NON
PIU’ COSE
MA PROTAGONISTI
L’articolo
scritto da Carlo Levi per il primo
numero di “Emigrazione”, il
mensile della FILEF (15 novembre
1968)
La Federazione italiana lavoratori emigrati e
famiglie (Filef), dopo i primi mesi
di preparazione e di inizio di
organizzazione, dà principio alla
sua concreta attività, in Italia e
in tutti i Paesi di emigrazione, in
tutti i campi, e ai vari livelli in
cui la sua attività deve
manifestarsi. La sua esistenza nasce
da una necessità attuale, dai modi
nuovi di una condizione umana
antichissima, da una nuova coscienza
che è sorta e si è maturata in
questi anni nel mondo dell’emigrazione,
che ha dato una nuova dimensione e
un nuovo significato ai suoi
problemi, che ha imposto, o va
imponendo, anche a chi abbia
interesse di nasconderlo o di
rifiutarlo, la consapevolezza dell’emigrazione
come uno dei problemi fondamentali
della nostra società, della vita
della comunità nazionale.
Il fenomeno dell’emigrazione, resa forzata da
strutture economiche e politiche che
non consentono, in patria,
condizioni possibili di lavoro e di
vita a una larga parte di cittadini,
non è mai stato finora considerato
nella sua ampiezza e gravità, nel
suo carattere determinante di un
sistema sociale e economico che su
di essa si fonde, che la rende
obbligatoria, e che non potrebbe per
ciò, senza una sua radicale
trasformazione, estinguerla, o
ridurla a problema marginale. E
poiché l’emigrazione, con i suoi
aspetti di espulsione dalle proprie
radici e dalla propria terra, di
rottura dei legami culturali e
familiari, di esilio in paesi di
costume e di lingua diversi, è in
se stessa una realtà drammatica,
piena di infinite tragedie,
sacrifici e dolori, e non può non
essere sentita che come una colpa
collettiva, si è sempre cercato di
nascondere i veri caratteri, di
considerarla come un fenomeno
naturale quasi esterno alla società
nazionale, o di tacerne, o di
coprirlo con l’ipocrisia dei buoni
sentimenti e del paternalismo
assistenziale, o dei falsi miti
nazionalistici del nome d’Italia e
del lavoro italiano. In queste
condizioni, l’emigrante forzato,
dopo essere stato espulso dal
proprio paese, era del tutto
abbandonato, e costretto a un reale
e servile esilio.
Ma in questi ultimi anni, in cui con straordinaria
intensità e rapidità, in tutti i
paesi del mondo, popoli e classi
subalterni, rompendo la propria
soggezione coloniale, sono andati,
in modi diversi, affermando una
nuova coscienza e una nuova
libertà, anche il mondo della
nostra emigrazione si è mosso dalla
precedente condizione di
immobilità, si è fatto, o si sta
facendo, consapevole della propria
realtà, dei propri bisogni, dei
propri caratteri, della propria
forza. E tutti coloro che si
occupano, da vari punti di vista,
del fenomeno dell’emigrazione,
devono ormai tener conto di questa
sua nuova realtà in sviluppo.
E’ questo modo moderno di affrontare i problemi
della emigrazione, è questa
maturità dei tempi, che ci ha
mostrata come necessaria la
fondazione della federazione, ci ha
indicato gli indirizzi del suo
lavoro. E’ un movimento, che
superando ogni limitazione e visione
di parte o di partito, e rifiutando
ogni paternalismo, prende forma
secondo il principio dell’autonomia.
Di esso devono fare naturalmente
parte le associazioni autonome degli
emigrati nei vari paesi, quelle che
esistono e quelle che si andranno
formando, e i singoli emigrati; e le
loro famiglie nei paesi d’origine,
e tutti coloro che, per diversi
rapporti, sono, in qualche modo,
toccati e determinati nella loro
vita dal fenomeno dell’emigrazione.
La federazione dovrà essere l’organismo
democratico e lo strumento d’azione
di quei milioni di italiani che
riuniti da una condizione umana
comune che li pone naturalmente a
fianco di tutti gli uomini di ogni
paese che lottano per la propria
libertà e dignità umana, vanno
riconoscendosi, non più cose o
passivi strumenti di lavoro, ma come
protagonisti. Perciò la federazione
affronterà, con questo spirito
nuovo, tutti i problemi dell’emigrazione:
da quelli immediati e concreti, non
più accettati come dono dall’alto,
assistenza e beneficenza, ma
affermati come diritto da
conquistare con la lotta; a quelli
fondamentali delle strutture
economiche e politiche, e delle
cause reali del fenomeno
emigratorio, da emendare e
modificare con la forza operante
dell’organizzazione; quella
continua inchiesta di base, presa di
coscienza permanente e quotidiana
della propria realtà; alla
affermazione di un proprio valore di
cultura.
Il bollettino che inizia oggi la sua pubblicazione
vuole essere, per ora, null’altro
che un rendiconto sommario delle
prime attività della federazione, e
un contributo modesto, anche per l’iniziale
scarsità di mezzi, allo sviluppo di
questa realtà. Ma è nostro
proposito e speranza che esso debba
presto svilupparsi in un più largo
e permanente strumento, che
rappresenti, ad opera degli emigrati
e delle loro organizzazioni che ne
diventeranno i naturali redattori,
la voce stessa dell’emigrazione,
il luogo della sua espressione
autonoma di nuova coscienza e di
nuova realtà.
Di fronte alla consapevolezza degli emigrati che
partecipavano nel gennaio 1967 alla
Conferenza di Roma, avevo detto,
concludendo un mio intervento, che l’emigrazione
non poteva più oggi, nella realtà
e nell’animo degli emigrati,
essere “il passivo esilio dei
poveri, considerati una razza
inferiore da espellere. E’ oggi
– dicevo – una battaglia che si
combatte, fino in fondo, fino alle
sue più remote conseguenze”.
Una battaglia contro l’alienazione, contro la
servitù. Una battaglia che sta
sullo stesso piano di quelle sociali
per la terra, per il lavoro, per la
libertà, a fianco di quelle che
vedono popoli interi liberarsi della
condizione coloniale e affacciarsi,
nuovi alla storia; della grande
lotta per un mondo umano. Così l’emigrazione,
che è nei fatti, servitù,
condizione coloniale, sacrificio
rituale, mutilazione, razzismo, che
è strumento di potere e mezzo di
conservazione, diventa, per la
nostra nuova coscienza, un punto di
partenza per il rinnovamento totale
della società, lo strumento della
nuova cultura, il principio di una
organizzazione operante, la leva per
spostare il peso delle vecchie
strutture, il nuovo elemento delle
lotte operaie in Italia e in Europa,
il lievito per spostare i paesi
immobili; la ragione di un giudizio
e di una condanna; il senso di una
grande solidarietà storica
mondiale, la scoperta e la
rivelazione di una verità”.
Con questi pensieri, con questi sentimenti, con
queste certezze che sono la realtà
nuova e vivente dell’emigrazione,
ci mettiamo oggi, tutti insieme,
fraternamente al lavoro.
EMIGRAZIONE
E STRUTTURA
Che milioni di italiani si trovino
dalla nascita nella posizione di
uomini senza speranza, è uno
scandalo che è prova del carattere
autoritario delle strutture del Paese.
Discorso al Senato - 9 aprile 1970
Levi – Signor Presidente, signor Presidente del
Consiglio, signori senatori, se
anche questa volta, come in
occasione di tutte le precedenti
discussioni sulla formazione di un
nuovo Governo, ho chiesto di parlare
qui, lo farò tuttavia il più
brevemente possibile, e soltanto o
soprattutto, per richiamare l’attenzione
su un problema fondamentale della
vita del Paese, da cui tutti gli
altri sono in qualche modo
condizionati.
Non intendo dunque parlare delle questioni generali,
della struttura politica del nuovo
Governo, delle vicende della crisi,
né soffermarmi in una analisi delle
sue cause e del suo significato. Non
intendo parlarne in primo luogo
perché ne ho già parlato, e fin
troppo a lungo, abusando della
vostra pazienza, al tempo della
crisi precedente, nell’agosto
scorso, quando avevo cercato di
mostrare
come la crisi non fosse tanto
quella di quel particolare Governo,
ma la crisi del cosiddetto
centro-sinistra: crisi implicita,
fin dal suo primo momento di
anacronistiche speranze e illusioni,
nella natura stessa e nella sostanza
e nella storia delle sue componenti,
la socialista e la democratico
cristiana, dove, come dicevo, la
preparazione tecnologica avanzata
dalla Democrazia cristiana in
funzione di un conservatorismo
moderno non poteva non prevalere
sull’utopia socialista di un
riformismo contraddittoriamente
preparatore di mutamenti di
struttura.
E’ facile allora, senza bisogno di essere profeti o
figli di profeti, prevedere tutto
quello che sarebbe avvenuto poi e
che era già pronto negli
avvenimenti e nella loro storia: la
crisi, o, probabilmente, le crisi
successive, sempre meno motivate
nella realtà, l’affievolirsi e lo
spegnersi di ogni tensione ideale e
di ogni rapporto vero con le cose,
fino al ridursi della lotta politica
a una pura lotta di potere, dove
tutti i problemi (che nella realtà
hanno corpo e vita e sono fatti di
uomini, di fatica e di dolore) si
svuotano in schemi, in simboli, in
bandiere, in pretesti di potere, in
astuti compromessi verbali, come ad
esempio la “delimitazione della
maggioranza” o il “Governo
organico”, o la formula per il
divorzio, a proposito della quale l’amico
senatore Galante Garrone ha
opportunamente citato la favola di
Bertoldo, e forse avrebbe potuto
anche citare La Fontaine o
Buonaventure Des Périers o magari
le facezie del Poggi.
Se prendessi anche un solo momento per buone, senza
demistificarle, queste formule e
astratte contese, anche se per
oppormivici, il parlarne soltanto mi
darebbe l’impressione penosa di
partecipare a una stanca replica di
una sacra, o profana,
rappresentazione dove ciascuno
svolge una parte predeterminata e
prevedibile, e tutto è già in
qualche modo scontato, anche l’opposizione
più cruda: dove il solo problema è
di entrare in palcoscenico come
attore (sia pure nella parte, ormai
da secoli risaputa e del tutto
innocua, del diavolo). Accettare la
convenzione teatrale, accettato il
linguaggio di scena, non c’è
posto che per quella finzione, non c’è
altra uscita. Non c’è
alternativa. Tutto diventa
inautentico, anche le cose che erano
sentite e vere; le idee, formule; le
teorie, pseudoconcetti.
Non c’è alternativa come suol dirsi, e come usa
dirsi del centro-sinistra, che del
resto non è più tale se non come
vuota espressione o sclerosato
ricordo. Dove non c’è alternativa
non c’è prospettiva o progresso.
Ma solo la morte, e il
centro-sinistra, non hanno
alternativa: la vita si apre da ogni
parte, e progredisce e si alterna
come il respiro e il battere del
cuore.
Del resto, la cosiddetta mancanza di alternativa –
che riporta, per pretesa difesa
della libertà, la vita politica ad
un mondo di assoluta necessità,
dove non vi è posto per le
espressioni della libertà – non
è che una formula che serve a
coprire la volontà di non fare
alcuna scelta. Ma questa
impossibilità di scelta fuori di
sé è un carattere fondamentale ed
ineliminabile della Democrazia
cristiana: ragione della sua unità,
condizione del suo potere, motivo
della sua natura di centro
indifferente anche se differenziato,
mediatore, assimilatore, composito,
interclassista, dove tutto deve
convergere, pesare e durare.
Questa particolare natura, questa centralità come
dato permanente, non è cosa di
oggi, è sempre stata. Mi era già
apparsa evidente nei suoi caratteri
fin da quando (permettetemi un
ricordo personale, anche se possa
essere terribile non soltanto per la
storia personale ma anche per la
storia del nostro Paese, che si
trova sempre di fronte a situazioni
analoghe) avevo assistito al
Congresso del Partito popolare a
Torino, nel 1923, e ne avevo scritto
allora, cioè quasi mezzo secolo fa,
47 anni or sono, su richiesta del
mio amico e fratello Piero Gobetti,
su “Rivoluzione liberale”. Si
trattava allora di tenere insieme il
ramo democratico e quello cristiano
del Partito popolare, che si
proclamava aconfessionale e che
perciò – dicevo allora – era
appoggiato (aveva i motivi per
essere realmente appoggiato) dal
Vaticano; e la scelta, che prima
aveva riguardato i rapporti con il
Partito socialista in questa eterna
storia d’Italia, e allora, nel
1923, tragicamente, i rapporti con
il fascismo, appariva, anche agli
occhi inesperti di un ragazzo come
ero io, impossibile, proprio per la
necessità di conservare l’unità
e il carattere fondamentale di
centro, ragione stessa della sua
esistenza e motivo della sua durata,
anche nelle condizioni esterne più
difficili e anche nelle interne e
più estreme dilatazioni; tale da
farlo potentissimo e in un certo
senso immorale. Come questo
organismo istituzionalizzato di
centro abbia influito e pesato sulle
vicende del nostro Paese, come le
abbia determinate e improntate di
sé non è certo qui il momento né
il caso di analizzare; è la storia
delle nostre generazioni.
Prima e dopo, i soli momenti che rappresentano un
salto storico di qualità, uno
scegliere totale per modificare,
sono stati la Resistenza e i
movimenti popolari successivi. Perché
in questo momento il mio pensiero va
ad un uomo come Alcide Cervi che è
morto da poco e che ha rappresentato
invece proprio questa capacità,
questa volontà di scelta totale e
definitiva?
La
storia non è maestra di vita
(soprattutto per chi non la
conosce), altrimenti non ci
meraviglieremmo di quello che
avviene oggi, dopo mezzo secolo. Né
ci meraviglieremmo che fosse oggi
ritenuta necessaria la presenza e l’assunzione
nel paradiso ministeriale di un
gruppo di estrema destra, che si
potrebbe anche definire di estrema
destra eversiva, come il PSU, per
conservare questa forza, questa
posizione unitaria di centro
onnicomprensivo ma non modificabile
se non per estrema pressione
esterna, per evitare i pericoli
mortali di uno slittamento sia pur
minimo a sinistra, per mettere fine
definitivamente cioè al
centro-sinistra (o alla sua utopia
ed ombra ideologica), Al
centro-sinistra che, se era già
morto col Governo monocolore
precedente, ora è definitivamente
sepolto; ne resta solo il nome,
inciso ostentatamente sulla lapide.
Questa lapide, con il nome scritto e l’elogio delle
virtù del loved
one, del caro estinto, è il
programma che, con la sua squisita
pazienza, ha letto qui e alla Camera
il Presidente del Consiglio,
sottoponendosi in piedi,
giovanilmente, a uno sforzo oratorio
di più di tre ore, di cui gli siamo
grati.
Se il Governo, come dicevo, appunto otto mesi fa, è
quello che è, il risultato di due
grandi paure: la paura di quello che
liberamente avviene, si trasforma,
muta e progredisce nella realtà del
Paese, e la paura delle possibilità
di disgregazione interna dei partiti
governativi sotto la spinta della
realtà, e si regge dunque
attraverso una complicata dosatura
di contrappesi, il programma non
poteva essere diverso da quello che
ci è stato presentato. Se il
Governo, che pure si fregia dell’aggettivo
“organico”, (centro-sinistra
organico: dove in verità non so se
sia più falso il sostantivo
o l’aggettivo), se il
Governo, come dicevo, è tutto meno
che organico, (organico è il Paese
reale come organismo vivente), il
programma non può essere organico,
ma, come il Governo, piuttosto
rapsodico o antologico.
Infatti c’è tutto, quello che c’era nei
programmi dei Governi precedenti, e
anche qualcosa di più, che era
stato allora dimenticato o su cui
non era stata posta l’attenzione,
come, ad esempio, il problema della
droga, il problema della difesa dei
beni culturali, che del resto sono
molto lieto che sia stato ricordato
con precisione (infatti, avendo
fatto parte della famosa Commissione
Franceschini e non avendo poi
trovato alcuna iniziativa
governativa per attuare le proposte
che dopo tre anni di lavoro avevamo
fatto, sono felicissimo
che il Governo intenda questa
volta mettersi sulla strada delle
realizzazioni), ed il problema della
difesa del territorio (mi pare che
siano questi i tre punti che non c’erano
nel precedente programma), problema
anche questo importante e da
affrontare, nel quale forse il
Governo è stato incoraggiato dal
fatto che il Presidente degli Stati
Uniti Nixon ne abbia parlato nel suo
discorso.
Ci sono anche - ed importanti – quelli che si usa
chiamare “adempimenti”, ormai
inevitabili, soprattutto dopo le
elezioni regionali del 7 giugno.
Questo è indiscutibilmente buono,
anche se è solo il principio, come
del resto ha detto anche il
Presidente del Consiglio. Si tratta
di farle, le regioni, come il luogo
della autonomia reale, delle forme
nuove delle infinite autonomie che
vanno creandosi e maturando nel
Paese; si tratta di non permettere
che vengano ridotte a puro schema di
decentramento amministrativo di un
potere tuttavia centralizzato e
riservato, come certamente si
cercherà di ridurle attraverso la
pratica della omogeneità delle
maggioranze delimitate locali.
Per l’altro adempimento – se vogliamo usare il
termine adempimento – il divorzio,
il tentativo di eluderlo
dilazionandolo all’infinito e
proponendo fin d’ora, prima di
approvarlo, la sua abrogazione
con referendum – il che è
abbastanza paradossale – è già
fin troppo chiaramente in atto. E
sarebbe augurabile che si potesse
perlomeno stabilire una data massima
entro la quale, siano o no finiti i
confronti e le discussioni con i
rappresentanti del Vaticano, il
problema debba arrivare alla
soluzione in Parlamento. Non credo
che le discussioni con l’altra
parte debbano, del resto,
prolungarsi, a meno che non le si
vogliano ad arte prolungare. Infatti
sono notissime le posizioni nostre,
del Parlamento, e sono altrettanto
note le posizioni vaticane. Non c’è
che da pigliarne atto e quindi
basterebbe forse una seduta, un
incontro, per confermare queste
posizioni. Noi potremmo stabilire
– e sarei lieto se il Governo
potesse farlo – una data massima
di tempo, per esempio un mese. Non
mi pare che occorra un tempo
superiore.
Per il terzo adempimento, l’amnistia e la riforma
dei codici, credo di non aver nulla
da aggiungere a quanto ha detto e
alle riserve che ha fatto qui con
molta competenza il senatore Galante
Garrone. Tutto il resto del
programma è un elenco, dove, se
alcuni problemi sono ripetuti
perfino con le stesse parole del
programma del Governo precedente –
uno in particolare, il problema dei
giovani e della gioventù, ripetuto
testualmente, è devoluto ai
consigli di un’apposita
commissione: temo che questo
susciterebbe un certo sorriso nei
giovani tutti, e anche nei non
giovani, poiché questi problemi
sono tali che vanno ben al di là di
quelli che possono essere i consigli
di una commissione ministeriale –
non manca, pur nel carattere spesso
elusivo e delusivo di molti di essi,
in specie di quelli della politica
estera, una certa accurata
completezza.
Se noi poi, lasciando da parte i contenuti, che non
voglio affrontare qui – l’ho
dichiarato anche prima – e che del
resto non contano in realtà o sono
meramente simbolici, volessimo fare
un’analisi o un tentativo di
analisi formale o strutturale –
linguisticamente strutturale – del
programma, dovremmo riconoscere che
il Presidente del Consiglio vi ha
fatto un piccolo capolavoro di
finezza e di stile, e anche di
onestà e di sincerità,
particolarmente rara in un’opera,
come questa, di pura finzione
letteraria. Per quanto il programma
tocchi tutti i problemi, non è un
programma né magniloquente, né
napoleonico, né, come si usa dire
oggi, trionfalistico, ma anzi
modesto e prudente. E l’analisi
strutturale, soprattutto della prima
e dell’ultima parte del suo
discorso – per quella centrale ho
almeno avuto l’impressione che
possa essersi valso, come del resto
è d’uso, di qualche
interpolazione di esperti o di
appunti di altra mano; mi pare
infatti che stilisticamente sia un
po’ diversa – mostra
una frequenza di stilemi che
indicano appunto la prudenza
estrema, il senso quasi eccessivo
della responsabilità, la
preoccupazione, lo scrupolo, e
perfino l’angosciato sollievo di
chi, riuscito alla riva, “si volge
all’onda perigliosa e guata”.
Tutti i problemi sono definiti “complessi”,
o “difficili”, le
responsabilità sono “pesanti”,
i compiti “gravosi”, i doveri
“duri”, i rischi “insiti” ed
“impliciti”, le meditazioni “faticose”
ed “ardue”, i travagli “profondi”,
le alternative “mancanti”, i
passaggi “confusi” e la vita “tutt’altro
che facile” (Ilarità). Il che ci
mostra, con nostro personale ed
umano piacere, che i sentimenti dell’uomo
possono prevalere sull’impassibilità
dell’uomo di Stato. L’uso più
frequente e significativo –
significativo forse anche di un
certo negativismo di fronte alla
realtà, allo stesso Governo ed al
suo stesso programma – è la forma
abituale negativa delle frasi: “non
scevro di interrogativi”; “dimensioni
non affrontabili”; “non possiamo
sottovalutare”; “l’attuazione
non potrà non essere graduale”;
“non ci nascondiamo la vastità e
la complessità di questi problemi”;
“Non intendiamo rimanere semplici
spettatori”; “non ci stancheremo
di incoraggiare”; “non mancherà
di dare il suo contributo”; “non
sono da sottovalutare le difficoltà
che ci attendono”, eccetera.
Un altro uso frequentissimo sono le forme o gli
incisi che indicano prudenza,
lentezza, misura, volontà
riduttiva: “graduale,
gradualmente, progressivo” tornano
molte decine di volte nel discorso.
“Realizzare al massimo possibile,
sia pure nei limiti delle nostre
possibilità”, e così via
(Ilarità).
Questa sommaria proposta di ricerca strutturale,
oltre questi limiti negativi e
prudenti, indica però soprattutto
la forzata mancanza di struttura del
programma, le difficoltà da cui è
nato e che soltanto la capacità e
la pertinace finezza del Presidente
del Consiglio ha saputo superare,
senza volercele nascondere. Non si
tratta di un linguaggio tecnico o
scientifico inteso alla soluzione
pratica, né di un linguaggio
ambiguo o polivalente, come altre
volte abbiamo sentito, per tenere
aperte tutte le possibilità, ma di
un linguaggio politico, per una
politica che non può e non vuole
andare a fondo dei problemi, né
vederli in modo organico e perciò
risolutivo, ma deve, secondo la
struttura del Governo, limitarsi a
giustapporli, ad esaminarli
separatamente e astrattamente, ad
uno ad uno, privandoli delle loro
relazioni, delle loro radici e
implicazioni; guardandoli cioè dal
di fuori, con una certa distaccata
indifferenza, in modo che essi non
comportino mai il pericolo di dar
forma alla politica generale, ma
consentano solo interventi isolati e
particolari, senza conseguenze sulle
strutture fondamentali del Paese:
restino cioè un elenco, come ho
detto, rapsodico e antologico.
Ma la realtà è altra. I problemi vi sono vissuti, e
non possono essere visti che dal di
dentro. Basta un solo problema
vissuto e visto dal di dentro per
risalire da esso, necessariamente, a
tutti gli altri, per mostrare le
infinite interrelazioni del reale,
per costringerci dunque a una
politica concreta, a un concreto e
creativo rapporto con la vita del
Paese.
Potremmo scegliere a caso tra i tanti problemi qui
elencati; la prova sarebbe
ugualmente valida, e ci mostrerebbe
la strada di un programma vero e non
astratto di Governo, che muoverebbe
forze vere del Paese, e non si
ridurrebbe al gioco di gruppi
dirigenti sempre più remoti e
staccati dalla realtà, sempre più
rifiutati e respinti da essa e perciò
sempre più responsabili della
decadenza delle istituzioni del
Parlamento, della frattura con il
mondo che vive, che si trasforma di
continuo, nel nostro Paese e in
tutti i luoghi della terra.
Prendiamo dunque fra i tanti un problema, o un
complesso di problemi, che
corrisponde ad una realtà
fondamentale e determinante della
comunità nazionale: LA EMIGRAZIONE.
E’ questo il problema di cui
parlavo in principio: ed è solo per
sollecitazione dell’organizzazione
degli emigranti, la cui Federazione
rappresento, che ho preso la parola
a cui avrei questa volta volentieri
rinunciato. Essi desiderano
giustamente che la loro condizione,
la loro volontà, il loro giudizio
siano posti davanti al Parlamento,
al Governo, all’opinione pubblica;
che siano posti come una pietra di
paragone, una base di scelta
politica. E io vorrei anche che ciò
servisse in un certo senso di norma,
di indicazione di metodo, per una
politica concreta e reale.
Accennerò soltanto, qui, a queste cose; non occorre
che vi porti dei dati, che del resto
suppongo voi conosciate. E’ certo
un problema fondamentale della vita
nazionale, che riguarda direttamente
milioni di italiani, e
indirettamente, ma in modo sensibile
e determinante, tutto il Paese.
La stessa natura del fenomeno dell’emigrazione
forzata di massa lo pone al centro
della vita del Paese, sintomo e
risultato di un’antica situazione
economica e sociale, dell’esistenza
o permanenza di strutture
autoritarie repressive e
schiavistiche. Che milioni di
italiani si trovino dalla nascita
nella posizione di classe
subalterna, di servi senza diritto,
di uomini senza pane e speranza,
senza lavoro nella Repubblica che
per costituzione è fondata sul
lavoro, è uno scandalo, è una
vergogna che si cerca invano di
nascondere.
L’emigrazione è per noi quello che per gli Stati
Uniti è il problema negro. La sua
esistenza contesta obiettivamente il
valore della nostra struttura
sociale. Milioni di cittadini
italiani sono strappati, con
violenza che è nelle cose, nelle
strutture storiche, nelle
istituzioni, dalla terra, dalla
casa, dalla famiglia, dalla lingua,
ed espulsi dalla comunità
nazionale, esiliati in un mondo “altro”,
privati delle radici culturali,
capri espiatori delle nostre colpe.
La loro esistenza è la prova del
carattere non libero né democratico
delle nostre strutture politiche,
economiche e sociali, sicché giusto
dire che finché un solo uomo sia
costretto, sia forzato all’esilio
violento, non esisterà in Italia
né vera giustizia, né vera
libertà per nessuno.
L’emigrazione incide su tutta la vita del Paese, in
tutti i campi. Non vi farò un lungo
discorso per dimostrarvelo; questo
lo faremo in sede più appropriata;
ma vi accennerò soltanto, perché
essa, nata da strutture economiche,
sociali e politiche insufficienti,
prova del carattere autoritario,
repressivo, idolatrico e paterno
delle istituzioni o dei loro
residui, tocca ogni momento della
nostra convivenza.
Tutti i problemi nazionali ne sono condizionati o
modificati o alterati, o corrotti:
quello del Mezzogiorno, quello dell’abbandono
delle campagne, quello della difesa
dell’urbanesimo, per cui le
emigrazioni interne da un lato ci
danno lo spopolamento delle campagne
e dall’altro questi mostruosi
agglomerati cittadini; quello dell’agricoltura,
quello dello spopolamento delle
campagne, quello della difesa del
suolo e del territorio, quello della
casa, quello della scuola, perfino
quello dell’ordine pubblico (per
esempio il brigantaggio sardo è
legato strettamente al problema dell’emigrazione),
quello della cultura – perché non
c’è soltanto l’emigrazione di
braccia, ma c’è anche l’emigrazione
di intelligenze per la loro
formazione – quello della lingua,
quello della salute pubblica, quello
del diritto, quello del lavoro, e,
naturalmente, quello della politica
estera.
Infine, se noi poniamo il problema della emigrazione
al centro della nostra attenzione,
dovremo rivedere tutto il programma
d’azione del Governo in tutti i
campi della vita nazionale; ed
operare per una economia che
garantisca il pieno impiego, per una
programmazione democratica che
difenda il lavoro non soltanto nel
complesso nazionale, ma
differenziatamente nei vari paesi,
luoghi e regioni di origine, per una
formazione di autonomie locali,
regionali e comunali che non escluda
alcun cittadino da un potere
deliberante, per una scuola
realmente popolare, per una politica
estera di pace e di iniziativa, per
una assistenza nazionale, per una
riforma agraria che permetta un’agricoltura
moderna, per una riforma della
previdenza sociale e delle pensioni,
per una riforma urbanistica che
abolisca il privilegio proprietario,
per un potere sindacale ed operaio
riconosciuto ed operante.
E’ inutile entrare qui in questioni particolari; il
senso delle interrelazioni dei
problemi è ormai del resto noto –
non sto infatti scoprendo cose
inedite – a tutti, tranne che a
certi uomini politici che non
vogliono saperne, ma è soprattutto
presente alle forze del lavoro, che
ci hanno mostrato, attraverso le
manifestazioni di questi ultimi
mesi, come questa interrelazione,
questa capacità di uscire dal
problema particolare, dal problema
sindacale in senso stretto, per
spostarsi su una visione generale
dei problemi del Paese, sia presente
nei sindacati, negli operai e nei
contadini. Ed è noto in qualunque
modo venga preso ed esaminato. Del
resto, ogni giorno discutiamo su
qualche questione che concerne
questi problemi. Oggi, ad esempio,
ho ricevuto un ritaglio del “Corriere
della Sera” del 4 aprile che
riguarda questa discussione e che è
intitolato: “Il triangolo
industriale soffocato dalla
immigrazione”. Si dice in questo
articolo che “l’eccessivo
addensamento di popolazione al Nord
e l’abbandono di interi paesi al
Sud aumentano lo squilibrio
economico e sociale che deve essere
colmato”. Vi si dice inoltre che
dal dopoguerra ad oggi oltre 6
milioni di persone si sono spostate
dalle zone depresse
verso il triangolo
industriale, che ciò non deve
divenire il termine di misura di una
geometria disumana, e che su questo
allarmante problema si impernia un
documento preparato dalla direzione
nazionale del Centro orientamenti
immigrati (COI), subito trasmesso al
Presidente del Consiglio affinché
ne tenga conto nel discorso
programmatico alle Camere.
“La direzione del COI ha dato mandato all’onorevole
Verga di intervenire in sede di
dibattito sulla fiducia al Governo
per illustrare il contenuto del
documento”. Quindi le posso
preannunciare, onorevole Presidente
del Consiglio, che alla Camera avrà
luogo un intervento dell’onorevole
Verga sul problema dell’urbanesimo
e su quello dell’affollamento.
Rileva la nota del COI che, mentre nel Sud il
fenomeno dell’emigrazione non
accenna a diminuire, nel Nord l’immigrazione
supera le capacità ricettive. Non
voglio addentrarmi nei particolari
di questo problema, perché
occorrerebbe parlare molto più a
lungo di quanto non abbiano fatto
gli altri oratori, ed io ho detto
che intendo semplicemente citare dei
dati schematici. Ma da ogni parte si
avverte che la questione dell’immigrazione
tocca tutti i problemi più vivi
della nostra convivenza nazionale,
per cui dallo scandalo e dalla
vergogna della emigrazione di massa,
affrontati in un modo moderno, non
può non nascere un piano di
modificazione profonda delle
strutture del Paese. Ma anche su un
piano immediato e limitato, tutti i
problemi devono essere affrontati
partendo dal punto di vista
fondamentale, centrale e comprensivo
di tutte le relazioni possibili, per
il quale si dà modo di creare un
programma organico di avvicinarsi al
grande fenomeno dell’emigrazione,
di strutturare un programma che sia
un organismo, dai provvedimenti di
fondo a quelli immediati e
particolari, alle strutture e agli
istituti che se ne devono occupare.
A questo proposito, visto che il suo
programma si occupa di problemi
particolari come la
ristrutturazione, ad esempio, dei
Ministeri, sembra che affidare i
problemi dell’emigrazione, che
sono così complessi e che toccano
tutti i campi della vita nazionale,
ad un sottosegretariato del
Ministero degli esteri, sia una
riduzione che rende impossibile una
qualunque azione. Un
sottosegretariato, per quanto
animato da buona volontà, non ha
mezzi, perché il bilancio, che
abbiamo tante volte esaminato, non
gli consente neanche un’opera di
pura assistenza.
Bisognerebbe quindi riflettere sulla possibilità di
porre questo problema come uno dei
punti fondamentali, ai quali debba
presiedere un gruppo di persone che
sappia collegare e unire i vari
campi di un problema così
complesso.
Ora su questi campi così larghi, debbo dire che nel
programma del Governo non si è del
tutto taciuto, e di questo do atto
al Presidente del Consiglio e lo
ringrazio. L’altra volta se ne era
appena accennato: questa volta se ne
accenna un po’ di più. Ma che
cosa si dice? Si dice: “La nostra
attenzione e sensibilità va in
massima parte ai problemi dei nostri
lavoratori, delle nostre
collettività residenti all’estero.
“La Camera dei deputati sta discutendo su questo
tema e c’è stata una indagine
conoscitiva dei cui risultati il
Governo intende avvalersi. Il
Governo intende controllare la piena
applicazione del principio della
parità di trattamento dei
lavoratori italiani e dei lavoratori
dei Paesi dell’area comunitaria e
realizzare il massimo possibile il
riconoscimento di tale principio
anche negli altri Paesi.
“E’ nostra intenzione portare a compimento alcuni
provvedimenti di notevole interesse
per i nostri lavoratori all’estero,
per la trattazione dei problemi
relativi ai lavoratori all’estero
in aggiunta alla normale attività
della Commissione esteri e della
Commissione lavoro. Recentemente è
stato costituito un comitato con la
partecipazione di rappresentanti
delle confederazioni sindacali; tale
comitato consentirà di mettere in
evidenza e di soddisfare le istanze
che verranno espresse dalla viva
voce dei lavoratori”.
Ed io sono lieto che qualche cosa vi sia in questo
programma, un po’ più di come era
ormai tradizione, a proposito dell’emigrazione.
Non è rimasto un problema da
rimuovere dalla coscienza, un sacro
tabù. Ma tuttavia il programma –
per usare anche noi le forme
negative della frase che abbiamo
prima visto essere così frequenti
– non potrebbe essere più
elusivo, e delusivo.
La nostra “attenzione e sensibilità” è stata
sollecitata su questi temi, ma il
problema dell’emigrazione è stato
posto come un dato non modificabile,
e si riduce soltanto all’emigrazione
all’estero, mentre dovrebbe essere
influenzato dalla politica generale,
e non limitato semplicemente al
capitolo della politica estera. Ci
si riferisce all’indagine
conoscitiva della Camera, la quale
spero sarà fatta con serietà.
Questa indagine dura già da troppo
tempo e debbo dire che, per verità,
è stata un po’ un espediente per
evitare o rimandare sia la
conferenza nazionale del Governo e
dei sindacati sul problema dell’emigrazione,
sia l’inchiesta parlamentare che
io mi ero permesso, con altri
senatori, di proporre come legge. E
devo dire anche che nel precedente
Governo, il secondo Governo Rumor,
avevo trovato, su questa proposta
una certa ostilità nel
sottosegretario Pedini. Avevo
trovato invece un certo consenso,
anche se non ufficiale, nel
sottosegretario Coppo, che aveva
quasi promesso di appoggiarla.
Parleremo ancora di questo. Tuttavia non credo che
bastino quei dati conoscitivi che
nascono dalle sedute, del resto
molto rare, delle Commissioni della
Camera, per dare delle basi
sufficienti a una azione di Governo
che voglia essere completa e
fondata.
Il programma di Governo fa cenno al principio della
parità, che certamente va difeso e
realizzato ed è uno dei principi
fondamentali nei rapporti con i
Paesi di emigrazione. Ma c’è
sempre, nelle intenzioni degli
uomini di Governo, il pericolo di
confonderlo con il tentativo e con
il programma della integrazione, che
ancora recentemente era stata
sostenuta dai rappresentanti
qualificati del passato Governo;
integrazione che si risolve in una
forma di definitiva espulsione, ed
è simile, ad esempio, al movimento
per l’integrazione dei negri in
America, che, dopo avere funzionato
per un po’ di tempo, è stato poi
definitivamente rifiutato dalla
parte più viva e più consapevole
della comunità negra americana,
come un mezzo di corruzione e di
partecipazione ad un sistema da essa
inaccettabile; quindi parità
giuridica e di diritti sì,
integrazione no, come programma e
come prospettiva per l’atteggiamento
del nostro Paese nei riguardi degli
emigranti.
Il programma considera questo come un problema
particolare, lo isola, e lo pone
ancora
come un tema di assistenza,
di tutela, di carità in un modo che
sostanzialmente rimane ancora
paternalistico anche se si fa
esplicito accenno alla “viva voce”
o alla volontà degli emigranti.
Anche nella pratica recente di Governo, pur se con
qualche modesto miglioramento
rispetto al passato, non esiste una
coscienza nuova del problema: di
fronte ai recenti provvedimenti del
Governo svizzero che hanno calato
una saracinesca sulle possibilità
dell’emigrazione in Svizzera,
venendo incontro, magari per un
compromesso che ritenevano
necessario per la politica interna
di quel Paese, alle proposte di
Schwarzenbach, che erano più
estreme, la posizione del nostro
Governo fu debolissima; non soltanto
non si prevennero, con opportune
iniziative diplomatiche, le nuove
norme svizzere, ma si cercò di
temporeggiare, probabilmente per un
eccesso di prudenza, e di frenare le
stesse iniziative autonome delle
organizzazioni degli emigranti.
Il ministro Donat-Cattin ha scritto a questo
proposito una lettera in questi
giorni, proponendo un’azione più
impegnativa e informata e un
intervento attivo; amerei sapere dal
Presidente del Consiglio se questa
lettera va considerata come una
iniziativa personale di un Ministro
o se invece corrisponde
effettivamente alla linea generale
del Governo.
Su questi problemi dei rapporti con la Svizzera, in
assenza finora di una efficace
azione governativa, sono gli
emigranti stessi che si sono mossi e
che hanno indetto per il 24 e 25
prossimi, a Lucerna, un congresso di
tutte le organizzazioni degli
emigranti italiani in Svizzera (dove
ci sono la Federazione delle colonie
libere italiane, la Federazione
degli operai metallurgici e
orologiai di Zurigo, la Federazione
cristiana operai metallurgici, il
sindacato impiegati a contratto del
Ministero degli affari esteri, il
patronato dell’Associazione
cristiana dei lavoratori italiani in
Svizzera, l’INCA, ossia l’Istituto
nazionale confederale di assistenza,
l’Istituto tutela assistenza
lavoratori, lo INASTIS, cioè l’Istituto
assistenza sociale ai lavoratori
italiani in Svizzera, la FILEF,
ossia la Federazione dei lavoratori
emigrati e famiglie) e in tale
riunione – che è impostata nel
modo in cui dovrebbe svolgersi l’azione
del Governo, vale a dire con l’esame
concreto dei problemi, non limitato,
e organico – si dovranno discutere
non soltanto l’azione da svolgere
in Svizzera nei riguardi sia della
votazione del 7 giugno sia dei
provvedimenti
recenti, ma si dovrà
iniziare anche uno studio e un’azione
riguardanti la vita in Svizzera e
una partecipazione all’azione in
Italia dei lavoratori che hanno
assunto su di sé l’iniziativa
della difesa effettiva dei diritti
degli emigranti e che cercano di
pesare, con la loro volontà, sulla
politica generale del nostro Paese.
Inoltre in quella sede ci si dovrà
occupare di problemi particolari,
come quello degli stagionali che
sono catalogati come tali in quanto
è molto comodo per ragioni di
contratto e di tasse, di tutela e di
previdenze, ma che praticamente,
dati i progressi della tecnica
edilizia, non sono più stagionali;
ebbene, questi stagionali sono
costretti a delle limitazioni dei
rapporti con le famiglie e della
libertà di vita incompatibili con
le esigenze di un uomo libero e
civile.
C’è inoltre il problema della scuola italiana, del
quale ho sentito parlare in tutte le
riunioni degli emigranti all’estero,
a Olten, nelle Colonie libere in
Svizzera, a Bruxelles, o in
Germania, dove si è fondata una
sede della Federazione. Il problema
delle scuole italiane all’estero
è un problema importantissimo. Si
spende molto di più per le scuole
italiane in Somalia, dove credo che
vivano al massimo due o tremila
italiani, di quanto non si spenda
per le scuole italiane in Svizzera o
in Germania o in Belgio, dove ci
sono centinaia di migliaia di
italiani. Certo non dico di ridurre
gli stanziamenti per la Somalia, ma
bisogna riconoscere che c’è uno
squilibrio notevole; sono residui di
antiche politiche che oggi non hanno
più giustificazione. Non esiste
invece una politica scolastica per i
nostri emigranti. Di questo
parleremo, spero, in un dibattito
apposito, ma il problema della
scuola, della lingua, è un problema
fondamentale. Gli emigranti
giustamente, avendo un grado di
coscienza civile altissimo, si
rendono conto di come, attraverso
questo problema della scuola e della
lingua, non soltanto essi siano
costretti ad un lavoro subalterno
non qualificato, ma anche i loro
figli che frequentano le scuole
siano destinati a ripetere, pur su
un livello più alto solo per il
progresso generale della tecnica e
della cultura, l’esistenza di
popolo colonizzato, quella attuale
degli italiani che vivono in Europa.
Ora, tutti questi momenti nei quali gli italiani
prendono coscienza dei propri
problemi e cercano di far conoscere
la loro volontà, rappresentano
degli esempi di come la visione del
rapporto tra la politica generale
italiana e i movimenti dei
lavoratori (i quali impostano le
loro rivendicazioni sindacali come
valori validi per tutti, dimostrando
ormai la propria egemonia
culturale), sia ormai in essi del
tutto chiara, e tale da fare degli
emigrati i protagonisti del proprio
destino.
Tutti i giorni tuttavia noi assistiamo a nuovi
episodi di una conduzione di vita
intollerabile, sia nell’emigrazione
all’estero che in quella italiana.
Anche nella settimana passata
abbiamo avuto dimostrazione delle
condizioni di estremo disagio,
addirittura disumane, in cui vive
questa gente, costretta ad abitare
in baracche, in alloggi, che, come
quelli della ditta Bosch, di cui
parla un giornale di fabbrica
tedesco, sono simili a campi di
concentramento. Assistiamo
continuamente alle espulsioni che
avvengono in base a leggi svizzere
che risalgono al tempo della guerra
e che erano state fatte più che
altro per tutelare il Paese dalle
infiltrazioni naziste; così come
noi usiamo tutti i giorni i nostri
codici fascisti, anche gli svizzeri
usano il loro codice antifascista,
ma lo usano alla rovescia. Abbiamo
assistito alle espulsioni, per opera
appunto della Fremdenpolizei, di
bambini, o di stagionali che in
quanto tali non possono entrare se
non quando hanno un contratto. Vi
sono dunque delle limitazioni alla
normale vita di un cittadino membro
di una comunità civile che non sono
certo tollerabili.
Questi casi avvengono ogni giorno, come ogni giorno
– e questo è interessante – si
verificano casi di spontanea
solidarietà operaia. Per esempio ho
letto ieri sul “Giorno” la
notizia che a Ginevra operai
italiani
sono scesi in sciopero per
appoggiare i lavoratori spagnoli in
sciopero essi stessi, attuando così
nei fatti una unità sindacale
internazionale.
Non è il caso che io vada avanti elencando questi
fatti particolari. Voglio dire
soltanto che l’emigrazione,
onorevole Presidente del Consiglio,
ha preso o va prendendo ormai
completa coscienza di sé. Siamo in
una fase nuova, quella che si è
chiamata la fase del ritorno. L’emigrante,
come persona destituita di ogni
diritto civile, sradicato dalla
propria terra, dal proprio Paese,
dalla propria lingua esiste ancora,
ma è oggi il portatore della
coscienza di rappresentare un uomo
nuovo, di essere una forza nuova, di
avere in sé una cultura nuova in
formazione. Ho sentito moltissimi di
essi dire, in maniera ben chiara e
ben consapevole: noi siamo gli
uomini del domani, consci cioè di
costituire un potere che è il
massimo dei poteri, cioè il potere
dei piccoli. “Non più esiliati ma
protagonisti”; questa è la frase
nata dal mondo degli emigrati e che
noi abbiamo preso come motto della
loro Federazione.
Di fronte a una serie di problemi che toccano tutti i
punti della vita nazionale e che non
sono evidentemente conosciuti e
valutati nella loro importanza
fondamentale dalla classe dirigente,
e che quindi devono essere scoperti
e rivelati in tutte le loro
implicazioni, io le avevo chiesto,
signor Presidente del Consiglio,
quando parlai otto mesi fa, se il
Governo ritenesse di appoggiare il
progetto di legge per una inchiesta
parlamentare. Ella, che mi rispose
con tanta cortesia su tanti altri
problemi, su questo punto non mi
dette risposta. Io le rinnovo la
domanda e veramente spero che questa
volta mi voglia rispondere – ci
auguriamo tutti, noi e milioni di
emigrati – positivamente.
Abbiamo sentito qui il giudizio severo e grave, direi
il memoriale dei terremotato e
baraccati emigrati dalla valle del
Belice, nel discorso appassionato
del senatore Corrao. Lo stesso
giudizio portano certamente i
milioni di emigrati forzati nelle
grandi città del Nord, nei Paesi
stranieri d’Europa e del mondo.
Certo essi sono, giustamente,
prevenuti e diffidenti contro le
parole di chi ritengono responsabili
di mali antichi, continuatori
attuali di antichi nemici, contro l’altra
classe, che ha permesso o
forzato il loro esilio,
quelli che in qualunque modo
rappresentano il potere.
Essi ne sentono ostile l’assenza e lo coprono
dunque di rancore e di disprezzo: le
juste
opposera son mépris à l’absence,
se mi è lecito citare a questo
proposito dei versi scritti a
proposito di Dio. Certo il Governo
di oggi, come i Governi precedenti,
porta sulle spalle il peso del
passato, ne assume il carico, e l’onorevole
Rumor sa quanto sia grave. Lo dice
egli stesso.
Ma, spogliandoci delle prevenzioni storiche, dello
spirito di rivendicazione e dei
rancori secolari, tuttavia questo
programma di 93 pagine, dove si
elenca tutto o quasi tutto ma non si
collegano organicamente i problemi e
non si affrontano con una vera
volontà di risolverli, come può
essere giudicato dagli emigrati,
fatti ormai consapevoli della loro
forza, padroni della loro volontà,
pronti a conquistarsi il proprio
diritto, coscienti di essere uomini
nuovi che vanno costruendo una nuova
civiltà? Come possono essi
giudicare una classe dirigente che,
malgrado il tono elevato e nobile
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