umana. Ne parla ancora Carlo Levi nella prefazione di un libro successivo, che riferisce di un viaggio in Germania, La doppia notte dei tigli, Einaudi, 1959. Giungere in Germania, ancora nel 1959 o 1964, riportava la mente e tutti i pensieri del viaggiatore alla tragedia che si era svolta e sembrava ancora presente pur nel fervore dell’opera della ricostruzione. Così la prefazione è un tributo conscio all’inconscio che fa pesare, nelle generazioni che l’hanno vissuta, quell’antica reincarnazione di una tragedia mefistofelica. Infatti, il titolo del libro, riprende un verso dal Faust di Goethe, in cui si narra del guardiano della torre che scruta e vede nella notte incendi e segni di massacro ovunque, Durch den Linden Doppelnacht, per “la doppia notte dei tigli”. 

Dunque, ricorda Levi, nella prefazione, quanto soleva dire degli stermini nazisti Umberto Saba, cioè che, dopo Maidanek, dopo i noti orrori del nazismo, tutti gli uomini sono in qualche modo diminuiti, tutti, vittime e carnefici, e lo saremo per molti secoli ancora. Al giudizio, quasi biblico di Saba, vero dal punto di vista della continuità della memoria biologica e storica degli uomini, Levi, che pure considerava con affetto grandissimo Umberto Saba, oppone l’altra verità, anch’essa vera nella dialettica  umana: e tuttavia, anche dall’estremo del disumano, un nuovo momento umano può germogliare (pag. 5). Quel momento si è verificato, e come allora, al culmine della parabola, come vi fa seguito la curva discendente, amaramente descritta nel Quaderno a cancelli, in nuovi tempi, nel susseguirsi dei cicli storici, un altro culmine può darsi alla storia e alla vita dell’uomo. E così, ancora una volta, il messaggio di fiducia del Cristo e de Le parole sono pietre, ponendosi in un ambito filosofico, in una concezione esplicitamente dialettica che fu patrimonio del migliore neorealismo, proietta il suo valore sul futuro, come affonda l’esperienza, da cui nasce, fin nei primordi.

Pensiamo di poter escludere che Levi abbia mai ripudiato anche minime parti del Cristo. Del resto, ma l’esperienza del confino in Basilicata, a Grassano, poi nel più remoto comune di Aliano, e la stesura del libro intercorrono circa dieci anni – 1936 –1944/1945 – e, conoscendo l’autore, deve dedursi che la vita e le vite di quel tempo siano state rielaborate lungamente prima che vedesse la luce la riflessione del Cristo. Il futuro ha un cuore antico (1956) descrive un incontro con un gruppo di studenti della università vecchia di Mosca. Ai giovani, che lo interrogano sul Christos ostanovilsja v Eboli, egli risponde che, davvero, alcuni di loro hanno compreso lo spirito notando che alle pure conoscenze teoriche il libro ha fatto subentrare persone vive, altri, invece, mostrano dissenso, “ma con tono di amicizia”, “con dolcezza ridente”, e quindi in forma assai diversa “dalle obiezioni nel mio paese talvolta con l’aspetto di inquisitori di Spagna” (pagg. 254 e seg.). Se deve ritenersi che un libro è talvolta molto più meditato che una conferenza deve dedursi che le analisi del Cristo vengono confermate nel tempo resistendo all’usura che a volte i fatti apportano alle cose e ai detti e resistendo alle critiche, che, d’altra parte, costellarono il breve tempo in cui il neorealismo fu al suo apogeo.

Il riferimento ricorrente al neorealismo, come prima abbiamo ricordato, indica i valori delle espressioni artistiche e culturali di un tempo originale e, in certo senso, irripetibile, nel quale la nostra generazione ha avuto in sorte di vivere. Si può anche dire che è stato veramente il tempo, e un luogo, della rara felicità, dove poter sentire in libertà e in libertà esprimere il sentire, di tacitiana memoria. Va da sé che non possiamo riferirci al regno filosofico della libertà, incontrastata, ma della condizione umana, quasi di massa, di uno stato di “libertà dalla paura”. Il neorealismo fu, così inteso, un comune denominatore, una risultante di forze naturalmente distinte, e ciascuna con propri caratteri originali. A esempio, fra gli abbozzi di rappresentazioni psicoanalitiche di Alberto Moravia e la vertiginosa, labirintica, profondità che si ritrova negli scritti di Carlo Levi, primo fra tutti Paura della libertà, può rincontrarsi solo quel comune denominatore, democratico, antifascista, libertario, fiducioso, che riassunse la cultura irripetibile che noi avemmo la fortuna di vivere, quasi una necessità attribuibile al fato, alla storia con le sue leggi naturali e fatali.

Implicite o esplicite nel lavoro di Levi appaiono solidissime radici culturali, fra cui il classicismo tedesco, Goethe, Kant, con i loro addentellati con l’illuminismo o lo Sturm und Drang. Così hanno ragione Salinari e Gigliola De Donato circa la delimitazione che va tenuta presente quando si voglia ricondurre Levi soltanto alla stagione, pur luminosissima e irripetibile, del neorealismo. Possiamo quindi qui ricordare anche l’opinione, manifestata in altro tempo, in cui si formava una autonoma cultura italiana più collegata alle tendenze europee e libera dai provincialismi, di Benedetto Croce. Nella sua storia della letteratura della nuova Italia egli optò per esporre il rilievo dei singoli autori piuttosto che ricondurli a correnti letterarie e ideali, ciascuno essendo, infatti, come una delle forze che compongono il quadro e determinano il comune denominatore.

Uno dei caratteri, quasi una legge, della poesia giunge a Levi dalla matrice del classicismo tedesco, la poesia della verità, come metodo, stato d’animo, disposizione artistica, e, di conseguenza, spirito polemico. Levi ne parla in uno scritto, forse il testo di una intervista, trovato, senza riferimenti di luogo e di occasione, fra le sue carte, e pubblicato nel Coraggio dei miti (121-124): Invenzione della verità. Egli parla della poesia in senso lato, non solo dei versi, ma anche della prosa, della pittura, della manifestazione artistica, del linguaggio espressivo dei sentimenti, e, appunto dice che la poesia è l’invenzione della verità. La poesia non deve inventare alcunché. Essa esiste nella realtà, nella natura, nella loro ricchissima varietà, superiore a qualsiasi astratto fantasticare.  Anche la fantasia del poeta diviene concreta quando è predisposizione, artistica, quasi scientifica, di sapersi volgere alla natura, di saper vedere e saper descrivere. E’ la medesima teorizzazione del classicismo di Goethe, della Dichtung und Wahrheit, uno dei famosissimi libri di Goethe, appunto Poesia e verità. E’ lo stesso discrimine di cui scrive Benedetto Croce nel 1922 nel libro Poesia e non poesia (Laterza). Il breve scritto-intervista cita, fra i vari esempi  della poesia, quel ricorrente mondo della Basilicata: “io venni, a un certo punto della mia vita, costretto dal governo fascista del tempo a vivere in uno sperduto villaggio della Lucania, strappato al mondo che mi era noto, nascere una seconda volta; dalla civiltà razionale (Torino) in un’altra civiltà e in un altro mondo, a inventare la poesia: e quella vita, coi suoi nuovi rapporti, fu una violenta poesia della umanità ancora non nata, dove le lingue si sciolgono a nuovi e antichissimi linguaggi”. La poesia della verità è quella che trasforma le parole in pietre, che, anche levigatissime come poesia, colpiscono, come la parola di Francesca Serio, come deve essere la poesia, a guisa del marmo levigatissimo della Pietà. Talvolta, non le singole verità dei fatti e dei mondi rappresentati in quella stagione fulgidissima furono rifiutate, bensì la filosofia della verità urtò contro le concezioni della verità di stato. Con il tempo i contrasti si sono in gran parte sopiti, saggezza del tempo, oppure anche scomparsi, o travolti dai riflussi di un’epoca altra, che fa dire a Levi del Quaderno a cancelli “al tempo della mia preistoria quando scrissi di quel mondo contadino laborioso…” Quel mondo fu veramente straordinario e irripetibile, non paragonabile alle altre epoche “di risveglio” conosciute dalla storia, quando alla rinascita presero parte soltanto avanguardie umane o intellettuali. Questa volta, fra il 1930 e il 1950, esso è raggiunto da miliardi di uomini della terra. Se con la svastica sulla Torre Eiffel, quel 14 giugno resta come la data simbolica della fine di un mondo di civiltà, di arte, di cultura (in Paura della libertà), quella fine scosse in profondo il pianeta che dall'estremo del disumano raccolse la sua vitalità con un'estensione mai conosciuta. Questo grande flusso potrebbe anche cessare, il breve, intenso risveglio valica, però, il tempo, fattosi cultura e costume.

FINCHE’ ROMA GOVERNERA’ MATERA…

L’impossibilità di intendersi fra gli uomini politici e “i miei contadini”, dice verso la fine del libro, quando riassunse ogni riflessione storica e di costume, sta nel fatto che qualsiasi stato, dittatoriale o democratico, se è centralizzato è anche lontano. Ne sono derivate le astrattezze delle soluzioni non mai aderenti a una realtà viva. Quindici anni di fascismo, quanti ne erano trascorsi tra il colpo di stato del 1922 e il tempo del confino, avevano fatto dimenticare a tutti il problema meridionale. Coloro che se lo riproponevano lo facevano in modo strumentale, in funzione di una generica mediazione, di partito o di governo, oppure vedendo in esso un puro problema economico e tecnico, di opere pubbliche, di bonifiche, di necessaria industrializzazione, vale a dire di colonizzazione interna. Taluni si riferivano a vecchi programmi socialisti “rifare l’Italia”. Altri ancora ci vedevano una triste eredità storica, di servitù borbonica, che una democrazia liberale avrebbe gradualmente eliminato, mentre altri vi vedevano, schematicamente, una oppressione capitalistica risolvibile con la dittatura del proletariato.

Vi sono anche altri – scrive Levi (pag. 220) – che hanno scritto o pensato “a una vera inferiorità di razza”, del “sud come  un peso morto per l’Italia del nord”, e studiavano le provvidenze per ovviare dall’alto a un doloroso stato di fatto.

Sembrano come scritte oggi, 1992. Spesso Levi ne aveva discusso a Aliano, durante il confino, e lo avevano guardato con stupore quando aveva detto che lo stato, come essi lo intendevano, era invece l’ostacolo fondamentale a che si facesse qualcosa. “Non può essere lo Stato, aveva detto, a risolvere la questione meridionale, per la ragione che quello che noi chiamiamo problema meridionale non è altro che il problema dello Stato”.

Si potrà colmare l’abisso tra lo stato e i contadini quando riusciremo a creare una forma di Stato di cui anche i contadini si sentano parte. Questa tesi di Carlo Levi non è altro che il concetto di Stato-comunità, e non Stato-governo, che i costituenti delinearono, tra il 1946 e il 1947, nella Costituzione, dichiarando che la sovranità è del popolo che la esercita nel concreto per mezzo delle sue libere associazioni. Sono necessarie le opere pubbliche – egli continua – ma non risolvono il problema. I piani centralizzati possono anche avere grandi risultati pratici, ma resterebbero sempre due Italie ostili. E elenca poi altri due aspetti del problema, quello economico e quello sociale del latifondo e della terra. Ma il problema, che li riassume tutti, è quello politico e delle strutture. E, infine, il distico, giudizio politico e profezia: Finché Roma governerà Matera, Matera sarà anarchica e disperata, e Roma disperata e tirannica. La nuova strada si chiama “autonomia”, del comune rurale, come della fabbrica, delle scuole, delle città, di “tutte le forme della vita sociale”. Con il nuovo stato potrà cessare lo stato idolatrico che dalla notte dei tempi ha penetrato ogni fibra dell’uomo. Lo stato-idolo riporta l’umanità alla condizione originaria di massa (Paura della libertà, pag. 113), al terrore della propria identità.

Il libro che, dal suo titolo, e scritto negli anni in cui (1939) sembrava trionfare il fascismo, pare indicare la paura di questo regime per gli uomini liberi, è invece una storia biblica che corre per i tempi per la conquista interiore della libertà, vale a dire un fatto che va oltre ogni epoca.

Se questo scritto, che si colloca nell’ambito delle celebrazioni del XXV della fondazione dell’associazione degli emigranti, di cui Levi fu il primo presidente, è riuscito a incuriosire, per l’attività del pensiero dell’autore del Cristo, il lettore, a rileggere, o i giovani a leggere per la prima volta quelle opere sorte nel culmine di un secolo prodigioso, a incuriosire o interessare anche una sola persona, allora anche il suo estensore ne sarà soddisfatto, perché la lettura di Carlo Levi farà il resto.

OPERE DI CARLO LEVI

Editrice Einaudi, CRISTO SI E’ FERMATO A EBOLI, 1945, il più famoso racconto, originale classico del neorealismo, che segnò la scoperta di una civiltà – il Mezzogiorno contadino – con i suoi valori primordiali e attuali.

PAURA DELLA LIBERTA’, 1946, scritto in Francia nel 1939, scopre il volto idolatrico delle istituzioni, così dato quando l’uomo ignora la sua libertà.

L’OROLOGIO, 1950, una leggiadra autobiografia nella storia del dopoguerra (Carlo Muscetta).

LE PAROLE SONO PIETRE, l’antico dolore della Sicilia non ha più il peso della rassegnazione.

IL FUTURO HA UN CUORE ANTICO, 1956, il mondo arcaico e giovane dell’URSS, narrato dal letterato filosofo.

LA DOPPIA NOTTE DEI TIGLI, 1959, reportage sulla Germania divisa, in uno sfondo mefistofelico di scissione immemore di sé.

TUTTO IL MIELE E’ FINITO, 1964, una Sardegna di pietre e pastori popolata da uomini moderni e vivi.

QUADERNO A CANCELLI, 1979, postumo. “Carlo vive dentro il cerchio fermo della sua totale armonia con il mondo” (Linuccia Saba), editrice De Donato.

IL CORAGGIO DEI MITI, 1975, raccolta di articoli e saggi dal 1924 al 1974.

SCRITTI E DISCORSI IN SENATO E NELLA FILEF (Emigrazione Filef, 1975, n. 12); Il governo Moro, una scelta storica, 21.12.63; Riconoscere la Cina popolare, 16.2.64; Il patrimonio culturale, linguaggio e individuazione storica, 14.4.64; Il vicario di Hochhuth, 17.2.65; Occupazione della diga del Jato, 15.6.65; Le mille Agrigento, 20.10.66; La peggiore legge di polizia , 27.6.67; Le bombe non vincono, il Vietnam ha vinto, 22.10.67; Una scissione di due momenti di una rivoluzione creatrice, 31.8.68; Non più cose ma protagonisti, editoriale del 1° numero di Emigrazione-Filef; La strategia della tensione, 1111.8.69; Emigrazione e struttura, 9.4.70; Immigrati a Milano, 24.10.71; Una nuova politica, una nuova cultura, discorso conclusivo del 3° congresso della Filef, Bari, 29.12.71; Perché le Regioni, Perugia, relazione alla prima conferenza regionale dell’emigrazione, 7.7.73; Quel volgo disperso e senza nome, 14.1.74; Per Giuseppe Di Vittorio, ottobre 1974; Siamo in gioco anche noi, 20.11.74.