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Indice

 

La situazione sociale del Venezuela attraverso i dati del Social Watch

La Repubblica Bolivariana nel Rapporto Social Watch 2003

Contro Chavez: "La miopia della sinistra europea nell'opinione di Asrubal Aguiar, titolare della Cattedra di Diritto all'Università di Caracas

Le differenti cronache del golpe di aprile 2002

Gli italiani in Venezuela e  le letture della sinistra italiana

 

Chavez a Porto Alegre 2003: Galleria fotografica.

 


Editrice FILEF srl  1999-2003  

© Copyright 


Vento del sud
di LUCIANA CASTELLINA

Quando il 12 aprile 2002 uno schieramento che comprendeva la Federcamera (la locale Confindustria); la dirigenza della Pdvsa (l'azienda pubblica petrolifera che contribuisce al 50% del bilancio statale, ma che devolveva il 70% dei suoi introiti al pagamento degli stipendi dei suoi quadri e dei dirigenti sindacali incorporati); il sindacato corrotto da tale pratica; l'alta (non la bassa) gerarchia ecclesiastica; i gradi superiori delle Forze Armate; i principali esponenti dell'oligarchia del paese e le loro televisioni (tutte quelle esistenti) operarono il colpo di stato, che portò alla destituzione e all'arresto del presidente regolarmente eletto del Venezuela, la Casa Bianca emanò un comunicato in cui si salutava «la restaurazione degli elementi essenziali della democrazia». Seguiti a ruota da analoghi riconoscimenti da parte di governi occidentali. Quando, due giorni dopo, sostenuti da una inedita mobilitazione di popolo che reclamava il ritorno del «suo» presidente, la parte dell'esercito rimasta fedele a Hugo Chavez ripristinò la legalità, gli stessi dichiararono che era tornato il dittatore reo di aver bloccato la privatizzazione dell'industria petrolifera e di aver varato la prima riforma agraria del Venezuela.

Ce ne è abbastanza per rallegrarsi tutti della vittoria - finalmente una! - riportata ieri dall'«indios selvaggio» che dal referendum revocatorio è uscito riconfermato nonostante la campagna a tutto campo condotta contro di lui da destre e sinistre bianche e «perbene». Che non «sopportano» - dicono - la polarizzazone del paese, come se il Venezuela non sia stato polarizzato sempre fra una moltitudine di poverissimi e una minoranza di ricchissimi. Che ora accusano Chavez di aver ottenuto la vittoria subdolamente: «comprando» il voto dei poveri con una politica a favore dei poveri!

Difficile dare lezioni di democrazia al Venezuela dopo la massiccia - 80% - partecipazione al voto. Jimmy Carter, alla testa di una delegazione internazionale incaricata di vigilare sulle operazioni, ha rilasciato dichiarazioni entusiaste, forse pensando al suo paese dove neppure si arriva al 50%, un livello di astensionismo ormai imitato anche da noi europei. Questa passione politica è uno dei risultati della democrazia partecipativa «bolivariana», un modello che si comincia a praticare nel continente: in Venezuela, ma anche in un crescente numero di comuni di grandi città in Brasile e Uruguay e che è diventata obiettivo di grandi movimenti. Eppure è proprio questo modello, che rispetta le regole democratiche ma combatte, attivando la partecipazione di base alla gestione della società e delle istituzioni, la dipendenza di un elettorato sempre più spoliticizzato e egemonizzato dai media e dalle lobbies dei potenti, che può rappresentare uno storico passo in avanti per la sinistra latinoamericana fino a oggi divisa fra suggestioni guerrigliere, populismi e illusioni democraticistiche.

La vittoria di Chavez ha in questo senso un significato che va ben al di là del Venezuela. Certo resta il problema per il presidente riconfermato di costruire attorno al proprio governo un consenso più vasto del 58% conquistato. È indubbio. Ma non aiutano certo le grida con cui l'opposizione ha accolto il risultato del referendum denunciando brogli che nessun osservatore internazionale ha visto. Più saggiamente questa volta ha reagito il mercato, che ha accolto la vittoria di Chavez con un piccolo ribasso - 23 cents - del prezzo del petrolio. Il successo del presidente indios del Venezuela, che fa seguito ad altre grandi e piccole vittorie della sinistra del continente, sta forse insegnando che non è più così facile garantirsi il controllo dei paesi latinoamericani a colpi di Pinochet.



«Hanno perso, si devono rassegnare»
Intervista a caldo con Tarek William Saab, deputato e presidente della Commissione esteri: «E' solo l'inizio»

Deputato del Movimiento Quinta República (Mvr), il partito fondato da Hugo Chávez, Tarek William Saab è presidente della commissione esteri del'Assemblea nazionale. È candidato come governatore dello stato di Anzoátegui - la zona del paese più ricca di gas, petrolio e idrocarburi - alle elezioni che si terranno il prossimo mese. Commentiamo con lui a caldo il risultato del referendum revocatorio e le denunce di irregolarità della Coordinadora democratica.

L'opposizione ha detto che non accetterà la vittoria del no. Si tratta di un segno di disperazione o di una dichiarazione di guerra?

L'opposizione non può fare altro che accettare i risultati comunicati dal Consiglio nazionale elettorale (Cne), perché anche il Centro Carter e l'Organizzazione degli stati americani (Osa) hanno detto che il processo di votazione è stato del tutto legittimo. Jimmy Carter e César Gaviria hanno riaffermato che tutto si è svolto in modo regolare. Le denunce di brogli della Coordinadora sono quindi assolutamente prive di fondamento. I dirigenti dell'opposizione devono semplicemente ammettere la sconfitta e prepararsi per le elezioni regionali e provinciali del prossimo mese, in cui peraltro subiranno un'altra debâcle.

Quella partita domenica è una valanga inarrestabile, che li travolgerà e porterà al trionfo del chavismo in tutti i governatorati e i municipi.

Non c'è il rischio che l'opposizione si abbandoni a derive violente?

Non ne ha la forza. Una situazione come quella del golpe dell'aprile 2002 non è oggi ripetibile. L'opposizione deve mettersi l'anima in pace e lasciare governare il presidente, che oggi ha rilegittimato il proprio mandato di fronte al suo paese e a tutta la comunità internazionale. Quello che si è svolto in Venezuela è un esempio unico di democrazia partecipativa, che deve servire da modello per il mondo intero. Non esiste un altro caso in tutto il pianeta Terra in cui un capo di stato si è sottoposto a un test revocatorio come ha fatto Hugo Chávez.

Quali sono stati i principali errori dell'opposizione?

I partiti della Coordinadora hanno insistito per andare incontro a una sconfitta scontata. Il trionfo che stiamo celebrando è una vittoria politica del presidente su tutti i propositi eversivi dell'opposizione, dal colpo di stato militare dell'aprile 2002 allo sciopero golpista del dicembre 2002-gennaio 2003.

Quella di ieri è l'ottava elezione vinta di seguito da Hugo Chávez. Ciò nonostante, i leader della Coordinadora continuano a dire che il presidente è un autocrate, un dittatore, un anti-democratico.

Come è destinato a cambiare lo scenario internazionale con la vittoria del no e la permanenza al potere di Chávez?

Chávez rafforza la sua leadership nel mondo intero. Con questa prova elettorale, si impone come dirigente di punta del movimento no-global e della sinistra mondiale.

A livello regionale, porterà avanti i progetti già avviati: rilancerà l'integrazione dei paesi dell'America latina, rafforzando i rapporti con Argentina, Brasile e Cuba.




 

 

 

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 Radio Nacional de Venezuela


Declino del petro-dollaro?

Dal Venezuela le analisi di Tito Pulsinelli

27/10/2004

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:: VENEZUELA :: Il petrolio non affonda Chávez

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:: Panorama internazionale :: Fate quel che dico, non quel che faccio!

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:: VENEZUELA :: "Maledetta democrazia!"

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:: Panorama continentale :: Consolidamento del polo sudamericano

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::Panorama continentale :: “POPULISMO”: etichetta ingannevole

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Il prezzo del barile di petrolio si avvia a superare i 65 dollari entro fine dicembre, quando i rigori invernali fanno impennare i consumi. In agosto costava 39, mentre scrivo è a 53 dollari. Al di là dei fattori congiunturali come gli uragani che bloccano l’estrazione nel golfo del Messico, lo sciopero dei lavoratori del settore petrolifero nigeriano, la grave insolvenza fiscale della russa Yukos che la espone ad una ri-nazionalizzazione, la tendenza al rialzo sostenuto dell’idrocarburo è il risultato di una scelta deliberata.

I cronisti al servizio della speculazione non si stancano di esercitare la fantasia alla ricerca di ragioni che giustifichino l’estrema volatilità: la meteorologia, l’opulenza e/o la anoressia della riserva strategica USA, una inesistente scarsità delle riserve mondiali o il suo contrario, poi indugiano in acrobazie statistiche sulle riserve comprovate, potenziali, ipotetiche ecc.

Hanno persino gridato allo scandalo perchè il Venezuela ha aumentato le tasse sui giacimenti nella foce dell’Orinoco da uno scandaloso 1% al 16%.

La questione è semplice: la capacità produttiva è al suo massimo storico, per incrementarla rapidamente occorrono investimenti tecnologici considerevoli. Tanto per farsi un’idea, il Venezuela per poter accrescere l’estrazione da 3 a 5 milioni di barili al giorno, investirà 5 miliardi di dollari nei prossimi tre anni.

E’ aumentato il consumo mondiale e manca all’appello il petrolio iracheno a causa dei sabotaggi, della guerra civile e di impianti resi vetusti dallo scellerato embargo.

Il banchiere M. Simmons, specialista in investimenti nel ramo dei combustibili, nonché intimo di Bush e Cheney, prevede ed auspica un barile a 182 dollari. Più moderato Bin Laden che, in un manuale clandestino a lui attribuito che circola a Beirut, profetizza 144 dollari.

Nel mezzo c’è il Presidente venezuelano Chavez: “..un prezzo superiore ai 40 dollari non è imputabile all’OPEC ma all’invasione illegale dell’Iraq. Auspichiamo una fascia di oscillazione tra i 30 e i 40 dollari, la stabilità dei prezzi conviene a noi e ai consumatori”.

La sceneggiatura hollywoodiana della “guerra al terrorismo” nasconde malamente la realtà di una guerra energetica, con un fronte geopolitico ed uno finanziario.

Il rincaro smisurato del petrolio, alla lunga, assesterà colpi brutali alla Cina, Giappone, India , Corea del sud e -in minor misura- all’Unione Europea. In ogni caso, tutti questi paesi ne risentiranno in misura assai maggiore degli Stati Uniti, non foss’altro perchè diventeranno vantaggiosi i costi di estrazione dai giacimenti domestici.

Il petrolio raggiunse la sua massima valutazione quando il colonnello Muammar Ghedafi disse: “Il popolo libico ha vissuto per millenni senza petrolio, possiamo benissimo continuare a sopravvivere senza di esso”. I 50 dollari odierni, non equivalgono al valore reale raggiunto in quella circostanza, corrispondente a 78 degli attuali dollari.

Il biglietto verde si è svalutato sensibilmente come conseguenza del debito “visibile” degli Stati Uniti, che rappresenta attualmente il 300% delle sue esportazioni (1).

La quotazione del petrolio in dollari è una realtà penalizzante per i paesi produttori e per l’OPEC, soprattutto dal 1983, con la creazione del “mercato a futuro”, i titoli Nymex di New York e l’Ipe di Londra. Da quel momento in poi, l’OPEC cessa di determinare unilateralmente il prezzo: declina il suo potere geopolitico a tutto vantaggio del “petrolio finanziario”.

La parte meno redditizia del business petrolifero è diventata quella direttamente produttiva, più lucrativa solo della raffinazione (l’ultima raffineria aperta negli USA risale a 25 anni fa). La parte del leone, quindi, la fanno i “future”, ossia quei 128 milioni di barili di “carta” che incombono sul portafoglio dei consumatori, e devono sempre generare profitti, sia giocando al rialzo o al ribasso.

Tra i produttori di petrolio e il cliente della stazione di benzina c’è l’attività parassitaria e speculativa del Nymex e dell’Ipe (vale a dire BP, e le banche Morgan Stanley e Goldman Sachs), e i loro “hedge funds” (fondi di copertura dei rischi).

Tra il costo del barile all’origine e il prezzo pagato dal consumatore europeo, si frappone la mazzata del 75% di tasse applicate mediamente –e indistintamente- dai governi. Solo 30 centesimi di ogni litro venduto vanno ai produttori.

Il mondo del petrolio non è impermeabile al dogma neoliberista che impone un sistema dove accumulano di più quelli che stanno più lontani dalla produzione. Il duopolio Nymex-Ipe sigilla il potere del capitale finanziario anglo-USA in questo settore strategico –dove contano con le 4 multinazionali maggiori- e mette in luce la vulnerabilità crescente delle economie dei blocchi concorrenti.

Il governo iraniano è deciso ad opporsi a questo duopolio finanziario e sta facendo seri sforzi per collocare sul mercato autonomamente il suo petrolio. Terry Macalister, nel “The Guardian” del 16 giugno scorso, dice che “i principali paesi produttori sono determinati ad ottenere un maggior controllo del commercio dopo essere stati consigliati che i mercati esistenti -come il Nymex e l’Ipe- non funzionano a loro vantaggio”.

Mohammad Javad Asempour, consiliere personale del ministro iraniano dell’energia, ha dichiarato che la nuova borsa petrolifera dovrebbe cominciare a funzionare all’inizio del prossimo anno. Un consorzio denominato Wimpole, che riunisce imprese iraniane e straniere –tra cui un ex direttore del Nymex e PA Consulting- si è aggiudicato il contratto.

Tra parentesi, si noti come negli ultimi mesi si siano intensificate le “preoccupazioni” per il pericolo nucleare iraniano e gli attacchi contro Teheran sono più feroci. I più preoccupati, naturalmente, sono quelli che già posseggono armi nucleari.

Nessuno ha dimenticato che il certificato di morte del regime di Saddam Hussein si firmò il giorno in cui fissò il prezzo del petrolio iracheno in euro.

Non sappiamo quante possibilità abbia l’Iran per aprire una propria borsa petrolifera, caratterizzata da una cesta mista formata da greggio, gas naturale e prodotti petrolchimici.

Non vi è dubbio che questa è la strada per affrancarsi dagli indicatori “Brent”, e poter vendere le risorse naturali non rinnovabili, senza che sia favorevole solo alla voracità neoliberista, e a tutto svantaggio dei consumatori e dei produttori.

Le esportazioni dell’Iran e dell’Arabia saudita –per esempio- sono vincolate alla miscela Brent del Mare del Nord. Perché ? Questi paesi del Golfo Persico non dispongono degli “hedge funds”, cioè della partecipazione delle banche di investimento.

La rottura del duopolio Nymex-Ipe diventa possibile se al battistrada iraniano (esporta 3 milioni di barili, seconda potenza mondiale gasifera) si uniscono Cina, India e Giappone, principali economie vulnerabili al caro-petrolio.

La chiave di volta risiede nel nuovo corso che decideranno i paesi produttori dell’OPEC nel prossimo anno, e le misure che adotteranno per delimitare lo strapotere del settore finanziario sul petrolio. L’economista del Pentagono Robert Looney segnala che “all’OPEC manca il controllo diretto della quotazione sui principali mercati del greggio”.

Visto i precedenti, appare evidente che non è in grado di adottare unilateralmente il “petroeuro”, pertanto la strada che rimane aperta è quella di unirsi all’iniziativa iraniana, e creare un altro titolo che includa una gamma più vasta di prodotti, soprattutto offrendo un pacchetto di gas naturale al petrolio.

Gli Stati Uniti consumano 20 milioni di barili al giorno, ne importa più della metà: sono i maggiori consumatori ed inquinatori del pianeta. Finora hanno pagato la fattura petrolifera grazie al privilegio imperiale del ”petrodollaro”: gli altri mettono la materia prima, loro mettono una svalutata cartamoneta.

Rubano, letteralmente, l’80% dei risparmi dell’umanità e con questi finanziano i loro colossali deficit, la corsa armamentista e uno scriteriato consumismo (3), grazie all’abolizione nixoniana dell’equivalenza monetaria con l’oro del 1971.

La collisione contro il duopolio Nymex-Ipe è un ulteriore episodio della lotta contro un sistema finanziario internazionale ormai sessantenne che, all’iniquità, ha aggiunto una manifesta instabilità.

Nell’imminenza del 2005, quando il prezzo del petrolio potrebbe cristallizzarsi in un numero composto da tre cifre, sarà a tutti evidente la crisi del dollaro-centrismo. Uscirà dai conciliabili segreti dei potenti, come Davos e i vertici G7, ed irromperà nel dibattito pubblico .

Quando il dollaro era espressione di un’altra economia, non comparabile con quella odierna fondata organicamente sul debito, quando producevano il 55% delle merci circolanti nel mondo, il barile di petrolio era quotato al di sotto dei 10 dollari.

Oggi, le banche centrali asiatiche controllano l’80% dei dollari in circolazione, e finanziano il 65% del bilancio statunitense (4).

Quanto costerebbe il petrolio se fosse quotato in euro, o in oro? Quanto se fosse scambiato con altri beni? Quanto costerebbe se le eccedenze monetarie europee non fossero sacrificate sull’altare del petro-dollaro?

La volatilità estrema del valore del barile indica che il manovratore sta perdendo il controllo del treno: si riuscirà a fermarlo prima della collisione con una “bolla energetica”? Il capotreno della Riserva Federale -veterano delle “bolle”- manovra deliberatamente in quella direzione?

L’estremismo unipolare di Bush si compiace con il cinismo del “Muoia Sansone con tutti i Filistei”, ritenendo di paralizzare il mercato-mondo in una tetra paranoia. Però, in spiccioli, significa “soli contro tutti”.

Tutti gli altri sono nemici, sia a pure a diverso titolo. Nemici, concorrenti strategici, vassalli, in ogni caso mai pari: si può discutere su tutto, meno sul livello di vita del centro imperiale.

Ne deriva che i “tutti” hanno a disposizione una gamma di variabili, di mobilità e di mosse maggiori. Risulta stimolato l’avvicinamento, cooperazioni e collaborazioni finora impensabili contro l’avversario unipolare.

Il blocco europeo, senza la destra, può avvicinarsi agli arabi e alla Russia, guadagnando un mercato e la sicurezza energetica.Comincerebbe a prender forma quell’Eurasia tanto detestata e temuta dal Pentagono. Si tratta di decidere se aspira ad essere qualcosa di più di una variante subordinata che gioca a modellarsi come il concorrente maggiore.

L’Europa dall’Atlantico agli Urali era la visione geopolitica di De Gaulle, l’unica capace di collegare per via terrestre l’Europa alla Cina e prescindere –in questo modo- dagli anglosassoni e derivati, e dal loro dominio marittimo di ieri, aereo di oggi.

Messi alle strette, gli asiatici potrebbero stancarsi di collezionare dollari inflazionati e garantirsi direttamente linee di rifornimento energetico, senza passare dalla Borsa di New York e Londra. Potrebbero esserci dei movimenti a fisarmonica sia con la Russia che con il mondo petro-arabo, dove sarà la Cina ad effettuare le mosse decisive, con conseguenze telluriche sull’attuale assetto unipolare.

Nell’area sudamericana, l’iniziativa venezuelana di promuovere Petrosur significa riunire in un consorzio pubblico il 15% delle riserve mondiali comprovate. Inoltre, già ora, è il polmone energetico del Mercosur, blocco regionale antitetico all’ALCA, freno alla sua espansione.

La questione petrolifera è intimamente collegata alla salute del dollaro e dell’economia di cui è espressione. La ricetta dei falchi neoliberisti per preservare ed espandere la loro egemonia è semplice e brutale: con la superiorità bellica garantirsi l’accaparramento delle risorse energetiche. E mettere in riga la concorrenza, senza sfumature.

Ciò implica una dipendenza vigorosa dai flussi monetari esterni, come un malato che dipende da ininterrompibili trasfusioni, e preservare ad oltranza il dollaro come sostituto dell’oro.

La volatilità e il disordine crescente del mercato energetico dipende dal fatto che venga quotato con una denominazione stabile, in cui tutti abbiano fiducia, che permetta un maggiore equilibrio, dove consumatori e produttori cessino di essere la portata preferita del banchetto neoliberista e della sua spericolata “ingegneria” finanziaria.

L’oggetto del contendere si situa sul versante finanziario della “guerra al terrorismo”, dove si cerca di rompere l’asimmetria borsistica con l’apparizione di un terzo protagonista.

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Note.

(1) Nouriel Roubini, Universtà di New York; Brad Setser, Università di Oxford.

(2) R. Looney, “De los petrodolares a los petroeuros: Se acercan los dias finales del dólar en el Sistema de Reservas de Divisas Internacional?”, 3/11/2003, pubblicato dal Centro Conflitti Contemporanei.

(3)Stephen Roach, “Curso de colisiòn”, Morgan Stanley, Foro Economico Global, 27/9/2003

(4) Alfredo Jalife-Rahme, “El barril de petroleo podrìa aumentare a 100 dollares en 2005”, La Jornada, 4/10/ 2004 .

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Tito Pulsinelli,

:: VENEZUELA :: "Maledetta democrazia!"

Caracas, 10/06/2004 -

 

La satanizzazione mediatica del governo venezuelano e del suo Presidente salta a pié pari un semplice dato: sette elezioni negli ultimi cinque anni, compreso un referendum in cui é stata approvata la nuova Costituzione bolivariana.

Stiamo parlando del paese sudamericano in cui si é votato piú spesso, il cui Presidente ha uno zoccolo duro di accettazione che –nei peggiori momenti- non é inferiore al 35%. Tuttavia ció non impedisce ai detrattori di lanciare accuse di fascismo e/o comunismo, castrismo, dittatura tropicale, democrazia sí ma con vocazione autoritaria, populismo ecc. E’ comune che dagli schermi televisivi, in tutti i telegiornali si denunci la mancanza di libertá di espressione ed una imminente deriva dittatoriale. Incuranti del ridicolo, continuarono imperterriti ad autosmentirsi quotidianamente in diretta.

Al di là dello spettacolo della politica prefabbricato dall’industria della comunicazione di massa –contrastata da una sola rete statale ed un quotidiano a diffusione nazionale- soffermiamo l’attenzione su di alcuni dati che aiutano ad orientarsi.

Il governo venezuelano non ha espropriato nessuna industria nazionale o straniera, ma si oppone alla privatizzazione del settore petrolifero, previdenza sociale, sanità ed istruzione.

Finora é stato in grado di pagare puntualmente il suo debito estero ed autofinanziarsi senza passare sotto le forche caudine dell’FMI, preservando in questo modo piena autonomia nella politica economica, monetaria e fiscale.

Sono aumentate le riserve monetarie, raggiungendo un record storico ed una condizione invidiabile: il debito estero é inferiore alle riserve. Ciò spiega, in parte, l’accresciuto protagonismo regionale del Venezuela che, da solitaria voce dissonante di qualche anno fa, si é convertito in propulsore dell’integrazione regionale attorno ad un asse Brasilia-Buenos Aires-Caracas, preludio della confluenza tra MERCOSUR e CAN. Questa è la barriera contro il progetto di annessione delle economie del continente all’ALCA.

All’arrivo di Chavez al governo –nel 1999- il prezzo del barile di petrolio era sprofondato a 8 dollari. Il presidente venezuelano rilanciò la politica di regolazione dei volumi di greggio da immettere sul mercato, riuscendo a far resuscitare l’OPEC e silenziare la litigiosità dei paesi produttori arabi. Venne fissata una fascia di oscillazione dei prezzi da un minimo di 22 ad un massimo di 28 dollari, tuttora vigente.

Questa politica ha garantito all’erario pubblico straordinari flussi monetari. Quel che é una virtú all’interno, é un peccato mortale agli occhi degli Stati Uniti e del settore che è stato estromesso dal potere politico. Il connubio tra questi due fattori si basa su antichi interessi comuni che risalgono all’epoca del crollo del colonialismo spagnolo.

Il vecchio gruppo che aveva nelle proprie mani l’industria statale del petrolio, dirigendola come fosse una proprietá privata del loro clan, era –ed é- partigiano di una estrazione illimitata, e di non regolare l’offerta. Ma i numeri danno loro torto: il barile é passato da 8 dollari (cosa eccellente per gli USA e i tecnocrati) agli attuali 38! Conviene sorvolare sul fatto che concessero addirittura uno sconto di 2 dollari per barile agli USA con un contratto della durata ventennale: un paese non-industrializzato finanzia la prima economia del mondo!

La battaglia per il controllo del petrolio é di grande rilevanza strategica, visto che sta al primo posto nella determinazione del prodotto interno lordo. Chi controlla il petrolio ha in mano i cordoni della borsa e controlla l’intero paese. E’ comprensibile, quindi, come il controllo di questo autentico Stato nello Stato abbia trasceso i confini della lotta politica e sia diventato uno scontro sociale frontale.

Scontro tra un modello di paese mono-esportatore, dipendente non solo nei manufatti industriali e tecnologici (ma persino nell’80% del consumo alimentare) e un progetto di sviluppo di una economia rivolta a soddisfare direttamente le necessità interne.

Il modello neocoloniale –battezzato sdegnosamente “stazione di benzina a sud di Miami-

ha riprodotto costantemente la dipendenza totale: i petro-dollari in entrata uscivano rapidamente per importare persino zucchero, fagioli, mais e fagioli. Tutto ció in un paese dalle grande distese verdi, incolte e ricche di risorse ídriche. La dipendenza è un modello economico pianificato dall’esterno che, in questo caso, tralascia deliberatamente di utilizzare un suolo fertile e generoso.

La rendita petrolifera era appannaggio di una minoranza sociale ostile a gettare le basi di una industrializzazione primaria, rivolta al mercato interno e all’esportazione a quello andino-caraibico. Questa borghesia “compradora” ha sempre preferito riempire i containers a Miami e dedicarsi ai commerci, altamente lucrativi vista l’inesistenza dei controlli doganali e fiscali.

L’irruzione bolivariana e di Chavez sulla scena, segnano la fine del bipartitismo del franchising locale dell’internazionale socialista e democristiana, e con esso declina un modello che dalla dipendenza era degenerato in una dilagante corruzione, scandalosamente scialacquatore, popolarmente battezzato come “Venezuela saudita”. Questo ciclo rimase ferito a morte nel febbraio del 1989, quando in tutti i centri urbani si estesero a macchia d’olio i saccheggi sistematici, in risposta ad un “pacchetto di aggiustamenti” decretato dall’FMI. Il “Caracazo” (chiamata così la rivolta di Caracas – ndr.) costó qualche migliaio di morti.

Il re era nudo, si inabissó la “Venezuela saudita”: non era piú possibile continuare con quel tipo di modello economico e politico che –per sussistere- era condannato ad indebitarsi sempre piú ed escludere radicalmente settori sempre più ampi della società.

Il “Caracazo” è stata la prima insurrezione di massa contro l’FMI e rappresentò una diga contro cui si infranse posteriormente l’onda espansiva del neoliberismo. Il definitivo crack bancario in cui lo Stato dovette sacrificare preziose risorse economiche per coprire le malefatte del settore finanziario, fu il colpo di grazia ad una classe politica e ad un blocco dominante che –con una rigida ed autoritaria esclusione della sinistra e delle maggioranze sociali- avevano retto i destini del Venezuela per 40 anni.

Il governo bolivariano di Hugo Chavez si affrettò ad approvare una riforma agraria che penalizzava le terre oziose, lasciate all’abbandono e non coltivate. Due milioni di ettari sono stati assegnati a cooperative e piccoli produttori, rispondendo al clamore generale di giustizia che non tollerava l’improduttività del ricco suolo. La sovranità alimentare, ossia l’abbattimento progressivo delle importazioni agro-alimentari é un obiettivo strategico sostenuto con stanziamenti finanziari per le cooperative e i piccoli produttori.

Sono state proibite le coltivazioni transgeniche e si punta ad una autosufficienza caratterizzata da sementi 100% naturali. In questo processo, un centinaio di dirigenti contadini sono stati assassinati dai paramilitares colombiani assoldati dai proprietari terrieri nelle sterminate regioni agricole lungo la frontiera.

La nuova legge sugli idrocarburi riafferma la proprietá statale del petrolio, elevandola al rango costituzionale: per privatizzare bisogna cambiare la Costituzione. Lo sfruttamento delle incalcolabili risorse energetiche situate alla foce dell’Orinoco é stato aperto alle compagnie private straniere. Non solo alle compagnie USA, come avveniva nel passato, ma anche a quelle russe, norvegesi ecc, iniziando una salutare diversificazione dei partners e dei mercati. La legge ha quintuplicato la percentuale che le multinazionali devono versare allo Stato.

Il bilancio per l’istruzione e la sanità é il più elevato del continente. E’ stata creata dal nulla una rete di assistenza medica preventiva nei settori urbani poveri e in quelli rurali, in virtù di un convengo di interscambio con Cuba.

Per quella parte preponderante della popolazione esclusa dal sistema sanitario, é la prima volta che dispongono di un medico in ogni quartiere. Il riflesso positivo si concretizza nella diminuzione del 30% nell’afflusso nelle strutture ospedaliere.

In questo momento, il 30% della popolazione é impegnata negli studi, sia nel ciclo della scolarizzazione normale, come nelle campagne di alfabetizzazione e per completare il ciclo pre-universitario. Molti dei partecipanti ricevono una borsa di studio equivalente ad un salario minimo. Si tratta di uno sforzo di grande valore sociale, e comporta una sfida organizzativa condotta al di fuori delle inefficienti istituzioni scolastiche tradizionali.

Per garantire il diritto allo studio a tanta gente, é stato indispensabile creare una rete ex novo. Si doveva, infatti, neutralizzare le vecchie mafie sindacali che –grazie ad un privilegio corporativo che garantisce il salario anche quando scioperano- hanno costantemente sabotato il sistema educativo pubblico. Non garantiscono nemmeno 200 giorni di studio all’anno.

La politica salariale del governo si é sinora contraddistinta, principalmente, con la reintegrazione dell’inflazione nel salario minimo.

Questi sono i lineamenti concreti di questa terribile “dittatura comunista”, colpevole di perseguire un progetto di sviluppo nazionale non ortosso, non proiettato verso l’esterno, ma orientato a soddisfare prioritariamente il mercato interno. L’eterodossia bolivariana ostacola i monopoli nazionali e stranieri, incoraggia ed appoggia la piccola industria, le coperative, e privilegia gli investimenti produttivi di lungo periodo, al posto di quelli volatili nella girándole delle borse.

Il cocetto di “riformismo” é estraneo al lessico e all’orizzonte concettuale dei vecchi e anchilosati gruppi oligarchici, mentalmente colonizzati, accaniti seguaci del “tutto e subito”. Non hanno mai accettato il “nuevo corso”, sottovalutando sistemáticamente la forza del nuovo blocco sociale che si é formato, e si sono illusi di recuperare il potere politico con la sovversione, il golpismo e il vassallaggio.

In un primo momento riscorsero alla soluzione tradizionale del classico colpo di Stato. Sbagliarono i conti: 50 generali fascistoidi non poterono coinvolgere l’istituzione militare nell’avventura antidemocratica. L’unitá civico-militare non é un semplice slogan, ma un principio che plasma e rende peculiare il nuevo assetto di potere venezuelano. L’oligarchia perse così tutti i dirigenti ad essa adepti nelle fila delle forze armate.

Nove mesi dopo, per arrivare alla restaurazione imboccarono la strada della guerra economica, del sabotaggio, con l’ammutinamento dei tecnocrati del petrolio, serrata padronale e taglio delle linee dei rifornimenti alimentari alle città. L’ammontare dei danni che causarono furono come quelli di una guerra: 10 miliardi di dollari, con una caduta del 28% del prodotto lordo. La popolazione non reagì come avevano sognato le elites : non vi furono né violenza, né saccheggi, non venne nemmeno proclamato lo stato di emergenza. La gente si autorganizzò per strappare alle forze della restaurazione ogni spazio sociale, agendo dal basso, ed imponendo il ritorno alla legalità in ogni scuola, fabbrica, centro di distribuzione, ufficio pubblico ecc.

Il prezzo che dovette pagare la destra fu la perdita del controllo del gioiello della corona: espulsione dall’industria petrolifera e sgretolamento del monopolio dei grossisti del settore alimentario. Molti protagonisti della serrata non ressero due mesi di inattività e fu bancarotta per i piccoli industriali.

Il colpo più duro, però, arrivò con il decreto di blocco cambiario e il controllo delle importazioni. L’arma della fuga di capitali venne cosí vanificata. Nel trimestre precedente alla serrata, infatti, avevano concimato il terreno della destabilizzazione trafugando ben 4 miliardi di dollari.

Il potere economico e mediatico, gran parte del ceto medio, con il sostegno della metropoli imperiale, fanno quadrato, resistono con ogni mezzo –soprattutto illegale- e persistono nello scontro frontale con la nuova istituzionalità con l’obiettivo di creare artificialmente l’ingovernabilità.

Gli spazi di manovra del governo bolivariano che gli hanno permesso di sfuggire parzialmente a questa morsa mortale, sono garantiti dall’appoggio di una straordinaria rete sociale di movimenti e dalla lealtà dell’esercito alla Costituzione..

Senza di questo, e senza l’invidiabile rendita petrolifera, il conflitto tra le elites e le maggioranze sociali si sarebbe giá concluso a favore delle prime.

Questi sono anche i ristretti margini dentro cui possono muoversi le forze del cambiamento nei paesi latinoamericani, quando arrivano al potere politico attraverso le regole della democrazia rappresentativa. La lezione che viene dal Venezuela indica gli ostacoli e le strettoie che si presentano per la conformazione di una nuova egemonia sociale: il potere economico non esita a far ricorso all’illegalità e alla violenza. E conta con l’avallo, copertura e finanziamento degli Stati Uniti e il succube silenzio degli europei.

E’ una lezione che insegna molto, ma non tutto, dato le molteplici differenze di varia natura che esistono nelle varie geografie sociali e nazionali, tantomeno può essere elevato a modello. Tra l’altro perché la partita in Venezuela é ancora aperta.

“POPULISMO”: etichetta ingannevole

 di Tito Pulsinelli

 SOMMARIO:

• Il "populismo" utile

• Il "populismo" ritrovato

• Il "populismo" funzionale

• Il "populismo" strategico

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 20/09/2004

 

“...Una minaccia emergente meglio caratterizzata come populismo radicale, in cui è minacciato il processo democratico, quando si riducono –invece di aumentarli- i diritti individuali” (generale James Hill - Comandante US Southern Command).

L’anatema del “populismo radicale” lanciato dal Pentagono contro la fronda sudamericana, contiene significati negativi che evocano fenomenologie politiche del passato, senza offrire nessun riferimento fondato a quel che ora sta avvenendo. Nulla di concreto che aiuti ad inquadrare correttamente gli accadimenti inVenezuela, Brasile ed Argentina degli ultimi tre anni.

Mettiamo da parte, quindi, queste stigmatizzazioni indispensabili alle campagne di propaganda con alto contenuto di manicheismo, direttamente ispirate dai manuali della guerra psicologica.

Che cosa hanno in comune Chavez, Lula, Kirchner, Tabarè Vàzquez in Uruguay, i boliviani Evo Morales e Felipe Quispe, la CONAIE dell’Ecuador, il sub-comandante Marcos e Lopez Obrador? E che hanno a che vedere tutti costoro con il “populismo”?

Secondo Laclau il populismo è un fenomeno ideologico che fa appello direttamente al popolo –e non a una classe specifica- in un contesto di profonda crisi delle istituzioni e dei valori, di scetticismo o rifiuto radicato dello status quo, partiti privi di credibilità o in caduta libera. Acuta spoliticizzazione, soprattutto tra i giovani, gruppi dirigenti delegittimati o apertamente ripudiati, difficoltà per identificare chiare differenze apprezzabili tra opposizione e governo.

In questo contesto, sorsero leaders di tipo carismatico che –muovendo l’anti-politica e l’anti-partitismo- fecero uso del termine “popolo” in contrapposizione al blocco egemonico detentore del potere che -in questa latitudine- sono le oligarchie con cui Washington ha un “feeling” di tipo telepatico.

Non si tratta di vuote esercitazioni di retorica demagogica –che non richiamerebbero l’attenzione del Comando sud degli Stati Uniti- ma della “...interpellanza popolar-democratica come formula sintetica antagonista rispetto all’ideologia dominante” (Laclau).

Il “populismo” latino-americano reale, concretamente furono quei movimenti popolari e nazionalisti posteriori alla seconda guerra mondiale: Peròn in Argentina, l’MNR in Bolivia, la Guatemala di Arbenz, forse il governo di Goulart in Brasile (1). Nessuna di queste esperienze perì di morte naturale, ma grazie ad invasioni e a colpi di Stato che si ripeterono e perdurarono fino agli anni 80.

Indistintamente, la comune ragione ideologica del post-“populismo”era il libero mercato. Liquidarono le proprietà statali nel settore dei minerali, energetici, agro-alimentari, comunicazioni, così come ogni vestigio di previdenza sociale.

Dopo la lunga notte, il ritorno alla “democrazia” fu la continuazione della stessa terapia senza dittatori, e coincise con la culminazione dell’impatto distruttivo del neoliberismo: narco-economia, 70% dei salariati lavorano in nero, precari, espulsione di massa dalla scolarità, lavoro infantile, senza tetto, senza terra, profughi, emigranti, ambulanti, raccogli-cartone e lattine ecc.

Sorprende che in un sondaggio oltre il 65% dei latinoamericani dicano che non stravedono per la democrazia?

Il “populismo” utile

Nello schema interpretativo di Laclau rientrano anche gli episodi di Menem in Argentina e di Fujimori in Perù. Nel primo caso, il caricaturale personaggio non ebbe nessuno scrupolo a mettere da parte il Parlamento e trasferire il processo decisionale a una direzione tecnocratica nell’ombra.

Menem governò e privatizzò a colpi di decreti di urgenza, “..ben 309 volte in 4 anni; mise la museruola alla giustizia, si scagliò contro giudici, pubblici ministeri ed altri funzionari che non gli erano congeniali, e relegò il potere legislativo a un livello secondario, utilizzò persino il potere di veto dei bilanci ..”(M. Novaro).

A Washington nessuno si scandalizzò, venne coniato l’eufemismo caritatevole di “democrazia delegata”, giustificando in tal modo la sconfinata concentrazione di potere in una sola persona, che asseriva di incarnare la sovranità. E’ ovvio che ai loro occhi Menem, campione mondiale della privatizzazione integrale, suscitava grandi entusiasmi. Il resto erano peccatucci veniali.

Sarà che esiste un “populismo” buono, liberista e tecnocratico ed un altro che è negativo e radicale?

Nel 1995, Fujimori si assicura la Presidenza peruviana, impegnandosi a sconfiggere la guerriglia di “Sendero luminoso” e risolvere la crisi economica che esplose a causa del blocco finanziario, sanzionato dopo la moratoria del debito estero di Alan Garcia. Fujimori governo’ con mano dura, contraddicendo le promesse elettorali, ignorando le altre istituzioni a lui scomode (parlamento, magistratura, mezzi di comunicazione), e violò i diritti umani con il pretesto di garantire la “governabilità”. In questo modo riuscì ad offrire su di un vassoio d’argento il Perù al FMI, che fu il vero governo di quel paese, mentre Fujimori si dedicava alla repressione, ad arricchirsi e al nepotismo.

Anche questa fu tollerata come una “democrazia delegata” ( o “protetta”), fino a quando l’incauto governante ebbe l’ardire di trafficare una partita di armi per la guerriglia colombiana. Gli costò il posto e l’esilio, liberando lo spazio per un ex funzionario della Banca Mondiale.

A costui è servito ben poco il dottorato a Stradford: privatizzazione dell’elettricità rinviata ad altra data, a causa delle estese proteste popolari.

Forse esiste un “populismo” di destra e uno di sinistra? Uno che è immorale perchè propizia l’intervento dello Stato nell’economia per far fronte alla domanda sociale. E un “populismo” etico, nobile, che applaude il protagonismo statale quando lancia salvagente ai banchieri dopo le bancarotte, quando sovvenziona l’industria privata o quella bellica.

Il “populismo” ritrovato

La “minaccia emergente meglio caratterizzata come populismo radicale” (generale Hill), evidentemente non è imputabile a un manipolo di leader irresponsabili, ma è il risultato dell’effetto cumulativo delle ferite inferte dal neoliberismo a quelle società cui è stato imposto integralmente.

Nessuno ha dimenticato che l’Argentina, fino agli anni 60 del secolo scorso, era la sesta economia del mondo e per tutti era il “granaio del mondo”. Che strano, coincide con l’epoca dorata del “populismo”. Ancora in piena dittatura militare esportarono grano all’Unione Sovietica in cambio di oro.

L’Argentina del 2002, quando la collera popolare scacciò in rapida successione vari Presidenti, è la stessa alunna prediletta che il FMI indicava come modello da imitare su scala continentale. La fantascienza della parità con il dollaro e una privatizzazione che risparmiò solo la Patagonia, lasciò un paese in cui i bisogni sociali primari (pane, mattoni, scuole) furono soddisfatti con l’azione diretta e l’auto organizzazione dal basso, riportando alla superficie pratiche mutualiste tipiche degli albori del movimento socialista.

Il disastro incombente diede luogo all’occupazione di fabbriche e a forme di autogestione coperativa tuttora vigenti, come pure ad estese reti del baratto e scambi regolati da monete alternative. Si trovarono risposte pratiche alle necessità primarie quando lo Stato e le industrie avevano collassato.

In un contesto simile, dove non esiste la piena occupazione, la disoccupazione è dilagante, è evidente che il territorio passa ad essere il terreno di lotta principale. Questa è l’esperienza dei “piqueteros” (da “picchetti”): con i blocchi stradali riescono ad essere incisivi quanto o più degli impossibili scioperi.

Il teatro di operazione della popolazione rurale brasiliana del Movimento dei Senza Terra è il territorio, e la lotta verte sull’uso produttivo da assegnare al suolo: latifondi per le monocolture transgeniche delle multinazionali o piccola e media proprietà coperativa destinata alla produzione per il mercato interno. Dipendenza o sovranità alimentare, continuare –o annullare- le importazioni dalla sovvenzionata tecno-agricoltura del nord.

Per soddisfare bisogni sociali che sono maggioritari, l’interlocutore fondamentale diventa lo Stato, e lo strumento organizzativo sono movimenti specifici e reti orizzontali che stanno rimpiazzando definitivamente gli screditati partiti fondati sulla delega e la rappresentatività totale.

Non si sottovaluta la questione del potere politico e legislativo, ma optano per organizzazioni comunitarie, territoriali, specifiche, non totali.

In Ecuador, le organizzazioni indigeno-contadine e gli alleati dei movimenti popolari urbani, si sono ritirati dalla coalizione governativa, dopo aver visto che era semplice prosecuzione della politica fondomonetarista dei governi anteriori.

In Brasile, nonostante la lentezza quasi statica del governo nel metter mano ad una politica nuova, i senza-terra hanno aumentato la pressione della base. La riforma agraria non è all’orizzonte, ma il MST preme per ottenere una quantità crescente di assegnazioni e legalizzazioni di terre. Per ora non vanno oltre, nè rompono con Lula, perché sono consapevoli della differenza che esiste tra essere governo (peraltro senza maggioranza parlamentare) e detenere il potere economico. Lula ha le mani legate dagli impegni firmati dal suo predecessore con l’FMI, una settimana prima del suo addio: una bazzecola di 30 miliardi di dollari.

Non si tratta di un patto tattico ma confluenza attorno a pochi obiettivi strategici, che determina un peculiare intreccio tra i movimenti sociali e i governi del “populismo radicale”. Soprattutto quando c’è da ridurre lo spazio di intromisione alla pirateria dell’autorità economica internazionale (FMI e OMC).

Ciò è stato lampante a Cancun, dove dal seno dell’ OMC è scaturito uno schieramento significativo di paesi (G22) che ha bloccato tutto, sine die, fino a quando l’Unione Europea e Stati Uniti smetteranno di sovvenzionare le loro industrie agricole.

Secondo alcuni, si tratta di ottenere quanti più cambiamenti radicali possibili con il minimo dei costi, cioè evitando la violenza fascista della restaurazione, ma senza indietreggiare.

La globalizzazione ha delegittimato i partiti –(il PT di Lula in che misura riesce a rappresentare anche il 60% di manodopera informale?)- ha spazzato via molte forme che assumeva l’antagonismo sociale (le guerriglie, salvo nel non-Stato colombiano), ma non è riuscito a disarticolarlo e annichilirlo, tant’è che si è riproposto con vigore contro le residuali istituzionalità nazionali.

Il “populismo” funzionale

Quel che è in gioco sono questioni fondamentali come l’uso che si deve fare del petrolio, del gas, dell’acqua e della terra. In Bolivia c’è stata la “guerra dell’acqua” e del gas, dove sono stati rimessi in discussione contratti già firmati con le multinazionali e lo status giuridico dei giacimenti. Si sono messe in moto forze che fanno traballare l’assetto del potere interno e influiscono sulla dinamica geo-politica regionale. 

Questi conflitti sociali perseguono obiettivi tesi ad accrescere i diritti individuali –altro che diminuirli!- con elementi di gran novità rispetto al passato. Sono una mistura di rivendicazioni etniche, nazionaliste, anti-liberiste, anti-imperialiste ed ecologiste. E non manca affatto la componente della lotta di classe: le elites interne sono acerrime nemiche e strette alleate del nuovo egemonismo imperiale (2).

I diritti sociali dei boliviani potranno rafforzarsi solo quando le risorse naturali beneficeranno la maggioranza, cioè quando ci saranno i mezzi per soddisfarli. In altre parole, quando avranno la precedenza sugli interessi delle multinazionali. Altrimenti sarà impossibile persino sradicare l’analfabetismo.

Nella neo-lingua giornalistica, il termine “populismo” viene usato come una formula che sintetizza paternalismo, demagogia ed autoritarismo. In realtà, diventa “populismo radicale” quello che intacca –o rimette in discussione- lo schema di redistribuzione del reddito nazionale, o quando tenta di ribellarsi al “consenso di Washington”.

Non vi è dubbio che le condizioni di vita non potranno migliorare fino a quando qualsiasi governo latino-americano è condannato a sborsare –mediamente- la metà della ricchezza prodotta al G7, via FMI. I “sottosviluppati” sono in realtà esportatori netti di capitali, escono più soldi di quelli che si ricevono: i denutriti alimentano gli obesi. 

Il debito estero è il nodo nevralgico in cui i movimenti sociali confluiscono con i governi del “populismo radicale” e, nello stesso tempo, è anche un punto critico di deflagrazione. Tradurre in politica di Stato il no al fondomonetarimo, significa impedire che interferisca in temi cruciali come i tassi di interessi, il sistema fiscale, pensionistico, sanitario ed educativo. 

Brasile ed Argentina posseggono l’arma di 500 miliardi di dollari del debito estero, sono grandi agro-esportatori, produttori di manufatti tecnologici di media complessità e –nel caso brasiliano- anche armamenti, tra cui aerei militari. Non sono facilmente vulnerabili a embarghi o blocchi commerciali. 

L’integrità del sistema finanziario internazionale è nelle loro mani. Il debito è tale che nessun tipo di crescita dell’economia comporta un riflesso positivo sul livello di vita, garantendo solo il pagamento puntuale al FMI. In altre parole, è impagabile, e devono esserci negoziati, il punto critico è vicino.

“Quando una certa quantità di uranio arricchito, si congiunge con un’altra massa equivalente di uranio arricchito della stessa qualità, si produce la massa critica. Il punto in cui scatta la reazione a catena. Se due nazioni si comportano alla stesso modo, è la fine dell’FMI. Altri si comporteranno allo stesso modo” (Fidel Castro).

E’ in Venezuela dove sono maturate le condizioni ottimali, in cui è più visibile l’ordito e la trama della coalizione tra estese e diversificate reti sociali, tra queste e un governo che può agire basandosi su regole del gioco nuove. Tale è la Costituzione bolivariana approvata con un referendum.

Nessun altro paese dell’area può contare con il flusso finanziario comparabile a quello generato dal suo petrolio e materie prime, che ha consentito da 5 anni al Venezuela di tenere alla porta il FMI. Quindi di elaborare con autonomia la politica economica, fiscale, monetaria e agricola. Ciò nondimeno destina il 25% del bilancio al servizio del debito estero.

“Qui prendono a pretesto cose come il patriottismo e la sovranità. E’ ora di finirla, basta! Bisogna adeguarsi alla realtà del mondo d’oggi”, diceva sdegnato Luis Giusti, boss del petrolio venezuelano. Era il 1998, poi lui e tutti quelli che pensano a quel modo, soffrirono una cocente sconfitta. I più non si “adeguarono”, loro dovettero uscire di scena, segnando il tramonto di una classe dirigente e di un modello economico neocoloniale.

Oggi, L. Giusti è consigliere strategico di Bush per le politiche energetiche. Grazie ad arcaismi come il “patriottismo e la sovranità”, si è affermato un nuovo blocco sociale egemonico che –non solo finanzia con il petrolio l’estensione del diritto all’istruzione, salute e previdenza sociale- ma imposta anche un nuovo schema di sviluppo endogeno, rivolto all’interno, e lo protegge. Il protezionismo non è più un monopolio del nord industrializzato.

Due milioni di ettari di terre incolte sono state assegnate a piccoli proprietari e cooperative, riuscendo in meno di due anni a non dover più importare riso e mais. Questo è possibile solo perché si frenano i monopoli, con il controllo cambiario e un sistema di autorizzazione delle importazioni.

Mentre il Messico, per esempio, arrivato alla “modernità” di un trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, è l’unico paese petrolifero in cui le maggiori entrate in divisa pregiata sono quelle generate dagli emigrati (14 miliardi di dollari), ed ha cominciato ad importare mais. 

Il “populismo” strategico

Washington è passato –senza successo- alle vie di fatto contro il Venezuela, con un golpe e una serrata-sabotaggio dell’industria petrolifera. Non digeriscono il nuovo protagonismo dell’OPEC, nè lo slancio preso dal Mercosur dopo l’ingresso di Caracas.

Ripugna la vendita di petrolio all’Argentina a cambio di alimenti e beni tecnologici. Non garba questo modello di scambio (nè la diversificazione dei partners) che potrebbe estendersi a tutti gli alleati strategici, perché riduce la quantità di circolante in dollari. 

Non vedono certo di buon occhio che la rivoluzione bolivariana non è disarmata: conta con forze armate fedeli alla Costituzione, incorporate nel nuovo progetto di paese, e con un ruolo promotore che va oltre la sfera militare. Non è una casta chiusa e ostile verso la società, bensì una sua espressione rappresentativa che ne riflette gli aneliti. 

Sono queste cose concrete, tangibili, e la somma di fenomeni sociali convergenti che si ripetono nella geografia continentale, ad avere provocato l’inabissarsi dell’ALCA. Questa è la ragione dell’ostilità del Pentagono che, per contrastare l’insidiosa complessità di una forza multidimensionale, cerca ora di fabbricare uno scudo ideologico: la dottrina del “populismo radicale”.

Questa, in effetti, ha il respiro corto e non va oltre l’equivalenza all’alibi dei “diritti umani” utilizzato per fare la guerra contro la Jugoslavia.

A ben guardare, però, nell’ultimatum di Rambouillet che precedette i bombardamenti su Belgrado, si parla solo del diritto alla libertà di transito in tutto il territorio jugoslavo per le truppe della NATO, e che il Kossovo doveva trasformarsi in una economia di mercato.

Nel momento storico in cui gli Stati Uniti tentano di estendere l’applicazione della “dottrina Monroe” (3) dal continente americano a tutto il pianeta, in America latina si stanno percorrendo sentieri che allontanano dal dogma liberista e sono una critica pratica del nuovo egemonismo unipolare.

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Note.

1 - A differenza del nazionalismo europeo che fu espansionista e colonialista, questo ha come denominatore comune l’opposizione unificante alla interminabile catena di invasioni e colpi di Stato programmati a Washington.

2 - “In America Latina, la resistenza al neo-liberismo coniuga la componente culturale, con il livello sociale e nazionale... Questa costellazione (zapatisti, piqueteros, cocaleros, bolivariani, sintierra ecc. NdR) dà al fronte della resistenza un repertorio di tattiche, azioni ed un potenziale strategico superiore a quello di altre parti del mondo”, Perry Anderson “Nueva hegemonìa mundial”, CLACSO Libros.

3 - Priorità assoluta degli interessi nazionali USA nello spazio continentale, concepito come “cortile” della propria dimora.

Tito Pulsinelli - E-mail alla redazione: info@selvas.org


CHAVEZ vince il referendum di agosto 2004 

con ca. il 60% dei suffragi

Venezuela tra bolivarismo e golpismo

Da oltre due anni siamo confrontati con le vicende venezuelane; si    rincorrono notizie, interpretazioni, analisi spesso contraddittorie quando non apertamente confliggenti ed alternative.

Il Venezuela, paese grande tre volte l'Italia, con circa 25 milioni di abitanti di cui circa 1,5 milioni di origine italiana, è il quarto esportatore di petrolio al mondo e con enormi risorse minerarie e naturali; e tuttavia gran parte della popolazione vive in stato di grave indigenza, mentre si assiste ad un progressivo impoverimento della classe media, un fenomeno analogo a quello di altri paesi latino-americani come l'Argentina o l'Uruguay.

E' stata la patria di Simon Bolivar, uno dei grandi liberatori dell'America Latina dalla dominazione coloniale spagnola, il cui sogno di unificazione del continente ha percorso tutto il '900.

E' a Bolivar che si ispira la nuova Repubblica "Bolivariana", appunto, inaugurata con l'ascesa al potere di Chavez; ed è ai suoi ideali che si ispira la nuova costituzione "bolivariana", approvata con un referendum raccogliendo circa l'80% dei suffragi: una costituzione controtendenza, antiliberista e a favore di un quadro di garanzie sociali ampie, dalla scuola alla sanità, alla ripartizione delle terra e delle risorse naturali.

E allora, come si è giunti alla situazione di destabilizzazione, confronto aspro con tentativi di golpe, scioperi e durissimi boicottaggi che hanno polarizzando pericolosamente la società venezuelana ?

In questo numero della rivista, vogliamo offrire alcuni contributi di riflessione e analisi, e alcune note di cronaca che danno un'indicazione seppur parziale del Venezuela del 2003 e delle reazioni al risultato del referendum di agosto 2004 che ha confermato un ampio sostegno (circa il 60%) al presidente Chavez, che ottiene per l'ottava volta in 10 anni, un notevole successo elettorale.

Sono ben accetti contributi ed interventi che inseriremo di volta in volta n questo spazio dedicato.

 

invia il tuo intervento sulla crisi venezuelana a: emigrazione.notizie@email.it


 Dipartimento Internazionale

La CGIL (Nana Corossacz e Leopoldo Tartaglia del Dipartimento Internazionale) ha partecipato alla delegazione della CISL Internazionale e della sua organizzazione regionale interamericana (ORIT) di osservazione del referendum revocatorio in Venezuela.

In questa occasione, nei giorni precedenti, ha compiuto una serie di incontri con organizzazioni sindacali (CTV, Unapetrol, UNT), della società civile (Fondazione Ebert - Ildis, ONG a difesa dei diritti umani come Red Apoyo e Provea), l'ambasciatore italiano, l'INCA-CGIL per un maggiore approfondimento sulla situazione del Paese, riscontrando la forte polarizzazione politica che la caratterizza.

Nell'ambito dell'osservazione del referendum, la delegazione CGIL ha potuto constatare la grande prova di maturità democratica dei cittadini venezuelani che hanno partecipato al voto - malgrado le evidenti difficoltà organizzative - in maniera determinata, pacifica e massiccia (con una delle più alte percentuali di voto della loro storia).

La delegazione esprime la sua forte preoccupazione per il fatto che i risultati preliminari annunciati dal CNE, e ritenuti compatibili dagli osservatori internazionali (Centro Carter e Organizzazione degli Stati Americani), non siano stati riconosciuti dalla opposizione rappresentata dalla Coordinatore Democratica, con il rischio di vanificare un grande fatto democratico, capace di favorire il dialogo nella società.

In ambito sindacale, la CGIL prende atto delle dichiarazioni dei dirigenti sindacali della CTV e della UNT - su fronti opposti nella consultazione referendaria - interessati ad un processo di confronto e di unità d'azione tra le organizzazioni sindacali venezuelane e intende contribuire, per quanto di sua possibilità, a questo dialogo.

Caracas, 16 Agosto 2004

 

Entre Venezuela y Nadalandia
Por Eduardo Galeano


Extraño dictador este Hugo Chávez. Masoquista y suicida: creó una
Constitución que permite que el pueblo lo eche, y se arriesgó a que eso
ocurriera en un referéndum revocatorio que Venezuela ha realizado por
primera vez en la historia universal.
No hubo castigo. Y esta resultó ser la octava elección que Chávez ha ganado
en cinco años, con una transparencia que ya hubiera querido Bush para un
día de fiesta.
Obediente a su propia Constitución, Chávez aceptó el referéndum, promovido
por la oposición, y puso su cargo a disposición de la gente: “Decidan ustedes”.
Hasta ahora, los presidentes interrumpían su gestión solamente por
defunción, cuartelazo, pueblada o decisión parlamentaria.
El referéndum ha
inaugurado una forma inédita de democracia directa. Un acontecimiento
extraordinario:
¿Cuántos presidentes, de cualquier país del mundo, se animarían a hacerlo?
¿Y cuántos seguirían siendo presidentes después de hacerlo?


Este tirano inventado por los grandes medios de comunicación, este temible
demonio, acaba de dar una tremenda inyección de vitaminas a la democracia,
que en América Latina, y no sólo en América Latina, anda enclenque y
precisada de energía.
Un mes antes, Carlos Andrés Pérez, angelito de Dios, demócrata adorado por
los grandes medios de comunicación, anunció un golpe de Estado a los cuatro
vientos. Lisa y llanamente afirmó que “la vía violenta” era la única
posible en Venezuela, y despreció el referéndum “porque no forma parte de
la idiosincrasia latinoamericana”. La idiosincrasia latinoamericana, o sea,
nuestra preciosa herencia: el pueblo sordomudo.


Hasta hace pocos años, los venezolanos se iban a la playa cuando había
elecciones. El voto no era, ni es, obligatorio. Pero el país ha pasado de
la apatía total al total entusiasmo. El torrente de electores, colas
enormes esperando al sol, a pie firme, durante horas y horas, desbordó
todas las estructuras previstas para la votación. El aluvión democrático
hizo también dificultosa la aplicación de la prevista tecnología último
modelo para evitar los fraudes, en este país donde los muertos tienen la
mala costumbre de votar y donde algunos vivos votan varias veces en cada
elección, quizá por culpa del mal de Parkinson.


“¡Aquí no hay libertad de expresión!”, claman con absoluta libertad de
expresión las pantallas de televisión, las ondas de las radios y las
páginas de los diarios.
Chávez no ha cerrado ni una sola de las bocas que cotidianamente escupen
insultos y mentiras. Impunemente ocurre la guerra química destinada a
envenenar a la opinión pública. El único canal de televisión clausurado en
Venezuela, el canal 8, no fue víctima de Chávez sino de quienes usurparon
su presidencia, por un par de días, en el fugaz golpe de Estado de abril
del año 2002.
Y cuando Chávez volvió de la prisión, y recuperó la presidencia en andas de
una inmensa multitud, los grandes medios venezolanos no se enteraron de la
novedad. La televisión privada estuvo todo el día pasando películas de Tom
y Jerry.
Esa televisión ejemplar mereció el premio que el rey de España otorga al
mejor periodismo. El rey recompensó una filmación de esos días turbulentos
de abril. La filmación era una estafa. Mostraba a los salvajes chavistas
disparando contra una inocente manifestación de opositores desarmados. La
manifestación no existía, según se ha demostrado con pruebas irrefutables,
pero se ve que este detalle no tenía importancia, porque el premio no fue
retirado.


Hasta ayercito nomás, en la Venezuela saudí, paraíso petrolero, el censo
reconocía oficialmente un millón y medio de analfabetos, y había cinco
millones de venezolanos indocumentados y sin derechos cívicos.
Esos y otros muchos invisibles no están dispuestos a regresar a Nadalandia,
que es el país donde habitan los nadies. Ellos han conquistado su país, que
tan ajeno era: este referéndum ha probado, una vez más, que allí se quedan.

 

HUGO CHAVEZ
Gli occhi miopi della sinistra europea
America latina Dove non serve la logica di Tony Blair in visita da Berlusconi

di GIANNI MINA'


Adesso, dopo che per l'ottava volta in sei anni Hugo Chavez ha superato una consultazione popolare sulla sua legittimità a governare il Venezuela, appare obiettivamente imbarazzante la posizione degli Stati uniti e di chi, dentro la Repubblica bolivariana, ha appoggiato fin dall'inizio lo scorretto progetto del governo di Washington di delegittimare (per strategie legate al controllo del petrolio) il presidente indio e se possibile di farlo fuori. Ma appare anche penosamente miope la lettura che alcuni settori della sinistra europea (dall'Internazionale socialista, a sindacati italiani come Uil e Cisl, a organi di stampa prestigiosi come El pais e Repubblica ) hanno fatto non tanto della realtà del Venezuela attuale, ma di tutto il processo di riscatto e di mutazione politica in atto in America latina. Sono settori che non si sono sentiti imbarazzati dal condividere le gesta di una oligarchia venezuelana abituata, prima dell'avvento di Chavez, a gestire privatamente il petrolio di stato in combutta col Ctv, il più corrotto sindacato del continente. E non hanno sorprendentemente avuto dubbi sui metodi e sulla credibilità di questa opposizione a Chavez nemmeno dopo un tentativo di colpo di stato, fosco e patetico allo stesso tempo, fallito nell'aprile 2002 e dopo uno sciopero generale, pilotato e pagato per oltre tre mesi (sul finire dello stesso anno) dalle lobby economiche che lo avevano ideato e, in molti casi, imposto ai lavoratori nella speranza di mettere in ginocchio il governo del colonnello.

L'uomo forte di questo progetto di destabilizzazione, che ricorda molto quello messo in marcia nel `73 in Cile contro il governo di Salvador Allende, è infatti il socialista Carlos Andres Perez, vecchio sodale di Craxi che, per decenni, si è diviso il potere con il democristiano Calderas nel più smodato accaparramento della ricchezza del paese. Oggi Carlos Andres Perez, destituito nel `93 dal Congresso del suo paese, vive a Miami ma continua a fare il bello e il cattivo tempo e viene indicato come il quinto uomo più ricco del continente. Questo curriculum, però, non ha impedito, alla fine del 2003, all'Internazionale socialista (su proposta dei nostri Ds) di esprimere un documento di appoggio al partito del quale Perez è ancora leader indiscusso e al sindacato Ctv, quello di Carlos Ortega implicato, solo pochi mesi prima, nel fallito golpe.

La domanda è: in base a quale etica vengono scelti questi comportamenti, e qual è la lettura politica che li informa? Chavez ha trionfato nell'ennesima consultazione sul suo operato perché hanno votato per lui quelli che la borghesia bianca, la lobby economica, le televisioni e le radio, quasi tutte in mano alla «opposizione democratica», chiamano gli animali, cioè il popolo dei «ranchitos» delle sterminate favelas di Caracas o degli slums di Maracaibo, un popolo grato evidentemente per quell'assistenza sociale che incomincia a lenire la sua quotidianità fatta di fango e di esistenza precaria. Questa umanità (15 milioni di poveri su 23 milioni di abitanti) è il debito sociale lasciato in eredità dai governi di Carlos Andres Perez e Calderas a Hugo Chavez che, pur in mezzo a tante contraddizioni, sta tentando di restituire a questa gente il diritto ad essere persone. Ma questa constatazione, invece di far riflettere su come interpretare l'America latina oggi e come capire il vento di riscatto che soffia non solo in Brasile e in Argentina ma anche in Uruguay, in Bolivia, in Ecuador, cioè in un continente esausto per le politiche economiche neoliberali, infastidisce invece i partiti che un tempo in Europa coltivavano idee di sinistra e perfino alcuni inviati di giornali progressisti.

Non è vero che Chavez «presidente demagogo strega la sinistra italiana» ed europea. E' vero il contrario. E' possibile che, secondo l'estetica dei socialdemocratici europei, l'indio Hugo Chavez non abbia la storia o la faccia adatta per governare il Venezuela. Ma per sette volte la maggior parte dei cittadini del suo paese lo ha scelto e questa volta ha votato il 73% della popolazione, non il 50% come negli Stati uniti per le elezioni di Bush junior. O le regole della democrazia valgono solo quando combaciano con i nostri credo o i nostri interessi?

L'America latina attuale non può essere giudicata con la logica di Tony Blair laburista in pellegrinaggio da Berlusconi. La sua terza via è grottesca se proposta all'America latina. I bisogni insoddisfatti e i diritti violati della maggior parte dell'umanità del continente di Bolivar superano infatti ancora in modo indecente le esigenze alle quali si è data soluzione. E' immorale quindi che chi ha preso le distanze da Chavez, appoggiando i suoi oppositori, non abbia sentito in seguito il dovere di farlo anche quando un altro presidente, Sanchez de Losada, in Bolivia, nell'ottobre scorso, ha fatto sparare sugli indigeni scesi da Cochabamba per fermare la scellerata svendita del gas naturale del paese ad una multinazionale nordamericana. Quasi 150 morti e 500 feriti il bilancio, che ha avuto per coda un referendum ambiguo voluto dal vice presidente Meza, succeduto a Sanchez de Losada (scappato a Miami) che di fatto ha assicurato il diritto alle compagnie straniere di continuare a saccheggiare le ricchezze della Bolivia.

E non è meno immorale che, nel silenzio generale, il presidente della Colombia, Alvaro Uribe, uomo del governo di Washington, ricevuto pochi mesi fa con tutti gli onori a Bruxelles dai vertici dell'Internazionale socialista, abbia a sua volta incontrato proprio in questi giorni i feroci paramilitari di Salvatore Mancuso (autori di mille assassini solo negli ultimi mesi), mentre il leader precedente di questi aguzzini, Carlos Castaño, in ringraziamento del lavoro sporco di appoggio al governo fatto in questi anni, trovava asilo in Israele. E l'uomo da discutere secondo l'opinione di alcuni nostri progressisti sarebbe Hugo Chavez. Qual è la logica e la morale di queste scelte?

 

 

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