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Declino del petro-dollaro?
Dal Venezuela le analisi di Tito
Pulsinelli
27/10/2004
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:: VENEZUELA ::
Il petrolio non affonda Chávez
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:: Panorama internazionale ::
Fate quel che dico, non quel che
faccio!
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:: VENEZUELA ::
"Maledetta democrazia!"
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:: Panorama continentale ::
Consolidamento del polo
sudamericano
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::Panorama continentale ::
“POPULISMO”: etichetta
ingannevole
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Il prezzo del barile di petrolio
si avvia a superare i 65 dollari entro fine dicembre, quando i rigori invernali
fanno impennare i consumi. In agosto costava 39, mentre scrivo è a 53 dollari.
Al di là dei fattori congiunturali come gli uragani che bloccano l’estrazione
nel golfo del Messico, lo sciopero dei lavoratori del settore petrolifero
nigeriano, la grave insolvenza fiscale della russa Yukos che la espone ad una
ri-nazionalizzazione, la tendenza al rialzo sostenuto dell’idrocarburo è il
risultato di una scelta deliberata.
I cronisti al servizio della
speculazione non si stancano di esercitare la fantasia alla ricerca di ragioni
che giustifichino l’estrema volatilità: la meteorologia, l’opulenza e/o la
anoressia della riserva strategica USA, una inesistente scarsità delle riserve
mondiali o il suo contrario, poi indugiano in acrobazie statistiche sulle
riserve comprovate, potenziali, ipotetiche ecc.
Hanno persino gridato allo
scandalo perchè il Venezuela ha aumentato le tasse sui giacimenti nella foce
dell’Orinoco da uno scandaloso 1% al 16%.
La questione è semplice: la
capacità produttiva è al suo massimo storico, per incrementarla rapidamente
occorrono investimenti tecnologici considerevoli. Tanto per farsi un’idea, il
Venezuela per poter accrescere l’estrazione da 3 a 5 milioni di barili al
giorno, investirà 5 miliardi di dollari nei prossimi tre anni.
E’ aumentato il consumo mondiale
e manca all’appello il petrolio iracheno a causa dei sabotaggi, della guerra
civile e di impianti resi vetusti dallo scellerato embargo.
Il banchiere M. Simmons,
specialista in investimenti nel ramo dei combustibili, nonché intimo di Bush e
Cheney, prevede ed auspica un barile a 182 dollari. Più moderato Bin Laden che,
in un manuale clandestino a lui attribuito che circola a Beirut, profetizza 144
dollari.
Nel mezzo c’è il Presidente
venezuelano Chavez: “..un prezzo superiore ai 40 dollari non è imputabile
all’OPEC ma all’invasione illegale dell’Iraq. Auspichiamo una fascia di
oscillazione tra i 30 e i 40 dollari, la stabilità dei prezzi conviene a noi e
ai consumatori”.
La sceneggiatura hollywoodiana
della “guerra al terrorismo” nasconde malamente la realtà di una guerra
energetica, con un fronte geopolitico ed uno finanziario.
Il rincaro smisurato del petrolio,
alla lunga, assesterà colpi brutali alla Cina, Giappone, India , Corea del sud
e -in minor misura- all’Unione Europea. In ogni caso, tutti questi paesi ne
risentiranno in misura assai maggiore degli Stati Uniti, non foss’altro perchè
diventeranno vantaggiosi i costi di estrazione dai giacimenti domestici.
Il petrolio raggiunse la sua
massima valutazione quando il colonnello Muammar Ghedafi disse: “Il popolo
libico ha vissuto per millenni senza petrolio, possiamo benissimo continuare a
sopravvivere senza di esso”. I 50 dollari odierni, non equivalgono al valore
reale raggiunto in quella circostanza, corrispondente a 78 degli attuali
dollari.
Il biglietto verde si è svalutato
sensibilmente come conseguenza del debito “visibile” degli Stati Uniti, che
rappresenta attualmente il 300% delle sue esportazioni (1).
La quotazione del petrolio in
dollari è una realtà penalizzante per i paesi produttori e per l’OPEC,
soprattutto dal 1983, con la creazione del “mercato a futuro”, i titoli
Nymex di New York e l’Ipe di Londra. Da quel momento in poi, l’OPEC cessa di
determinare unilateralmente il prezzo: declina il suo potere geopolitico a tutto
vantaggio del “petrolio finanziario”.
La parte meno redditizia del
business petrolifero è diventata quella direttamente produttiva, più lucrativa
solo della raffinazione (l’ultima raffineria aperta negli USA risale a 25 anni
fa). La parte del leone, quindi, la fanno i “future”, ossia quei 128 milioni
di barili di “carta” che incombono sul portafoglio dei consumatori, e devono
sempre generare profitti, sia giocando al rialzo o al ribasso.
Tra i produttori di petrolio e il
cliente della stazione di benzina c’è l’attività parassitaria e
speculativa del Nymex e dell’Ipe (vale a dire BP, e le banche Morgan Stanley e
Goldman Sachs), e i loro “hedge funds” (fondi di copertura dei rischi).
Tra il costo del barile
all’origine e il prezzo pagato dal consumatore europeo, si frappone la mazzata
del 75% di tasse applicate mediamente –e indistintamente- dai governi. Solo 30
centesimi di ogni litro venduto vanno ai produttori.
Il mondo del petrolio non è
impermeabile al dogma neoliberista che impone un sistema dove accumulano di più
quelli che stanno più lontani dalla produzione. Il duopolio Nymex-Ipe sigilla
il potere del capitale finanziario anglo-USA in questo settore strategico
–dove contano con le 4 multinazionali maggiori- e mette in luce la
vulnerabilità crescente delle economie dei blocchi concorrenti.
Il governo iraniano è deciso ad
opporsi a questo duopolio finanziario e sta facendo seri sforzi per collocare
sul mercato autonomamente il suo petrolio. Terry Macalister, nel “The Guardian”
del 16 giugno scorso, dice che “i principali paesi produttori sono determinati
ad ottenere un maggior controllo del commercio dopo essere stati consigliati che
i mercati esistenti -come il Nymex e l’Ipe- non funzionano a loro
vantaggio”.
Mohammad Javad Asempour,
consiliere personale del ministro iraniano dell’energia, ha dichiarato che la
nuova borsa petrolifera dovrebbe cominciare a funzionare all’inizio del
prossimo anno. Un consorzio denominato Wimpole, che riunisce imprese iraniane e
straniere –tra cui un ex direttore del Nymex e PA Consulting- si è
aggiudicato il contratto.
Tra parentesi, si noti come negli
ultimi mesi si siano intensificate le “preoccupazioni” per il pericolo
nucleare iraniano e gli attacchi contro Teheran sono più feroci. I più
preoccupati, naturalmente, sono quelli che già posseggono armi nucleari.
Nessuno ha dimenticato che il
certificato di morte del regime di Saddam Hussein si firmò il giorno in cui
fissò il prezzo del petrolio iracheno in euro.
Non sappiamo quante possibilità
abbia l’Iran per aprire una propria borsa petrolifera, caratterizzata da una
cesta mista formata da greggio, gas naturale e prodotti petrolchimici.
Non vi è dubbio che questa è la
strada per affrancarsi dagli indicatori “Brent”, e poter vendere le risorse
naturali non rinnovabili, senza che sia favorevole solo alla voracità
neoliberista, e a tutto svantaggio dei consumatori e dei produttori.
Le esportazioni dell’Iran e
dell’Arabia saudita –per esempio- sono vincolate alla miscela Brent del Mare
del Nord. Perché ? Questi paesi del Golfo Persico non dispongono degli “hedge
funds”, cioè della partecipazione delle banche di investimento.
La rottura del duopolio Nymex-Ipe
diventa possibile se al battistrada iraniano (esporta 3 milioni di barili,
seconda potenza mondiale gasifera) si uniscono Cina, India e Giappone,
principali economie vulnerabili al caro-petrolio.
La chiave di volta risiede nel
nuovo corso che decideranno i paesi produttori dell’OPEC nel prossimo anno, e
le misure che adotteranno per delimitare lo strapotere del settore finanziario
sul petrolio. L’economista del Pentagono Robert Looney segnala che
“all’OPEC manca il controllo diretto della quotazione sui principali mercati
del greggio”.
Visto i precedenti, appare
evidente che non è in grado di adottare unilateralmente il “petroeuro”,
pertanto la strada che rimane aperta è quella di unirsi all’iniziativa
iraniana, e creare un altro titolo che includa una gamma più vasta di prodotti,
soprattutto offrendo un pacchetto di gas naturale al petrolio.
Gli Stati Uniti consumano 20
milioni di barili al giorno, ne importa più della metà: sono i maggiori
consumatori ed inquinatori del pianeta. Finora hanno pagato la fattura
petrolifera grazie al privilegio imperiale del ”petrodollaro”: gli altri
mettono la materia prima, loro mettono una svalutata cartamoneta.
Rubano, letteralmente, l’80% dei
risparmi dell’umanità e con questi finanziano i loro colossali deficit, la
corsa armamentista e uno scriteriato consumismo (3), grazie all’abolizione
nixoniana dell’equivalenza monetaria con l’oro del 1971.
La collisione contro il duopolio
Nymex-Ipe è un ulteriore episodio della lotta contro un sistema finanziario
internazionale ormai sessantenne che, all’iniquità, ha aggiunto una manifesta
instabilità.
Nell’imminenza del 2005, quando
il prezzo del petrolio potrebbe cristallizzarsi in un numero composto da tre
cifre, sarà a tutti evidente la crisi del dollaro-centrismo. Uscirà dai
conciliabili segreti dei potenti, come Davos e i vertici G7, ed irromperà nel
dibattito pubblico .
Quando il dollaro era espressione
di un’altra economia, non comparabile con quella odierna fondata organicamente
sul debito, quando producevano il 55% delle merci circolanti nel mondo, il
barile di petrolio era quotato al di sotto dei 10 dollari.
Oggi, le banche centrali asiatiche
controllano l’80% dei dollari in circolazione, e finanziano il 65% del
bilancio statunitense (4).
Quanto costerebbe il petrolio se
fosse quotato in euro, o in oro? Quanto se fosse scambiato con altri beni?
Quanto costerebbe se le eccedenze monetarie europee non fossero sacrificate
sull’altare del petro-dollaro?
La volatilità estrema del valore
del barile indica che il manovratore sta perdendo il controllo del treno: si
riuscirà a fermarlo prima della collisione con una “bolla energetica”? Il
capotreno della Riserva Federale -veterano delle “bolle”- manovra
deliberatamente in quella direzione?
L’estremismo unipolare di Bush
si compiace con il cinismo del “Muoia Sansone con tutti i Filistei”,
ritenendo di paralizzare il mercato-mondo in una tetra paranoia. Però, in
spiccioli, significa “soli contro tutti”.
Tutti gli altri sono nemici, sia a
pure a diverso titolo. Nemici, concorrenti strategici, vassalli, in ogni caso
mai pari: si può discutere su tutto, meno sul livello di vita del centro
imperiale.
Ne deriva che i “tutti” hanno
a disposizione una gamma di variabili, di mobilità e di mosse maggiori. Risulta
stimolato l’avvicinamento, cooperazioni e collaborazioni finora impensabili
contro l’avversario unipolare.
Il blocco europeo, senza la
destra, può avvicinarsi agli arabi e alla Russia, guadagnando un mercato e la
sicurezza energetica.Comincerebbe a prender forma quell’Eurasia tanto
detestata e temuta dal Pentagono. Si tratta di decidere se aspira ad essere
qualcosa di più di una variante subordinata che gioca a modellarsi come il
concorrente maggiore.
L’Europa dall’Atlantico agli
Urali era la visione geopolitica di De Gaulle, l’unica capace di collegare per
via terrestre l’Europa alla Cina e prescindere –in questo modo- dagli
anglosassoni e derivati, e dal loro dominio marittimo di ieri, aereo di oggi.
Messi alle strette, gli asiatici
potrebbero stancarsi di collezionare dollari inflazionati e garantirsi
direttamente linee di rifornimento energetico, senza passare dalla Borsa di New
York e Londra. Potrebbero esserci dei movimenti a fisarmonica sia con la Russia
che con il mondo petro-arabo, dove sarà la Cina ad effettuare le mosse
decisive, con conseguenze telluriche sull’attuale assetto unipolare.
Nell’area sudamericana,
l’iniziativa venezuelana di promuovere Petrosur significa riunire in un
consorzio pubblico il 15% delle riserve mondiali comprovate. Inoltre, già ora,
è il polmone energetico del Mercosur, blocco regionale antitetico all’ALCA,
freno alla sua espansione.
La questione petrolifera è
intimamente collegata alla salute del dollaro e dell’economia di cui è
espressione. La ricetta dei falchi neoliberisti per preservare ed espandere la
loro egemonia è semplice e brutale: con la superiorità bellica garantirsi
l’accaparramento delle risorse energetiche. E mettere in riga la concorrenza,
senza sfumature.
Ciò implica una dipendenza
vigorosa dai flussi monetari esterni, come un malato che dipende da
ininterrompibili trasfusioni, e preservare ad oltranza il dollaro come sostituto
dell’oro.
La volatilità e il disordine
crescente del mercato energetico dipende dal fatto che venga quotato con una
denominazione stabile, in cui tutti abbiano fiducia, che permetta un maggiore
equilibrio, dove consumatori e produttori cessino di essere la portata preferita
del banchetto neoliberista e della sua spericolata “ingegneria” finanziaria.
L’oggetto del contendere si
situa sul versante finanziario della “guerra al terrorismo”, dove si cerca
di rompere l’asimmetria borsistica con l’apparizione di un terzo
protagonista.
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Note.
(1) Nouriel Roubini, Universtà di
New York; Brad Setser, Università di Oxford.
(2) R. Looney, “De los
petrodolares a los petroeuros: Se acercan los dias finales del dólar en el
Sistema de Reservas de Divisas Internacional?”, 3/11/2003, pubblicato dal
Centro Conflitti Contemporanei.
(3)Stephen
Roach, “Curso de
colisiòn”, Morgan Stanley, Foro Economico Global, 27/9/2003
(4) Alfredo Jalife-Rahme, “El
barril de petroleo podrìa aumentare a 100 dollares en 2005”, La Jornada,
4/10/ 2004 .
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Tito
Pulsinelli,
:: VENEZUELA ::
"Maledetta democrazia!"
Caracas, 10/06/2004 -
La satanizzazione mediatica del
governo venezuelano e del suo Presidente salta a pié pari un semplice dato:
sette elezioni negli ultimi cinque anni, compreso un referendum in cui é stata
approvata la nuova Costituzione bolivariana.
Stiamo parlando del paese
sudamericano in cui si é votato piú spesso, il cui Presidente ha uno zoccolo
duro di accettazione che –nei peggiori momenti- non é inferiore al 35%.
Tuttavia ció non impedisce ai detrattori di lanciare accuse di fascismo e/o
comunismo, castrismo, dittatura tropicale, democrazia sí ma con vocazione
autoritaria, populismo ecc. E’ comune che dagli schermi televisivi, in tutti i
telegiornali si denunci la mancanza di libertá di espressione ed una imminente
deriva dittatoriale. Incuranti del ridicolo, continuarono imperterriti ad
autosmentirsi quotidianamente in diretta.
Al di là dello spettacolo della
politica prefabbricato dall’industria della comunicazione di massa
–contrastata da una sola rete statale ed un quotidiano a diffusione nazionale-
soffermiamo l’attenzione su di alcuni dati che aiutano ad orientarsi.
Il governo venezuelano non ha
espropriato nessuna industria nazionale o straniera, ma si oppone alla
privatizzazione del settore petrolifero, previdenza sociale, sanità ed
istruzione.
Finora é stato in grado di pagare
puntualmente il suo debito estero ed autofinanziarsi senza passare sotto le
forche caudine dell’FMI, preservando in questo modo piena autonomia nella
politica economica, monetaria e fiscale.
Sono aumentate le riserve
monetarie, raggiungendo un record storico ed una condizione invidiabile: il
debito estero é inferiore alle riserve. Ciò spiega, in parte, l’accresciuto
protagonismo regionale del Venezuela che, da solitaria voce dissonante di
qualche anno fa, si é convertito in propulsore dell’integrazione regionale
attorno ad un asse Brasilia-Buenos Aires-Caracas, preludio della confluenza tra
MERCOSUR e CAN. Questa è la barriera contro il progetto di annessione delle
economie del continente all’ALCA.
All’arrivo di Chavez al governo
–nel 1999- il prezzo del barile di petrolio era sprofondato a 8 dollari. Il
presidente venezuelano rilanciò la politica di regolazione dei volumi di
greggio da immettere sul mercato, riuscendo a far resuscitare l’OPEC e
silenziare la litigiosità dei paesi produttori arabi. Venne fissata una fascia
di oscillazione dei prezzi da un minimo di 22 ad un massimo di 28 dollari,
tuttora vigente.
Questa politica ha garantito
all’erario pubblico straordinari flussi monetari. Quel che é una virtú
all’interno, é un peccato mortale agli occhi degli Stati Uniti e del settore
che è stato estromesso dal potere politico. Il connubio tra questi due fattori
si basa su antichi interessi comuni che risalgono all’epoca del crollo del
colonialismo spagnolo.
Il vecchio gruppo che aveva nelle
proprie mani l’industria statale del petrolio, dirigendola come fosse una
proprietá privata del loro clan, era –ed é- partigiano di una estrazione
illimitata, e di non regolare l’offerta. Ma i numeri danno loro torto: il
barile é passato da 8 dollari (cosa eccellente per gli USA e i tecnocrati) agli
attuali 38! Conviene sorvolare sul fatto che concessero addirittura uno sconto
di 2 dollari per barile agli USA con un contratto della durata ventennale: un
paese non-industrializzato finanzia la prima economia del mondo!
La battaglia per il controllo del
petrolio é di grande rilevanza strategica, visto che sta al primo posto nella
determinazione del prodotto interno lordo. Chi controlla il petrolio ha in mano
i cordoni della borsa e controlla l’intero paese. E’ comprensibile, quindi,
come il controllo di questo autentico Stato nello Stato abbia trasceso i confini
della lotta politica e sia diventato uno scontro sociale frontale.
Scontro tra un modello di paese
mono-esportatore, dipendente non solo nei manufatti industriali e tecnologici
(ma persino nell’80% del consumo alimentare) e un progetto di sviluppo di una
economia rivolta a soddisfare direttamente le necessità interne.
Il modello neocoloniale
–battezzato sdegnosamente “stazione di benzina a sud di Miami-
ha riprodotto costantemente la
dipendenza totale: i petro-dollari in entrata uscivano rapidamente per importare
persino zucchero, fagioli, mais e fagioli. Tutto ció in un paese dalle grande
distese verdi, incolte e ricche di risorse ídriche. La dipendenza è un modello
economico pianificato dall’esterno che, in questo caso, tralascia
deliberatamente di utilizzare un suolo fertile e generoso.
La rendita petrolifera era
appannaggio di una minoranza sociale ostile a gettare le basi di una
industrializzazione primaria, rivolta al mercato interno e all’esportazione a
quello andino-caraibico. Questa borghesia “compradora” ha sempre preferito
riempire i containers a Miami e dedicarsi ai commerci, altamente lucrativi vista
l’inesistenza dei controlli doganali e fiscali.
L’irruzione bolivariana e di
Chavez sulla scena, segnano la fine del bipartitismo del franchising locale
dell’internazionale socialista e democristiana, e con esso declina un modello
che dalla dipendenza era degenerato in una dilagante corruzione, scandalosamente
scialacquatore, popolarmente battezzato come “Venezuela saudita”. Questo
ciclo rimase ferito a morte nel febbraio del 1989, quando in tutti i centri
urbani si estesero a macchia d’olio i saccheggi sistematici, in risposta ad un
“pacchetto di aggiustamenti” decretato dall’FMI. Il “Caracazo”
(chiamata così la rivolta di Caracas – ndr.) costó qualche migliaio di
morti.
Il re era nudo, si inabissó la
“Venezuela saudita”: non era piú possibile continuare con quel tipo di
modello economico e politico che –per sussistere- era condannato ad
indebitarsi sempre piú ed escludere radicalmente settori sempre più ampi della
società.
Il “Caracazo” è stata la
prima insurrezione di massa contro l’FMI e rappresentò una diga contro cui si
infranse posteriormente l’onda espansiva del neoliberismo. Il definitivo crack
bancario in cui lo Stato dovette sacrificare preziose risorse economiche per
coprire le malefatte del settore finanziario, fu il colpo di grazia ad una
classe politica e ad un blocco dominante che –con una rigida ed autoritaria
esclusione della sinistra e delle maggioranze sociali- avevano retto i destini
del Venezuela per 40 anni.
Il governo bolivariano di Hugo
Chavez si affrettò ad approvare una riforma agraria che penalizzava le terre
oziose, lasciate all’abbandono e non coltivate. Due milioni di ettari sono
stati assegnati a cooperative e piccoli produttori, rispondendo al clamore
generale di giustizia che non tollerava l’improduttività del ricco suolo. La
sovranità alimentare, ossia l’abbattimento progressivo delle importazioni
agro-alimentari é un obiettivo strategico sostenuto con stanziamenti finanziari
per le cooperative e i piccoli produttori.
Sono state proibite le
coltivazioni transgeniche e si punta ad una autosufficienza caratterizzata da
sementi 100% naturali. In questo processo, un centinaio di dirigenti contadini
sono stati assassinati dai paramilitares colombiani assoldati dai proprietari
terrieri nelle sterminate regioni agricole lungo la frontiera.
La nuova legge sugli idrocarburi
riafferma la proprietá statale del petrolio, elevandola al rango
costituzionale: per privatizzare bisogna cambiare la Costituzione. Lo
sfruttamento delle incalcolabili risorse energetiche situate alla foce dell’Orinoco
é stato aperto alle compagnie private straniere. Non solo alle compagnie USA,
come avveniva nel passato, ma anche a quelle russe, norvegesi ecc, iniziando una
salutare diversificazione dei partners e dei mercati. La legge ha quintuplicato
la percentuale che le multinazionali devono versare allo Stato.
Il bilancio per l’istruzione e
la sanità é il più elevato del continente. E’ stata creata dal nulla una
rete di assistenza medica preventiva nei settori urbani poveri e in quelli
rurali, in virtù di un convengo di interscambio con Cuba.
Per quella parte preponderante
della popolazione esclusa dal sistema sanitario, é la prima volta che
dispongono di un medico in ogni quartiere. Il riflesso positivo si concretizza
nella diminuzione del 30% nell’afflusso nelle strutture ospedaliere.
In questo momento, il 30% della
popolazione é impegnata negli studi, sia nel ciclo della scolarizzazione
normale, come nelle campagne di alfabetizzazione e per completare il ciclo
pre-universitario. Molti dei partecipanti ricevono una borsa di studio
equivalente ad un salario minimo. Si tratta di uno sforzo di grande valore
sociale, e comporta una sfida organizzativa condotta al di fuori delle
inefficienti istituzioni scolastiche tradizionali.
Per garantire il diritto allo
studio a tanta gente, é stato indispensabile creare una rete ex novo. Si
doveva, infatti, neutralizzare le vecchie mafie sindacali che –grazie ad un
privilegio corporativo che garantisce il salario anche quando scioperano- hanno
costantemente sabotato il sistema educativo pubblico. Non garantiscono nemmeno
200 giorni di studio all’anno.
La politica salariale del governo
si é sinora contraddistinta, principalmente, con la reintegrazione
dell’inflazione nel salario minimo.
Questi sono i lineamenti concreti
di questa terribile “dittatura comunista”, colpevole di perseguire un
progetto di sviluppo nazionale non ortosso, non proiettato verso l’esterno, ma
orientato a soddisfare prioritariamente il mercato interno. L’eterodossia
bolivariana ostacola i monopoli nazionali e stranieri, incoraggia ed appoggia la
piccola industria, le coperative, e privilegia gli investimenti produttivi di
lungo periodo, al posto di quelli volatili nella girándole delle borse.
Il cocetto di “riformismo” é
estraneo al lessico e all’orizzonte concettuale dei vecchi e anchilosati
gruppi oligarchici, mentalmente colonizzati, accaniti seguaci del “tutto e
subito”. Non hanno mai accettato il “nuevo corso”, sottovalutando sistemáticamente
la forza del nuovo blocco sociale che si é formato, e si sono illusi di
recuperare il potere politico con la sovversione, il golpismo e il vassallaggio.
In un primo momento riscorsero
alla soluzione tradizionale del classico colpo di Stato. Sbagliarono i conti: 50
generali fascistoidi non poterono coinvolgere l’istituzione militare
nell’avventura antidemocratica. L’unitá civico-militare non é un semplice
slogan, ma un principio che plasma e rende peculiare il nuevo assetto di potere
venezuelano. L’oligarchia perse così tutti i dirigenti ad essa adepti nelle
fila delle forze armate.
Nove mesi dopo, per arrivare alla
restaurazione imboccarono la strada della guerra economica, del sabotaggio, con
l’ammutinamento dei tecnocrati del petrolio, serrata padronale e taglio delle
linee dei rifornimenti alimentari alle città. L’ammontare dei danni che
causarono furono come quelli di una guerra: 10 miliardi di dollari, con una
caduta del 28% del prodotto lordo. La popolazione non reagì come avevano
sognato le elites : non vi furono né violenza, né saccheggi, non venne nemmeno
proclamato lo stato di emergenza. La gente si autorganizzò per strappare alle
forze della restaurazione ogni spazio sociale, agendo dal basso, ed imponendo il
ritorno alla legalità in ogni scuola, fabbrica, centro di distribuzione,
ufficio pubblico ecc.
Il prezzo che dovette pagare la
destra fu la perdita del controllo del gioiello della corona: espulsione
dall’industria petrolifera e sgretolamento del monopolio dei grossisti del
settore alimentario. Molti protagonisti della serrata non ressero due mesi di
inattività e fu bancarotta per i piccoli industriali.
Il colpo più duro, però, arrivò
con il decreto di blocco cambiario e il controllo delle importazioni. L’arma
della fuga di capitali venne cosí vanificata. Nel trimestre precedente alla
serrata, infatti, avevano concimato il terreno della destabilizzazione
trafugando ben 4 miliardi di dollari.
Il potere economico e mediatico,
gran parte del ceto medio, con il sostegno della metropoli imperiale, fanno
quadrato, resistono con ogni mezzo –soprattutto illegale- e persistono nello
scontro frontale con la nuova istituzionalità con l’obiettivo di creare
artificialmente l’ingovernabilità.
Gli spazi di manovra del governo
bolivariano che gli hanno permesso di sfuggire parzialmente a questa morsa
mortale, sono garantiti dall’appoggio di una straordinaria rete sociale di
movimenti e dalla lealtà dell’esercito alla Costituzione..
Senza di questo, e senza
l’invidiabile rendita petrolifera, il conflitto tra le elites e le maggioranze
sociali si sarebbe giá concluso a favore delle prime.
Questi sono anche i ristretti
margini dentro cui possono muoversi le forze del cambiamento nei paesi
latinoamericani, quando arrivano al potere politico attraverso le regole della
democrazia rappresentativa. La lezione che viene dal Venezuela indica gli
ostacoli e le strettoie che si presentano per la conformazione di una nuova
egemonia sociale: il potere economico non esita a far ricorso all’illegalità
e alla violenza. E conta con l’avallo, copertura e finanziamento degli Stati
Uniti e il succube silenzio degli europei.
E’ una lezione che insegna
molto, ma non tutto, dato le molteplici differenze di varia natura che esistono
nelle varie geografie sociali e nazionali, tantomeno può essere elevato a
modello. Tra l’altro perché la partita in Venezuela é ancora aperta.
“POPULISMO”:
etichetta ingannevole
di Tito Pulsinelli
SOMMARIO:
• Il "populismo" utile
• Il "populismo"
ritrovato
• Il "populismo"
funzionale
• Il "populismo"
strategico
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20/09/2004
“...Una minaccia emergente
meglio caratterizzata come populismo radicale, in cui è minacciato il processo
democratico, quando si riducono –invece di aumentarli- i diritti
individuali” (generale James Hill - Comandante US Southern Command).
L’anatema del “populismo
radicale” lanciato dal Pentagono contro la fronda sudamericana, contiene
significati negativi che evocano fenomenologie politiche del passato, senza
offrire nessun riferimento fondato a quel che ora sta avvenendo. Nulla di
concreto che aiuti ad inquadrare correttamente gli accadimenti inVenezuela,
Brasile ed Argentina degli ultimi tre anni.
Mettiamo da parte, quindi, queste
stigmatizzazioni indispensabili alle campagne di propaganda con alto contenuto
di manicheismo, direttamente ispirate dai manuali della guerra psicologica.
Che cosa hanno in comune Chavez,
Lula, Kirchner, Tabarè Vàzquez in Uruguay, i boliviani Evo Morales e Felipe
Quispe, la CONAIE dell’Ecuador, il sub-comandante Marcos e Lopez Obrador? E
che hanno a che vedere tutti costoro con il “populismo”?
Secondo Laclau il populismo è un
fenomeno ideologico che fa appello direttamente al popolo –e non a una classe
specifica- in un contesto di profonda crisi delle istituzioni e dei valori, di
scetticismo o rifiuto radicato dello status quo, partiti privi di credibilità o
in caduta libera. Acuta spoliticizzazione, soprattutto tra i giovani, gruppi
dirigenti delegittimati o apertamente ripudiati, difficoltà per identificare
chiare differenze apprezzabili tra opposizione e governo.
In questo contesto, sorsero
leaders di tipo carismatico che –muovendo l’anti-politica e
l’anti-partitismo- fecero uso del termine “popolo” in contrapposizione al
blocco egemonico detentore del potere che -in questa latitudine- sono le
oligarchie con cui Washington ha un “feeling” di tipo telepatico.
Non si tratta di vuote
esercitazioni di retorica demagogica –che non richiamerebbero l’attenzione
del Comando sud degli Stati Uniti- ma della “...interpellanza
popolar-democratica come formula sintetica antagonista rispetto all’ideologia
dominante” (Laclau).
Il “populismo”
latino-americano reale, concretamente furono quei movimenti popolari e
nazionalisti posteriori alla seconda guerra mondiale: Peròn in Argentina, l’MNR
in Bolivia, la Guatemala di Arbenz, forse il governo di Goulart in Brasile (1).
Nessuna di queste esperienze perì di morte naturale, ma grazie ad invasioni e a
colpi di Stato che si ripeterono e perdurarono fino agli anni 80.
Indistintamente, la comune ragione
ideologica del post-“populismo”era il libero mercato. Liquidarono le
proprietà statali nel settore dei minerali, energetici, agro-alimentari,
comunicazioni, così come ogni vestigio di previdenza sociale.
Dopo la lunga notte, il ritorno
alla “democrazia” fu la continuazione della stessa terapia senza dittatori,
e coincise con la culminazione dell’impatto distruttivo del neoliberismo:
narco-economia, 70% dei salariati lavorano in nero, precari, espulsione di massa
dalla scolarità, lavoro infantile, senza tetto, senza terra, profughi,
emigranti, ambulanti, raccogli-cartone e lattine ecc.
Sorprende che in un sondaggio
oltre il 65% dei latinoamericani dicano che non stravedono per la democrazia?
Il
“populismo” utile
Nello schema interpretativo di
Laclau rientrano anche gli episodi di Menem in Argentina e di Fujimori in Perù.
Nel primo caso, il caricaturale personaggio non ebbe nessuno scrupolo a mettere
da parte il Parlamento e trasferire il processo decisionale a una direzione
tecnocratica nell’ombra.
Menem governò e privatizzò a
colpi di decreti di urgenza, “..ben 309 volte in 4 anni; mise la museruola
alla giustizia, si scagliò contro giudici, pubblici ministeri ed altri
funzionari che non gli erano congeniali, e relegò il potere legislativo a un
livello secondario, utilizzò persino il potere di veto dei bilanci ..”(M.
Novaro).
A Washington nessuno si scandalizzò,
venne coniato l’eufemismo caritatevole di “democrazia delegata”,
giustificando in tal modo la sconfinata concentrazione di potere in una sola
persona, che asseriva di incarnare la sovranità. E’ ovvio che ai loro occhi
Menem, campione mondiale della privatizzazione integrale, suscitava grandi
entusiasmi. Il resto erano peccatucci veniali.
Sarà che esiste un
“populismo” buono, liberista e tecnocratico ed un altro che è negativo e
radicale?
Nel 1995, Fujimori si assicura la
Presidenza peruviana, impegnandosi a sconfiggere la guerriglia di “Sendero
luminoso” e risolvere la crisi economica che esplose a causa del blocco
finanziario, sanzionato dopo la moratoria del debito estero di Alan Garcia.
Fujimori governo’ con mano dura, contraddicendo le promesse elettorali,
ignorando le altre istituzioni a lui scomode (parlamento, magistratura, mezzi di
comunicazione), e violò i diritti umani con il pretesto di garantire la
“governabilità”. In questo modo riuscì ad offrire su di un vassoio
d’argento il Perù al FMI, che fu il vero governo di quel paese, mentre
Fujimori si dedicava alla repressione, ad arricchirsi e al nepotismo.
Anche questa fu tollerata come una
“democrazia delegata” ( o “protetta”), fino a quando l’incauto
governante ebbe l’ardire di trafficare una partita di armi per la guerriglia
colombiana. Gli costò il posto e l’esilio, liberando lo spazio per un ex
funzionario della Banca Mondiale.
A costui è servito ben poco il
dottorato a Stradford: privatizzazione dell’elettricità rinviata ad altra
data, a causa delle estese proteste popolari.
Forse esiste un “populismo” di
destra e uno di sinistra? Uno che è immorale perchè propizia l’intervento
dello Stato nell’economia per far fronte alla domanda sociale. E un
“populismo” etico, nobile, che applaude il protagonismo statale quando
lancia salvagente ai banchieri dopo le bancarotte, quando sovvenziona
l’industria privata o quella bellica.
Il
“populismo” ritrovato
La “minaccia emergente meglio
caratterizzata come populismo radicale” (generale Hill), evidentemente non è
imputabile a un manipolo di leader irresponsabili, ma è il risultato
dell’effetto cumulativo delle ferite inferte dal neoliberismo a quelle società
cui è stato imposto integralmente.
Nessuno ha dimenticato che
l’Argentina, fino agli anni 60 del secolo scorso, era la sesta economia del
mondo e per tutti era il “granaio del mondo”. Che strano, coincide con
l’epoca dorata del “populismo”. Ancora in piena dittatura militare
esportarono grano all’Unione Sovietica in cambio di oro.
L’Argentina del 2002, quando la
collera popolare scacciò in rapida successione vari Presidenti, è la stessa
alunna prediletta che il FMI indicava come modello da imitare su scala
continentale. La fantascienza della parità con il dollaro e una privatizzazione
che risparmiò solo la Patagonia, lasciò un paese in cui i bisogni sociali
primari (pane, mattoni, scuole) furono soddisfatti con l’azione diretta e
l’auto organizzazione dal basso, riportando alla superficie pratiche
mutualiste tipiche degli albori del movimento socialista.
Il disastro incombente diede luogo
all’occupazione di fabbriche e a forme di autogestione coperativa tuttora
vigenti, come pure ad estese reti del baratto e scambi regolati da monete
alternative. Si trovarono risposte pratiche alle necessità primarie quando lo
Stato e le industrie avevano collassato.
In un contesto simile, dove non
esiste la piena occupazione, la disoccupazione è dilagante, è evidente che il
territorio passa ad essere il terreno di lotta principale. Questa è
l’esperienza dei “piqueteros” (da “picchetti”): con i blocchi stradali
riescono ad essere incisivi quanto o più degli impossibili scioperi.
Il teatro di operazione della
popolazione rurale brasiliana del Movimento dei Senza Terra è il territorio, e
la lotta verte sull’uso produttivo da assegnare al suolo: latifondi per le
monocolture transgeniche delle multinazionali o piccola e media proprietà
coperativa destinata alla produzione per il mercato interno. Dipendenza o
sovranità alimentare, continuare –o annullare- le importazioni dalla
sovvenzionata tecno-agricoltura del nord.
Per soddisfare bisogni sociali che
sono maggioritari, l’interlocutore fondamentale diventa lo Stato, e lo
strumento organizzativo sono movimenti specifici e reti orizzontali che stanno
rimpiazzando definitivamente gli screditati partiti fondati sulla delega e la
rappresentatività totale.
Non si sottovaluta la questione
del potere politico e legislativo, ma optano per organizzazioni comunitarie,
territoriali, specifiche, non totali.
In Ecuador, le organizzazioni
indigeno-contadine e gli alleati dei movimenti popolari urbani, si sono ritirati
dalla coalizione governativa, dopo aver visto che era semplice prosecuzione
della politica fondomonetarista dei governi anteriori.
In Brasile, nonostante la lentezza
quasi statica del governo nel metter mano ad una politica nuova, i senza-terra
hanno aumentato la pressione della base. La riforma agraria non è
all’orizzonte, ma il MST preme per ottenere una quantità crescente di
assegnazioni e legalizzazioni di terre. Per ora non vanno oltre, nè rompono con
Lula, perché sono consapevoli della differenza che esiste tra essere governo
(peraltro senza maggioranza parlamentare) e detenere il potere economico. Lula
ha le mani legate dagli impegni firmati dal suo predecessore con l’FMI, una
settimana prima del suo addio: una bazzecola di 30 miliardi di dollari.
Non si tratta di un patto tattico
ma confluenza attorno a pochi obiettivi strategici, che determina un peculiare
intreccio tra i movimenti sociali e i governi del “populismo radicale”.
Soprattutto quando c’è da ridurre lo spazio di intromisione alla pirateria
dell’autorità economica internazionale (FMI e OMC).
Ciò è stato lampante a Cancun,
dove dal seno dell’ OMC è scaturito uno schieramento significativo di paesi
(G22) che ha bloccato tutto, sine die, fino a quando l’Unione Europea e Stati
Uniti smetteranno di sovvenzionare le loro industrie agricole.
Secondo alcuni, si tratta di
ottenere quanti più cambiamenti radicali possibili con il minimo dei costi, cioè
evitando la violenza fascista della restaurazione, ma senza indietreggiare.
La globalizzazione ha
delegittimato i partiti –(il PT di Lula in che misura riesce a rappresentare
anche il 60% di manodopera informale?)- ha spazzato via molte forme che assumeva
l’antagonismo sociale (le guerriglie, salvo nel non-Stato colombiano), ma non
è riuscito a disarticolarlo e annichilirlo, tant’è che si è riproposto con
vigore contro le residuali istituzionalità nazionali.
Il
“populismo” funzionale
Quel che è in gioco sono
questioni fondamentali come l’uso che si deve fare del petrolio, del gas,
dell’acqua e della terra. In Bolivia c’è stata la “guerra dell’acqua”
e del gas, dove sono stati rimessi in discussione contratti già firmati con le
multinazionali e lo status giuridico dei giacimenti. Si sono messe in moto forze
che fanno traballare l’assetto del potere interno e influiscono sulla dinamica
geo-politica regionale.
Questi conflitti sociali
perseguono obiettivi tesi ad accrescere i diritti individuali –altro che
diminuirli!- con elementi di gran novità rispetto al passato. Sono una mistura
di rivendicazioni etniche, nazionaliste, anti-liberiste, anti-imperialiste ed
ecologiste. E non manca affatto la componente della lotta di classe: le elites
interne sono acerrime nemiche e strette alleate del nuovo egemonismo imperiale
(2).
I diritti sociali dei boliviani
potranno rafforzarsi solo quando le risorse naturali beneficeranno la
maggioranza, cioè quando ci saranno i mezzi per soddisfarli. In altre parole,
quando avranno la precedenza sugli interessi delle multinazionali. Altrimenti
sarà impossibile persino sradicare l’analfabetismo.
Nella neo-lingua giornalistica, il
termine “populismo” viene usato come una formula che sintetizza
paternalismo, demagogia ed autoritarismo. In realtà, diventa “populismo
radicale” quello che intacca –o rimette in discussione- lo schema di
redistribuzione del reddito nazionale, o quando tenta di ribellarsi al
“consenso di Washington”.
Non vi è dubbio che le condizioni
di vita non potranno migliorare fino a quando qualsiasi governo latino-americano
è condannato a sborsare –mediamente- la metà della ricchezza prodotta al G7,
via FMI. I “sottosviluppati” sono in realtà esportatori netti di capitali,
escono più soldi di quelli che si ricevono: i denutriti alimentano gli
obesi.
Il debito estero è il nodo
nevralgico in cui i movimenti sociali confluiscono con i governi del
“populismo radicale” e, nello stesso tempo, è anche un punto critico di
deflagrazione. Tradurre in politica di Stato il no al fondomonetarimo, significa
impedire che interferisca in temi cruciali come i tassi di interessi, il sistema
fiscale, pensionistico, sanitario ed educativo.
Brasile ed Argentina posseggono
l’arma di 500 miliardi di dollari del debito estero, sono grandi
agro-esportatori, produttori di manufatti tecnologici di media complessità e
–nel caso brasiliano- anche armamenti, tra cui aerei militari. Non sono
facilmente vulnerabili a embarghi o blocchi commerciali.
L’integrità del sistema
finanziario internazionale è nelle loro mani. Il debito è tale che nessun tipo
di crescita dell’economia comporta un riflesso positivo sul livello di vita,
garantendo solo il pagamento puntuale al FMI. In altre parole, è impagabile, e
devono esserci negoziati, il punto critico è vicino.
“Quando una certa quantità di
uranio arricchito, si congiunge con un’altra massa equivalente di uranio
arricchito della stessa qualità, si produce la massa critica. Il punto in cui
scatta la reazione a catena. Se due nazioni si comportano alla stesso modo, è
la fine dell’FMI. Altri si comporteranno allo stesso modo” (Fidel Castro).
E’ in Venezuela dove sono
maturate le condizioni ottimali, in cui è più visibile l’ordito e la trama
della coalizione tra estese e diversificate reti sociali, tra queste e un
governo che può agire basandosi su regole del gioco nuove. Tale è la
Costituzione bolivariana approvata con un referendum.
Nessun altro paese dell’area può
contare con il flusso finanziario comparabile a quello generato dal suo petrolio
e materie prime, che ha consentito da 5 anni al Venezuela di tenere alla porta
il FMI. Quindi di elaborare con autonomia la politica economica, fiscale,
monetaria e agricola. Ciò nondimeno destina il 25% del bilancio al servizio del
debito estero.
“Qui prendono a pretesto cose
come il patriottismo e la sovranità. E’ ora di finirla, basta! Bisogna
adeguarsi alla realtà del mondo d’oggi”, diceva sdegnato Luis Giusti, boss
del petrolio venezuelano. Era il 1998, poi lui e tutti quelli che pensano a quel
modo, soffrirono una cocente sconfitta. I più non si “adeguarono”, loro
dovettero uscire di scena, segnando il tramonto di una classe dirigente e di un
modello economico neocoloniale.
Oggi, L. Giusti è consigliere
strategico di Bush per le politiche energetiche. Grazie ad arcaismi come il
“patriottismo e la sovranità”, si è affermato un nuovo blocco sociale
egemonico che –non solo finanzia con il petrolio l’estensione del diritto
all’istruzione, salute e previdenza sociale- ma imposta anche un nuovo schema
di sviluppo endogeno, rivolto all’interno, e lo protegge. Il protezionismo non
è più un monopolio del nord industrializzato.
Due milioni di ettari di terre
incolte sono state assegnate a piccoli proprietari e cooperative, riuscendo in
meno di due anni a non dover più importare riso e mais. Questo è possibile
solo perché si frenano i monopoli, con il controllo cambiario e un sistema di
autorizzazione delle importazioni.
Mentre il Messico, per esempio,
arrivato alla “modernità” di un trattato di libero commercio con gli Stati
Uniti, è l’unico paese petrolifero in cui le maggiori entrate in divisa
pregiata sono quelle generate dagli emigrati (14 miliardi di dollari), ed ha
cominciato ad importare mais.
Il
“populismo” strategico
Washington è passato –senza
successo- alle vie di fatto contro il Venezuela, con un golpe e una
serrata-sabotaggio dell’industria petrolifera. Non digeriscono il nuovo
protagonismo dell’OPEC, nè lo slancio preso dal Mercosur dopo l’ingresso di
Caracas.
Ripugna la vendita di petrolio
all’Argentina a cambio di alimenti e beni tecnologici. Non garba questo
modello di scambio (nè la diversificazione dei partners) che potrebbe
estendersi a tutti gli alleati strategici, perché riduce la quantità di
circolante in dollari.
Non vedono certo di buon occhio
che la rivoluzione bolivariana non è disarmata: conta con forze armate fedeli
alla Costituzione, incorporate nel nuovo progetto di paese, e con un ruolo
promotore che va oltre la sfera militare. Non è una casta chiusa e ostile verso
la società, bensì una sua espressione rappresentativa che ne riflette gli
aneliti.
Sono queste cose concrete,
tangibili, e la somma di fenomeni sociali convergenti che si ripetono nella
geografia continentale, ad avere provocato l’inabissarsi dell’ALCA. Questa
è la ragione dell’ostilità del Pentagono che, per contrastare l’insidiosa
complessità di una forza multidimensionale, cerca ora di fabbricare uno scudo
ideologico: la dottrina del “populismo radicale”.
Questa, in effetti, ha il respiro
corto e non va oltre l’equivalenza all’alibi dei “diritti umani”
utilizzato per fare la guerra contro la Jugoslavia.
A ben guardare, però,
nell’ultimatum di Rambouillet che precedette i bombardamenti su Belgrado, si
parla solo del diritto alla libertà di transito in tutto il territorio
jugoslavo per le truppe della NATO, e che il Kossovo doveva trasformarsi in una
economia di mercato.
Nel momento storico in cui gli
Stati Uniti tentano di estendere l’applicazione della “dottrina Monroe”
(3) dal continente americano a tutto il pianeta, in America latina si stanno
percorrendo sentieri che allontanano dal dogma liberista e sono una critica
pratica del nuovo egemonismo unipolare.
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Note.
1 - A differenza del nazionalismo
europeo che fu espansionista e colonialista, questo ha come denominatore comune
l’opposizione unificante alla interminabile catena di invasioni e colpi di
Stato programmati a Washington.
2 - “In America Latina, la
resistenza al neo-liberismo coniuga la componente culturale, con il livello
sociale e nazionale... Questa costellazione (zapatisti, piqueteros, cocaleros,
bolivariani, sintierra ecc. NdR) dà al fronte della resistenza un repertorio di
tattiche, azioni ed un potenziale strategico superiore a quello di altre parti
del mondo”, Perry Anderson “Nueva hegemonìa mundial”, CLACSO Libros.
3 - Priorità assoluta degli
interessi nazionali USA nello spazio continentale, concepito come “cortile”
della propria dimora.
Tito Pulsinelli -
E-mail alla redazione: info@selvas.org
CHAVEZ vince il
referendum di agosto 2004
con ca. il 60% dei
suffragi
Venezuela tra bolivarismo e
golpismo
Da oltre
due anni siamo confrontati con le
vicende venezuelane; si rincorrono notizie, interpretazioni, analisi spesso
contraddittorie quando non apertamente confliggenti ed alternative.
Il Venezuela, paese grande tre volte
l'Italia, con circa 25 milioni di abitanti di cui circa 1,5 milioni di origine
italiana, è il quarto esportatore di petrolio al mondo e con enormi risorse
minerarie e naturali; e tuttavia gran parte della popolazione vive in stato di
grave indigenza, mentre si assiste ad un progressivo impoverimento della classe
media, un fenomeno analogo a quello di altri paesi latino-americani come
l'Argentina o l'Uruguay.
E' stata la patria di Simon Bolivar, uno
dei grandi liberatori dell'America Latina dalla dominazione coloniale spagnola,
il cui sogno di unificazione del continente ha percorso tutto il '900.
E' a Bolivar che si ispira la nuova
Repubblica "Bolivariana", appunto, inaugurata con l'ascesa al potere
di Chavez; ed è ai suoi ideali che si ispira la nuova costituzione "bolivariana",
approvata con un referendum raccogliendo circa l'80% dei suffragi: una
costituzione controtendenza, antiliberista e a favore di un quadro di garanzie
sociali ampie, dalla scuola alla sanità, alla ripartizione delle terra e delle
risorse naturali.
E allora, come si è giunti alla
situazione di destabilizzazione, confronto aspro con tentativi di golpe,
scioperi e durissimi boicottaggi che hanno polarizzando pericolosamente la
società venezuelana ?
In questo numero della rivista, vogliamo
offrire alcuni contributi di riflessione e analisi, e alcune note di cronaca che
danno un'indicazione seppur parziale del Venezuela del 2003 e delle reazioni al
risultato del referendum di agosto 2004 che ha confermato un ampio sostegno
(circa il 60%) al presidente Chavez, che ottiene per l'ottava volta in 10 anni,
un notevole successo elettorale.
Sono ben accetti contributi ed interventi
che inseriremo di volta in volta n questo spazio dedicato.
invia il tuo intervento sulla crisi venezuelana a: emigrazione.notizie@email.it
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