GLI ITALIANI, PRIMA, DURANTE E DOPO IL GOLPE

E IL BOICOTTAGGIO DELL'OPPOSIZIONE

Chàvez, l'apprendista dittatore

Il grave "problema" Chàvez incomincia nel febbraio del 1992 quando, accompagnato da alcuni ufficiali, il Comandante (tenente colonnello) Hugo Rafael intentò il colpo di Stato contro il governo di Carlos Andrés Pérez. Potrebbe anche incominciare dal secolo XIX, nella lunga provvidenziale catena di "caudillos" sui quali i venezuelani amavano e amano deporre le loro speranze. Però questa storia, a differenza delle altre, non è ancora conclusa.

Dopo due anni e mezzo di carcere Chàvez e compagni furono graziati dal presidente Caldera. Il Comandante incontrò subito nuovi amici. Egli sosteneva dal 1992 anche una relazione epistolare con i "Carapintadas" argentini che visitò nel '94 appena posto in libertà. Lì incominciò un fruttifero vincolo con il sociologo Norberto Ceresole che lo orientò con la formula "caudillo-Esercito-popolo", per il potere nazionale e il "confronto strategico" tra i governi e movimenti antinordamericani riuniti in "poli" contro l'egemonia degli Stati Uniti, per i contatti internazionali.

L'incontro Fidel Castro-Hugo Chàvez, sempre nel '94 fu come una consegna del "testimone" in questa nuova corsa per riorganizzare la sinistra a livello mondiale (senza disprezzare l'amicizia con il terrorismo dei guerriglieri della FARC e dell'ELN) una sinistra che sarà "rivoluzionaria e bolivariana". La solidarietà cubana non abbandonerà mai Chàvez e lo sta seguendo come un'ombra anche oggi. Solidarietà ben pagata dal Comandante venezuelano con petrolio ed in mille altre maniere.

A questo punto, di fronte alla perdita di prestigio dei partiti tradizionali, Acción Democratica e Copei che avevano tenuto il potere dal 1959 al 1993, Chàvez decide di raggiungere il potere attraverso la via elettorale appoggiato da una buona maggioranza che vuole un governo "serio e forte" e che crede alle promesse di eliminare la corruzione, la criminalità e soprattutto la povertà con lo slogan "con Chàvez comanda il popolo".

Ben altri si dimostrarono gli obiettivi del nuovo governo. Non solo a capo del governo c'era un leader immaturo e antidemocratico ma si era presto formato un suo intorno rigido, ideologico, una miscuglio di sinistra confusa, elementare, castrista-comunistra, neomarxista combinata con un fascismo ugualmente elementare, il tutto alimentato da una retorica irriverente, intollerante e brutale, una intrigante matassa di populismo, lotta di classe, irresponsabili attacchi a tutte le istituzioni, Chiesa compresa, alimentati dall'emozione della vendetta popolare alla cosiddetta "oligarchia".

Chàvez ristruttura tutti i poteri e trasforma la speranza democratica in speranza rivoluzionaria, confusione che colloca il Paese in una crisi istituzionale, sociale, politica ed economica. E dilapida in quattro anni quell'80 per certo di appoggio popolare e dilapida 150 mila milioni di dollari.

Il Comandante non governa, non ha mai governato. Non ha concretato nessuna azione di governo. Non solo è solo retorica ma violenta costantemente la sua propria Costituzione, distrugge per ignoranza e irresponsabilità l'azienda pubblica mentre la corruzione sprofonda la crisi ereditata portandola a livelli intollerabili per la popolazione. Lo Stato è in questo momento in rovina. La Nazione è senza destino. La "rivoluzione bolivariana" è servita a dividere la società creando odio e risentimento, a reprimere la libertà di pensiero, a formare ed armare i "circoli" che mantengono in scacco la popolazione, a far emigrare i più preparati, ad emanare leggi di ideologia e dogmi antichi e decadenti danneggiando la nazione in maniera irreversibile. Solo due esempi. "La Legge della Terra" consacra l'obbligo dello Stato a finanziare tutte le tappe del processo, dalla dotazione della terra, le sementi, fino al mercato e in più concede sussidi per i fortunati del miracolo. Con la "Legge d'Idrocarburo" la "rivoluzione bolivariana" decreta la decadenza di Pdvsa e il mondo del petrolio venezuelano. La permanente politica antiestatunitense si scontra con il tradizionale mercato tra le due nazioni. Messico ha già preso il nostro posto. Alla Exxon Mobil si preferisce Qatar come se Qatar fosse un probabile mercato per il gas venezuelano e non un suo grande rivale. Non a caso Chàvez licenziò oltre sedici mila operatori, i migliori dell'industria dello Stato considerata fino a due mesi fa la seconda migliore ditta del mondo. La Costituzione del '99 è per un Paese irreale. Lo Stato assume i più diversi obblighi: abitazione, salute, educazione, lavoro, sicurezza sociale etc. obbligano lo Stato in tutte le loro implicazioni. Da "Alice nel paese delle meraviglie" alla Cassa di Pandora del populismo. Una cassa già completante vuota. Siamo tutti sequestrati. La proprietà privata in pericolo. Soprattutto quella dell'emigrazione.

Noi, gli stranieri, anche noi Italiani facciamo parte del "sovrano", del popolo, siamo la migliore parte  e se è vero che non abbiamo potuto, saputo, voluto entrare nella lotta politica è altrettanto vero che siamo il settore incontaminato di questa lotta. La nostra presenza nella politica di sviluppo è soprattutto fedeltà assoluta e inderogabile alle garanzie di democrazia, libertà e fiducia nella volontà delle nuove leve, del loro prestigio e della loro dignità. In libertà. Nessuno come noi ha seguito il cammino della libertà. Noi, gli emigranti, abbiamo pagato con il sacrificio di tutta la vita lasciando famiglia, paesi che ci hanno visto nascere e amici per amore alla libertà sintetizzata nel lavoro, nell'integrazione, nel multiculturalismo. Perché in Venezuela gli emigranti non sono considerati? Ciò che sta succedendo non è forse un problema anche nostro? Come non è un problema nostro se siamo noi i saccheggiati, se ammazzano i nostri compatrioti, se ci sequestrano, se ci obbligano ad abbandonare il paese? Dobbiamo continuare a pagare adesso con il sangue l'incoerenza di una politica assassina, di una politica suicida?

Valeriano Garbin

Valencia-Venezuela

Chávez aposta na democracia para vencer o terroris mo

Em entrevista coletiva, o presidente falou sobre a importância de unir a América do Sul e deu a sua versão dos fatos da conturbada situação venezuelana

Laura Cassano

O presidente venezuelano Hugo Chávez é constantemente apresentado pela grande mídia como sendo uma das vozes do 'eixo do mal'. Mas certamente não foi um tom deste tipo que ecoou na sala da Assembléia Legislativa, em Porto Alegre, onde o presidente deu uma coletiva para a imprensa. Bem humorado e mostrando-se bastante disponível, Chávez cumprimentou a todos e respondeu de forma sempre muito serena, mas bastante decidida.

O presidente fez uma breve análise da situação em que a Venezuela se encontra atualmente antes de dar início às respostas das perguntas. Ele disse que na Venezuela há verdadeiramente uma crise histórica. Uma crise tão profunda e estrutural que arriscou caracterizá-la como sendo uma crise “epocal”. Não só a Venezuela, mas o mundo, para Chávez, também está entrando em uma crise epocal. E a repercursão do Fórum Social é um indicativo disso: “uma crise é verdadeira quando algo está para morrer e efetivamente não morre e o que está para nascer não consegue nascer”. Para Chávez é exatamente isso que acontece na Venezuela e o trabalho dele, juntamente com o povo, é de fazer com que algo novo nasça. Suas aspirações, no entanto, estão sempre baseadas no princípio democrático de seguir o que está na constituição.

Quando questionado sobre as perspectivas de fortalecimento da Venezuela através  da aproximação com Lula e Fidel, Chávez afirmou que não é através de uma proposta  de um grupo amigos, ou seja, de países amigos que vá se solucionar os problemas destes países. “É preciso um projeto político, ético e acima de tudo anti-neoliberal”. O presidente insistiu no fato de que a proposta não pode ser de uma democracia superficial e falsa como a que tiveram na Venezuela durante muito tempo. Para exemplificar o que quer dizer quando se refere a um projeto de democracia participativa, e não meramente representativa, Chávez mostrou um livro tão pequeno que cabia na palma de uma das mãos: a Constituição venezuelana, uma das poucas -- se não a única do continente -- aprovada em referendo nacional. Não foi feita por um Congresso, mas elaborada por uma constituinte e aprovada em um referendo nacional em que milhões de pessoas votaram. A aprovação passou de 80%. “Estou convencido, irmãos, de que a única forma de acabar com a pobreza é dando poder aos pobres, e não esmolas”. Atualmente na Venezuela a elite econômica que governou o país durante todo o século XX, não aceita a mudança que veio da decisão popular. “É a mais legítima constituição que tivemos em 200 anos de república. Mas a elite econômica e social se opõe a ela e tomou partido do golpismo e do fascismo”, afirmou o presidente dando início a uma inversão de papéis: não o seu governo, mas a elite nacional, articulada com a internacional, especialmente a dos Estados Unidos, são os verdadeiros terroristas. “Afinal o que pode ser, se não terrorista, uma oposição que se dedica a sabotar a empresa petroleira, vital para o país, e que evita que comida chegue ao povo?”

Desde o ano passado, a elite tem desatado um plano desestabilizador que já o tirou do governo por 47 horas. Mas o povo foi às ruas aos milhões e pulverizou o golpe. Aliadas incondicionais dos golpistas, as TVs não cumprem o seu papel de informar, mas com a missão de conspirar contra um governo popular, e evidentemente, contra o próprio país. Elas são peças fundamentais no plano de sabotagem integral contra a Venezuela. Sabotaram barcos, portos, os poços petroleiros e pararam refinarias. O presidente disse que tudo isso causou um prejuízo extraordinário, que ainda está sendo difícil recuperar.  

Para os que dizem “eleições já”, isso não é possível pois não está previsto na Constituição. A única possibilidade de se convocar eleições é se Chávez for derrocado, e isso só seria possível se houvesse um novo golpe.

O presidente fez questão de esclarecer que na Venezuela não há nenhuma greve. Greve é um direito dos trabalhadores quando seus direitos são violados. O que ocorreu é que um grupo de empresários, marcados neste plano desestabilizador, fechou suas fábricas e impediu os trabalhadores de cumprirem suas horas de trabalho. Um exemplo foi um grupo de gerentes que sabotou a refinaria da empresa de petróleo. Eles tiveram alto nível de refinamento: violaram as contas de pagamento dos trabalhadores e deixaram sem salário aqueles que estavam trabalhando. “Por isso não há uma grave, mas uma sabotagem de petroleiros”, garante Chávez.

Questionado acerca do processo revolucionário, Chávez disse que o plano golpista não permite o seu aprofundamento. Após o golpe de abril do ano passado, a Venezuela passou a contar com uma força armada bem organizada e estruturalmente comprometida com o projeto constitucional do país, agora muito mais preparada e estimulada para cumprir o seu compromisso. Depois do golpe também houve mudança nos quadros da empresa petroleira: mais de 3000 gerentes comprometidos com o plano desestabilizador foram despedidos e substituídos por outros mais competentes e patriotas.

Em relação a propostas para o ano e as já realizadas, Chávez citou algumas: eles começaram em janeiro um programa de entrega de títulos de terra urbana, ou seja, setores populares que sempre viveram em casas muito humildes, agora estão recebendo seus títulos de terra para que passem a ser proprietários; a reforma agrária, que eles preferem chamar de revolução agrária, prevê entregar, ainda este ano, 400 mil hectares de propriedades para pequenos e médios produtores. O modelo implantado será o cooperativista, previsto na constituição, como elemento fundamental para a construção de um novo modelo de produção agrícola. Eles conseguiram reduzir a mortalidade infantil de 21 por 1000 para 17 por 1000; a desnutrição infantil em 15% e também o índice de baixo peso ao nascer, de quase 99% para 6%; incrementaram a matrícula escolar em 40% e o acesso à universidade também expandiu. 

A posição da venezuela tem sido muito crítica em relação ao nosso modelo de integração. Por que na América do Sul, os 12 presidentes não podem tomar decisões por si? A proposta de Chávez é que eles se reúnam e tomem decisões conjuntas. Se precisarem dar mais força às suas decisões, devem fazer um referendum e consultar toda a América do Sul. “Que falem os povos”, bradou o líder. A dívida externa, por exemplo, é um problema eterno e que não pode ser tratado por apenas um único país, se não ele quebra. Chávez propôs que na América Latina se forme um Fundo Monetário Latino Americano, para ajudarmo-nos entre si. “Não é o mercado que resolverá o problema do mundo, mas a política. Se houver vontade política por designação de nosso povo, cortamos a raiz do poder estabelecido” disse convicto. Não há como a América do Sul fugir desta hegemonia se não por meio de uma união de verdade. Propôs ainda que se organize, na América do Sul, a Petroamérica, uma junção de todas as empresas petroleiras destes países.

E para finalizar, Chávez observou que a visão que reina no Fórum Social Mundial é a do neohumanismo. “Necessitamos expandir esta visão, que vem acompanhada de uma nova ética, para que possamos simplesmente viver neste mundo. Se não, por que viver?”, cinco segundos de silêncio e uma forte salva de palmas encerrou a coletiva

e-mail

Condivido in tutto e per tutto la posizione di Massimo D' Alema e condanno fermamente quella di Bertinotti che ha dimostrato tutta la  miopia di una persona accecato dalla ideologia e dalla mancanza di un  minimo di obiettivitá. Il Venezuela oggi é piú povero di 20 anni fa .La  classe media é in via di estinzione, gli ospedali non possono operare  perché non hanno i mezzi per farlo, malattie quasi estinte come la  malaria e la febbre gialla sono di nuovo "alla moda", la povertá si é estesa come una macchia d'olio, la delinquenza fa, ogni giorno, piú  vittime che la guerra in Irak, i viali e le strade principali sono  invasi da migliaia di venditori  ambulanti ex lavoratori pubblici e privati in disoccupazione, gli investimenti esteri sono cose del  passato dato che nessuno piú si azzarda a sprecare un solo bolivar per  paura.Gli investimenti pubblici esistono sono nella mente del Presidente  e dei suoi funzionari e la disoccupazione aumenta sembra di piú. A questo panorama si deve aggiungere adesso la guerriglia colombiana che  ha oltrepassato la frontiera e gli attentati terroristi. E' questa la rivoluzione bolivariana?

Giovanni Di Vaira - Venezuela

Chavez conferma: il Venezuela non è contrario al voto

E gli italiani ringraziano il Presidente

In occasione della visita a Roma, Chavez smentisce un altro luogo comune

(GRTV) Da anni andiamo smentendo, con l'amarezza di chi non viene volutamente ascoltato, che è una menzogna irriguardosa affermare che il Venezuela è contrario a far votare i cittadini italiani residenti nel Paese; che è una menzogna diffondere che l'opinione pubblica venezuelana avanza perplessità circa la possibilità che gli italiani residenti possano votare in loco per i propri rappresentanti politici. Menzogne, queste, fatte circolare ad arte per impedire che venisse concesso il voto agli italiani che risiedono all'estero, per creare confusioni e sollevare dubbi e porre in evidenza pericoli che, come ha dichiarato il Presidente del Venezuela Chavez, non esistono in questo Paese che crede e ha fiducia negli italiani.

Poche ore dopo la definitiva approvazione del voto all'estero da parte del Sento, infatti, il Presidente del Venezuela Hugo Chavez, intervistato da una nota agenzia di informazione italiana, nel corso del suo soggiorno a Roma, dichiarava che "il Venezuela nutre profondo rispetto, ammirazione e riconoscenza, verso gli italiani che hanno apportato al Paese lavoro, cultura ed impegno"… considerazione ben lontana dagli atteggiamenti di distacco e disprezzo manifestati da organi di stampa, politici e politologi nostrani.

Chavez ha poi dichiarato che "gli italiani in Venezuela sono cittadini con pari diritti e se il Parlamento italiano ha deciso di farli votare, non saremo certo noi a frapporre ostacoli a un diritto così sacrosanto".

Grazie Signor Presidente per aver chiarito con una sola parola che non è vero che il Venezuela è contrario al voto in loco degli italiani residenti, come si è voluto far credere per tanti anni all'opinione pubblica italiana…

Ma il tempo è galantuomo e giustizia è fatta!

 Vitaliano Vita (Consiglio Generale degli Italiani all'Estero )- 6 ottobre 1999


Il Presidente del Venezuela Chavez ricevuto dal Papa

e dal Presidente del Consiglio Berlusconi

Vitaliano Vita: la visita di Chavez in Italia ignorata anche da Rai International

(GRTV) C’è chi può avere interesse a non parlare del Presidente Chavez e di Berlusconi per manifestare la propria opposizione o antipatia. Per alcuni media è un modo (singolare) di fare opposizione. Ma chi fa informazione dovuta, per intenderci quella di Stato, non può permettersi di discriminare, non informare rifilandoci invece i Santoro, i Luttazzi i Casarini e gli Agnoletto! A parte le considerazioni sullo scarso protocollo e la mancata diffusione della notizia in quanto tale, va sottolineato che nella specie si trattava della visita del Capo di uno Stato, dove risiede qualche milione di italiani, che, tra l’altro paga ogni mese miliardi di canone per vedere gli scassatissimi programmi Rai, miliardi che, peraltro, non si sa dove vanno a finire. Da qui la protesta per l’assenza di notizie e per le immagini, pervenute in Venezuela grazie ad una cinepresa amatoriale, che ritraggono il Presidente Chavez, come un pellegrino sullo sfondo della piazza S. Pietro mentre tenta di arrangiare una intervista allo scopo di far conoscere al suo paese le tappe del suo soggiorno romano e trasmettere la benedizione che il Santo Padre ha inviato al popolo del Venezuela (un’accoglienza ben diversa da quella riservata qualche anno fa al Presidente Scalfaro!). In ballo non c’era il Chavismo o la posizione di Chavez nell’attuale conflitto, né i problemi interni del Venezuela, ma qualcosa che va al di là e che rimane, come le relazioni tra popoli e le conseguenti ricadute. Insomma gli italiani del Venezuela si attendevano qualcosa di più dopo il viaggio interrotto dal Presidente lo scorso anno e le gelide accoglienze del precedente governo.Comunque non ha soddisfatto la mancanza di una regia che avrebbe dovuto organizzare un’accoglienza almeno proporzionata all’importanza del paese e della nostra comunità residente. Sorpresi? No, ma dispiaciuti per la mancata sensibilità e considerazione dato che si tratta pur sempre del Capo di uno Stato ove prospera una importante comunità italiana, di uno dei maggiori fornitori di petrolio del Paese, del presidente di turno dell’OPEC (P 15). Una stampa più attenta, un servizio Rai più dedicato, avrebbe consigliato di intervistare i protagonisti per saperne di più su quanto si sono detti, sui programmi megagalattici dell’Eni in Venezuela, insomma si sarebbe potuta tirare fuori qualche buona notizia che, date le circostanze, sarebbe servita a rasserenare i nostri connazionali in un momento di tensione mondiale.

 Vitaliano Vita/Pagine

16 ottobre 2001


NOI, NELL’INFERNO DI CARACAS

Questa testimonianza è stata raccolta dal giornalista Roberto Longoni per la “Gazzetta di Parma”

La voce è chiara, vicina per il tono e ancor più per quella familiare «erre arrotata». Viene da pensare che la distanza sia solo in un prefisso chilometrico e che l´interlocutore possa comparire di persona da un momento all´altro. Deve essere lo stesso per lui, che esclama: «Gazzetta? Ma perché non venite a trovarmi: ci beviamo un caffè insieme». Ma l´illusione di vicinanza si brucia in un attimo. E a tutte le migliaia di chilometri, a quell´oceano che ci divide, si aggiunge qualcosa di più.
Passato l´entusiasmo iniziale, lo strajé mormora a quel filo che riporta la sua voce fino alla madrepatria: «Se non scrivete il mio nome, forse è meglio. Ma la storia ve la racconto». Ultimi lembi di storia di parmigiani in Venezuela, di gente partita specie dopo la guerra, soprattutto dalla Bassa, alla ricerca di una nuova frontiera. Una terra lussureggiante e ricca, che galleggia su un mare di petrolio. Un paradiso terrestre, che d´improvviso si trasforma in un inferno. Si manifesta, si sciopera, si spara e si muore, in Venezuela: è così da mesi. Questa l´eredità del tentato golpe di Carmona, di quei quattro giorni (tra l´11 e il 14 aprile scorso) che sconvolsero una nazione di 20 milioni di abitanti, grande tre volte l´Italia. Un Paese nel quale un club italiano riunisce oltre quarantamila immigrati. Gli emiliani sono cinquemila (e tra questi quasi mille parmigiani), raggruppati in un’associazione guidata da Martina Giuffredi, di famiglia originaria della nostra Bassa: una giovane nata a Caracas, ma padrona, oltre che dello spagnolo e della lingua italiana, del dialetto ducale.
«Oggi è calma: le marce sono di tutti i giorni» dice il parmigiano, sposato con una conterranea. Nelle vie vicine alla sua riecheggiano anche colpi d´arma da fuoco, «ma non è niente rispetto a quello che abbiamo visto. Qui tutto è fermo, l´economia precipita. Per acquistare i generi di prima necessità ci sono lunghe code. Volete sapere qual è il mio tesoro, adesso? Il serbatoio della mia auto, mezzo pieno. La benzina è quasi introvabile nel Venezuela del petrolio. Caracas è una città divisa in due: tra la parte occidentale, tra i quartieri poveri, che stanno con Chavez, e quella orientale, abitata dai ceti medi».
Per gli italiani - che nella stragrande maggioranza dei casi in Venezuela si sono messi in luce, per spirito di sacrificio e capacità imprenditoriali - il momento è molto difficile. Appartenenti, nella stragrande maggioranza dei casi, al ceto medio, è più facile che politicamente si trovino all´opposizione piuttosto che schierati a favore di Chavez.
«Io non ho più l´età, per scendere in piazza - racconta lo strajé -. Mio cognato l´ha fatto, l´11 aprile. Era in mezzo alla folla, sulla quale sparavano i cecchini. Ho visto in tv quanto stava accadendo: l´ho chiamato al cellulare, per dirgli di fuggire. E´ stato un momento terribile. Poteva esserci anche lui, tra tutti quei morti. Chavez sa che molti italiani gli sono contro. “Se non vi piace il mio governo, potete anche andarvene dal Venezuela” ha detto». Ma quattro anni fa a eleggerlo furono anche gli italiani. «Promise molte cose, per poi non mantenerne una - prosegue l´emigrante ducale -. Noi ora vogliamo cacciarlo con un referendum: la Costituzione lo prevede, a metà mandato. Ma lui, che sa di aver perso l´appoggio dell´elettorato, non vuole permetterlo. Nonostante questo, l´opposizione non si piega. Cerca di abbattere il presidente a colpi di sciopero. «Basti pensare allo stato d´agitazione dei 40mila del settore petrolifero, la principale industria del Venezuela. Le scuole sono chiuse da chissà quanto. E Chavez minaccia di chiudere le tv private, oltre alle banche, che già protestano contro di lui chiudendo gli sportelli dalle 9 alle 12, tutti i giorni. Io, con la mia pensione italiana, sono proprio un privilegiato».




FINITA LA BENZINA, SCUOLE E NEGOZI CHIUSI, NON C’E’ PIU’ LAVORO: SOLO UN MIRACOLO CI PUO’ SALVARE

Questa seconda testimonianza ci è stata rilasciata da un’esponente molto in vista della nostra comunità di Caracas, Martina Giuffredi, presidente dell’associazione Emilia-Romagna

Martina, raccontaci cosa sta succedendo.

La benzina già da metà dicembre non si trova più in nessuna pompa della zona Est di Caracas. La vendono solo nelle zone più povere e degradate ma ci sono code di due o tre giorni, e ne danno solo venti litri a testa, a meno che non si conosca qualcuno. Qui in Venezuela, dove la benzina non costava niente, meno dell’acqua minerale, ora si va tutti a piedi come i cammelli. Le scuole sono chiuse, i negozi pure, tranne gli alimentari che però aprono solo il mattino. I prodotti scarseggiano. La Parmalat, per esempio, è in sciopero dal 2 dicembre e non produce più latte fresco né a lunga conservazione: solo latte in polvere, e niente yogurt, pochi formaggi – una situazione peggiore delle nostre più fosche previsioni. Ormai viviamo barricati in casa.

La crisi politica venezuelana dura da parecchio tempo. Non c’è nessuna possibilità di normalizzazione?

Senza benzina niente si può normalizzare. Le imprese, non solo le nazionali ma anche quelle straniere, licenziano in massa rimandando tutto alla normalizzazione. Dicono ai dipendenti: vi riassumeremo quando tutto sarà di nuovo a posto. Io fortunatamente continuo a lavorare ma solo perché ho a che fare con altri Paesi dell’America Latina, non con il Venezuela, e la mia zona è quella dei Latin American Headquarters. Ma davvero, non si vende più neanche una saponetta. I pochi camion che hanno della benzina e vanno in giro a consegnare la merce sono saccheggiati dai vandali e dagli stessi militari. In questi giorni, poi, non si possono cambiare dollari o altre monete straniere, il che diventa un problema per chi deve recarsi all’estero. L’ultima notizia è che alcune persone sono entrate in una stalla e hanno ammazzato tutte le mucche, portandone via i pezzi. Il tutto davanti ai militari. Dunque, c’è poco da fare. Per favore, pregate per noi. Solo un miracolo ci può salvare!

 


San Felix, 12 dicembre 2002
Cari amici, ecco qui un piccolo aggiornamento dal Venezuela. E’ un 
comunicato che abbiamo inviato ieri allo SVI (Servizio Volontario 
Internazionale) in occasione di una conferenza stampa. Pensiamo che possa 
interessare anche a voi. Non si tratta di un’analisi della situazione 
nazionale, ma solo di come noi vediamo le cose da qui e di come le vede la 
gente con cui stiamo condividendo il progetto SVI.
Attualmente si vive in due paesi: quello mediatico e quello reale.
Nel paese della televisione (ovvero tutti i canali privati nonche’ i 
giornali), siamo praticamente in guerra, il paese e’ paralizato e lo 
restera’ finche’ il loco (pazzo) rinuncera’ alla Presidenza, o 
interverranno i militari per eliminarlo o le Nazioni Unite o meglio ancora 
gli Stati Uniti.
I mezzi di informazione trasmettono quasi a reti unificate, senza 
interruzioni pubblicitarie, con una banda nera di “Lutto Attivo” (a causa 
dei tre morti della Piazza Altamira, gli unici morti in Venezuela degni di 
un lutto nazionale) per tutta la giornata solo speciali sulla crisi, il 
“massacro” della Piazza Altamira, gli eroici dirigenti dell’impresa 
nazionale del Petrolio (PDVSA) che hanno sabotato vari impianti produttivi 
dell’azienda ecc...
Secondo questi canali la situazione sembra veramente tragica, sull’orlo di 
una guerra civile, i sondaggi dicono che ormai tutti sono contro il 
Presidente meno una piccolissima minoranza di violenti, fanatici e armati 
circoli bolivariani.
Poi c’e’ il paese reale, quello dove viviamo noi: i negozi sono aperti, le 
attivita’ procedono normalmente, la gente lavora, addobba le case con le 
luci di Natale, compra i giocattoli per il 24 di dicembre...
Noi, su esplicita richiesta delle persone con cui lavoriamo, continuiamo 
con le attivita’ di routine: stiamo preparando una festa comunitaria per il 
22 di dicembre e nessuna persona del gruppo ha messo in discussione una 
modifica del programma, cosi’ come proseguono le attivita’ dei portavoce di 
strada, dei gruppi produttivi, dei gruppi si salute, del progetto di 
recupero dei bambini di strada.
Ancora una volta a Brescia si commentera’: il prolema e’ che voi siete 
parziali, siete chavisti, siete fanatici...
Quello che possiamo dirvi e’ che qui le persone con cui noi lavoriamo sono 
al 99% a favore del processo liderizzato dal Presidente, molti lo sono da 
sempre, altri si sono convinti nei giorni del colpo di stato, quando si 
sono resi conto di quel che sarebbe successo se avessero vinto i golpisti.
Un altro dato interessante e’ il fenomano del “cacerolazo”, tutte le sere a 
partire dalle sette comincia questa forma di protesta tipicamente latina: 
si esce in strada con una pentola (“cacerola”) e un cucchiaio o un 
coperchio e si fa sentire la propria opinione, in questo caso contro lo 
sciopero indetto da Federcamara e CTV e in appoggio alla Costituzione.
L’altra sera dieci minuti prima delle sette abbiamo sentito i nostri vicini 
di casa che manifestavano con petardi, padelle e una copia della 
Costituzione, poi siamo usciti in auto a fare il giro della citta’ per 
renderci conto personalmente della situazione. Possiamo testimoniare che 
mai nella nostra vita, nemmeno in occasione di una vittoria dell’Italia ai 
Mondiali di calcio, avevamo visto tanto entusiamo e partecipazione 
popolare: tutti gli incroci, le piazze, le rotonde, le strade principali 
erano letteralmente invase dalla gente, con le pentole, i tamburi, la 
musica, i cappellini rossi, la Costituzione, le bandiere.
Abbiamo incontrato molte manifestazioni grandi e un’infinita’ di piccoli 
gruppi, che non avendo trovato un mezzo di trasporto per raggiungere una 
concentrazione, si riuniva nel proprio quartiere, come era il caso dei 
nostri vicini di cui vi parlavamo.
Manifestazioni pacifiche e contagiose, distribuite non solo a San Felix, la 
parte povera, ma anche a Puerto Ordaz, la zona ricca dove ha preso forza 
ultimamente il gruppo “Clase media en positivo” e “Profesionales de Venezuela”.
Per quanto il suono delle “cacerolas” ogni sera, da una settimana a questa 
parte, risuoni ovunque dalle sette di sera fino quasi a mezzanotte, da 
parte dei mezzi di comunicazione non viene nemmeno una parola, a volte si 
commenta brevemente che un piccolo gruppo di manifestanti chavisti violenti 
ha inscenato un’ultima disperata manifestazione in appoggio al Presidente.
Molti amici con cui siamo in contatto ci dicono che quanto succede qui in 
citta’ avviene allo stesso modo in altre parti del paese e in misura 
maggiore a Caracas.
Cio’ nonostante sembra che non serva a niente, perche’ l’opposizione per 
bocca del presidente della CTV ha gia’ dichiarato che bisogna liberarsi di 
Chávez “in qualsiasi modo”.
Concludiamo ora in pochi punti che ci piacerebbe servissero a definire in 
modo chiaro la nostra posizione.
1. Il governo di Chávez non e’ perfetto, ha molti difetti e problemi, sono 
molte le critiche che abbiamo da fare a questi tre anni di gestione, pero’, 
lo ripetiamo ancora una volta come sempre abbiamo fatto in tutti i nostri 
comunicati, e’ un governo democratico, liberamente eletto dalla popolazione 
(e riconfermato varie volte dalla stessa in differenti occasioni come per 
la formazione dell’assemblea Costituente, la votazione alla nuova 
Costutuzione e le elezioni successive all’entrata in vigore della stessa). 
Il governo di Chávez, a differenza di tutti i precedenti in Venezuela, non 
ha nemmeno un prigioniero “politico”, nessun giornale e’ stato chiuso e 
nessuna televisione e’ stata sanzionata.
2. Cio’ nonostante sappiamo che l’appoggio popolare, di questi poveri che 
vivono con meno di un dollaro al giorno e che per la prima volta si sentono 
rappresentati e identificati nella figura del Presidente, non e’ sufficente 
a mantenere in piedi un governo o un sistema democratico. Ben altri sono 
gli interessi e i poteri in gioco.
3. Noi, come volontari e come osservatori internazionali, denunciamo 
fortemente quanto sta avvenendo qui: un tentativo di colpo di stato (questa 
volta non militare ma economico) ai danni di una libera democrazia, con 
l’appoggio manipolatore dei mezzi di comunicazione, con l’appoggio 
parzializzato della gerarchia della Chiesa cattolica locale e tra 
l’indifferenza internazionale.
 
Un saluto e un abbraccio a tutti voi.
Federica  e Giacomo
 
IL CIRCOLO BOLIVARIANO DI ITALOVENEZOLANI "ANTONIO GRAMSCI" SOTTOSCRIVE E 

DA LA SUA TUTALE ADESIONE A QUESTO COMUNICATO

 


 

Venezuela: sciopero generale formalmente finito

Da: Notiziario News ITALIA PRESS agenzia stampa - N° 22 - Anno X, 3 febbraio 2003

L’opposizione cambia strategia. Ancora difficile e in via di definizione la mediazione internazionale del “Gruppo di Paesi Amici” e di Gaviria. Preoccupante la situazione interna dove, dopo oltre 60 giorni di sciopero, l’economia mostra inequivocabili segnali di crisi

Caracas - Dopo due mesi il “paro general”, la serrata organizzata dal cartello delle opposizioni, è arrivata oggi agli sgoccioli. In un comunicato la “Coordinadora Democratica” annuncia che, di qui in avanti, lo sciopero cambierà forme, diventerà maggiormente flessibile; ma nei fatti, la riapertura di diversi nodi commerciali ed industriali del Paese - seppure, come confermano fonti di Caracas, non ancora a tempo pieno - equivale ad una fine della serrata, che per oltre 60 giorni ha provato, bloccando alcuni punti nevralgici del Paese, ad ottenere una rinuncia da parte del Presidente Chavez.

La rinuncia non c’è stata, e alla fine della serrata Chavez risponderà domani con una manifestazione di appoggio al Governo organizzata, chiamando a Caracas tutte le strutture bolivariane impegnate in questi due mesi nella difesa del Governo democraticamente eletto.

Lo sciopero si è concluso, il gruppo dei Paesi Amici del Venezuela (Cile, Brasile, Messico, Stati Uniti, Spagna e Portogallo) ha chiuso venerdì la prima riunione con il Presidente Chavez, incontro che al di là delle dichiarazioni ufficiali (“riunione produttiva” è stata definita da più voci al suo termine) non sembra essere stato in grado di proporre alternative percorribili in tempi brevi per la risoluzione della spaccatura che ancora divide a metà il Venezuela.

Oggi, nella giornata che segna formalmente la fine dello sciopero, la situazione venezuelana è nei fatti in via di ridefinizione, tanto sullo scacchiere internazionale della politica estera, tanto sul versante interno, dove per il cartello delle opposizioni sembra essere arrivato un momento di bilancio definitivo, anche se la strada intrapresa sembra ormai essere chiaramente quella della votazione del referendum di metà mandato, previsto per l’inizio di agosto.

Sul fronte internazionale, come spiega Maurizio Slavi, giornalista politico di Ansa Latina, “il gruppo dei Paesi Amici ha concluso venerdì il primo incontro con il Presidente Chavez. Si è trattato di un incontro preparatorio, anche perchè lo stesso gruppo è ancora in via di definizione specifica, soprattutto sotto le spinte del Governo di Caracas, che vorrebbe l’inserimento al suo interno di altri Paesi, anche europei, come ad esempio la Francia. Per ora su questo fronte non ci sono però novità sostanziali: venerdì il Governo ha ribadito le proprie posizioni sullo sciopero dell’opposizione, ed ha spiegato di aver valutato attentamente la proposta del Premio Nobel per la Pace ed ex Presidente USA Jimmy Carter, ma ha anche riaffermato di voler ampliare il gruppo dei Paesi Amici, concludendo che non esiste alcuna volontà di lasciare spontaneamente la guida del Paese. Tutto questo mentre l’opposizione ha rilanciato la raccolta delle firme per il referendum”.

Mentre dunque la situazione internazionale - in maniera particolare il gruppo dei Paesi Amici, ma anche la mediazione fino ad oggi senza risultato condotta dal Segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani Cesar Gaviria -  sembra essere sostanzialmente in una fase di stallo, più fluida, forse destinata ad aggravarsi sembra invece essere la situazione interna al Paese, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto economico.

Secondo quanto afferma da Caracas Mauro Bafile, giornalista de La Voce d’Italia, “lo sciopero si è formalmente concluso, ma in realtà è destinato a proseguire con altre modalità”. Per quanto riguarda i bilanci fatti dall’opposizione sui sessanta giorni di serrata, Bafile spiega che le valutazioni evidenziano come “lo sciopero generale ha ottenuto una serie di risultati parziali: intanto è indubbio che la serrata abbia provocato uno spostamento dell’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sulla situazione in Venezuela; e poi si giudica positivamente il fatto che questo sciopero è servito a far scendere in piazza il ceto medio del Paese, chi cioè tradizionalmente non si è quasi mai visto nelle strade. Lo sciopero non ha ottenuto la rinuncia al Governo del Presidente Chavez, e su questo l’opposizione ha rilanciato, raccogliendo le firme per il referendum di revoca di metà mandato, firme che, secondo i primi dati, sembrano aver superato di almeno tre volte il numero richiesto per legge”.

Come già accennato, sembra essere comunque la situazione economica di grande disagio che in Venezuela si sta palesando in queste ore, il punto sul quale tutte le parti in causa sono chiamate al confronto. Bafile riprende spiegando che “il Paese è in una situazione economica molto delicata. Lo sciopero ha sicuramente acuito alcuni tratti di crisi che nel Paese erano già presenti un paio di mesi fa: oggi si ritorna a parlare concretamente, e di controllo dei cambi e di controllo dei prezzi”, mentre nell’ultimo mese l’inflazione in Venezuela è aumentata secondo le stime ufficiali del 2,9%, contro un aumento dello 0,9% registrato nello stesso periodo del 2002.

Intanto ieri, a testimonianza delle difficoltà economiche del Paese, il Ministro dell’Energia venezuelano, Rafel Ramirez, ha annunciato una situazione di difficoltà per la PDVSA, l’azienda petrolifera del Venezuela, affermando che la crisi e la riduzione degli investimenti nel settore di vitale importanza per l’economia del Paese, sarebbero conseguenza diretta dello sciopero. Posizione, questa, su cui Bafile ammette di non concordare, ribadendo che “segnali di questo tipo erano già presenti mesi fa”, ma “comunque una situazione di crisi è innegabile: Chavez è certo chiamato ad intervenire, ma anche l’opposizione è interrogata da queste questioni”.

News ITALIA PRESS

 


 

Un continente in fermento tra crisi economica e risveglio dei popoli.

da "LIBERAZIONE" - Febbraio 2002 

 

Signor Bertinotti, sono una italo-venezuelana e in questi tempi mi sono impegnata a cercare di risvegliare la coscienza della comunità internazionale per quanto riguarda il problema che sta sconvolgendo il Venezuela. Ho scritto a giornali, giornalisti, organizzazioni, politici e devo dire che da alcuni ho ricevuto attenzione anche se con poche parole (ma sufficienti) mentre da altri il silenzio, che purtroppo mi sa di indifferenza. Mi auguro però che le mie parole servano comunque a far "ronzare" in testa la parola Venezuela. Purtroppo l'atteggiamento sempre meno democratico di Chavez sembra non essere considerato con la dovuta serietà e mi sono sentita veramente delusa leggendo che i sindacati italiani stanno facendo la guerra ed hanno dato le spalle alla Ctv (Confederacion de los Trabajadores de Venezuela) ed al suo leader Ortega accusandolo di essersi alleato con il "nemico". Purtroppo questa mentalità mi sa tanto da ottusaggine e provincialismo. Perché difendere ad oltranza la posizione di essere sempre e comunque contro gli industriali e classe imprenditoriale? Ma non capiscono i sindacati italiani che la Coordinadora Democratica (opposizione a Chavez) si è compattata per difendere la libertà e la democrazia di tutto il popolo venezuelano? A cosa serve essere divisi in un paese che si trova con una economia sfasciata, una insicurezza sociale insostenibile e una povertà in impressionante ascesa? Ma perché non pensano che oltre a quei pochi che vogliono solo trarre interessi personali da tutto questo c'è anche una grande maggioranza di industriali e imprenditori che vogliono poter lavorare (e si sottintende dare lavoro)? Questa evidente paura di pronunciarsi da parte dell'Europa davanti ad un personaggio come Chavez non dimostra un grande coraggio. Io personalmente temo che questa situazione in Venezuela (che sta coinvolgendo poco a poco tutto il Sud America) sia propizia alla nascita di un nuovo dittatore allo stile Saddam del quale ce ne potremmo pentire in futuro. Se si analizza la persona di Chavez e il suo operato non è difficile immaginario. Molti potrebbero pensare che io sia pazza a rivolgermi a lei per cercare un appoggio contro Chavez visto che entrambi appartenete alla sinistra, io non appartengo a nessuna parte, la politica non fa per me, invece sono certa che lei è una persona che sta ad ascoltare e capirà sicuramente ciò che ho voluto dire.

Barbara Bessone via e-mail

 

Signora Bessone...

 

 

Signora Bessone, come vede non sono indifferente a quanto lei scrive, ma non condivido assolutamente il suo punto di vista. Sono tornato da pochi giorni da un viaggio in America Latina durante il quale, prima in Argentina, poi in Brasile, a Porto Alegre, dove si è tenuto il Terzo Forum mondiale contro il liberismo, ho potuto conoscere esperienze straordinarie e innovative e incontrare diverse organizzazioni sociali, comunità italiane e locali, ed anche rappresentanti politici e istituzionali, fra le quali il presidente Chavez. Posso quindi dire, con qualche cognizione di causa in più rispetto al passato, di non essere assolutamente d'accordo con il quadro che lei ha tracciato. L'esperienza che oggi sta vivendo il Venezuela è pienamente inserita in un vero e proprio processo di rinascita dell'intero continente latinoamericano che costituisce un fecondo laboratorio di esperienze utile a tutte le forze democratiche anche in Europa.

Certamente le esperienze sono diverse, come diversi sono i caratteri dei protagonisti, da paese a paese. Ma si può intravedere un tratto comune, quello di un nuovo e diffuso protagonismo popolare, che si manifesta in una continua e creativa capacità di autorganizzazione sia nelle situazioni più drammatiche, come in Argentina, che in quelle dove ora soffia il vento del cambiamento e della speranza, come in Brasile. In queste situazioni si coglie una rinnovata "connessione sentimentale" fra il popolo e i suoi rappresentanti politici e istituzionali, per usare la famosa espressione di Antonio Gramsci, che, non a caso, è uno dei pensatori e dei dirigenti del movimento operaio più studiati in America Latina. Di tutti questi aspetti abbiamo parlato un paio di settimane in un forum pubblicato in questo giornale, mettendo a confronto tesi tra loro anche molto differenti, quali quelle di Gianni Minà e di Giuliano Ferrara. Torneremo a parlarne perché l'America Latina, ancor più dopo la splendida vittoria elettorale di Lula in Brasile, è tornata ad essere uno dei punti nevralgici della politica mondiale.

La situazione venezuelana va inserita in questo quadro che per alcune sue parti vede un risveglio dei popoli, fra cui quello che le sta a cuore, e che in altre conosce il dramma di una profonda crisi economica, sociale e politica derivante dall'imposizione delle sciagurate politiche del Fondo monetario internazionale, come in Argentina.

Il suo giudizio su Chavez mi appare tanto duro quanto infondato. Indubbiamente Chavez ha proprie caratteristiche non identiche a quelle di altri, come ad esempio Lula. Viene dai quadri dell'esercito, nel quale però ha sempre interpretato la figura del soldato del popolo, che è l'altra dimensione possibile degli eserciti sudamericani opposta a quella di essere spesso esecutori delle più feroci repressioni. Al contrario Chavez è tra chi si rifiuta di sparare contro le popolazioni in rivolta per il pane a Caracas nel 1989. Egli stabilisce così la sua "connessione sentimentale" con il popolo venezuelano. Quella che spinge una donna poverissima delle favelas a rispondere ad un intervistatore, che le chiede il motivo della sua adesione a Chavez, che finora lei e quelli come lei non avevano avuto assolutamente nulla, mentre ora vi è chi potrà dare a quelle donne e a quegli uomini cose che rispondono alla loro ricerca di dignità.

In Chavez sono evidenti due tratti, entrambi importantissimi nell'America Latina di oggi. L'attenzione ai problemi della comunità indigena e alle tematiche del movimento no-global. La prima si è manifestata concretamente nella nuova Costituzione venezuelana, che da questo punto di vista è forse la più avanzata nel mondo, con il pieno riconoscimento della diversità indigena, e quindi con un ampliamento della concezione e della pratica democratica. La seconda l'abbiamo conosciuta in tante occasioni e da ultimo a Porto Alegre. Chavez è pienamente cosciente, e lo proclama, che il successo della sua politica non deriva solo dai rapporti di forza interni, peraltro assai difficili, ma più ancora dal generalizzarsi di nuove esperienze democratiche in America Latina, dal Brasile all'Equador e dalla crescita su scala mondiale del movimento no-global. Chavez pone così il suo paese in connessione con i grandi fatti politici e sociali di questo tempo, sapendo di dovere contrastare questa globalizzazione capitalistica che, nel contesto latinoamericano, ha provocato i disastri sociali che sono evidenti a tutti e che si rinnovano nel paese potenzialmente più ricco del continente come l'Argentina.

Ed è precisamente questa politica che provoca ostilità sul piano esterno e su quello interno. I problemi sono nati quando Chavez si è decisamente mosso contro la proprietà latifondistica, si è pronunciato ed ha agito contro le privatizzazioni, ha promosso una difesa dello spazio pubblico nell'economia e nella società, ha deciso di affidare l'estrazione e la prima lavorazione del petrolio a società il cui 51 per cento fosse in mano venezuelana. Altro che questione democratica! Da lì è partita la reazione delle multinazionali e dei loro alleati interni. Da lì è partito lo sciopero nelle raffinerie, la cui analogia con quello dei camionisti in Cile nel 1973, che preparò il cruento colpo di stato contro Allende e la feroce dittatura di Pinochet, mi appare davvero clamorosa. Anche per questo i sindacati italiani hanno assunto una posizione negativa verso queste azioni. Non siamo di fronte ad una contrapposizione pregiudiziale nei confronti della classe industriale del Venezuela. Siamo, invece sì, di fronte allo smascheramento di tentativi di sovvertimento della volontà popolare, giunti fino al tentativo per ora sventato di colpo di stato, che a malapena celano sostanziosi interessi proprietari strettamente collegati con la nuova dimensione mondiale del capitalismo.

D'altro canto ci si potrebbe anche chiedere in quale altro paese sarebbe potuto avvenire un boicottaggio di queste dimensioni, senza assistire ad una massiccia repressione, il che non sta accadendo in Venezuela. Eppure la rivolta contro Chavez è capitanata da figure tutt'altro che irreprensibili, proprio sul terreno delle pratiche democratiche. Una di queste è il capo della Confindustria, socio di quello che tentò il colpo di stato dello scorso aprile e che ora si è rifugiato in Colombia. Un'altra è rappresentata dal capo di un sindacato che rappresenta solo il 7 per cento della forza del lavoro in Venezuela. Una terza è costituita dal famoso Carlos Andres Perez che ha ridotto in povertà il paese e che alla fine del suo mandato è risultato essere il terzo nella classifica degli uomini più ricchi del Sud America.

Quanto poi alle accuse a Chavez di essere un dittatore, bisognerà pure fare i conti con i dati di fatto e la storia, anche solo la più recente. Chavez è passato attraverso sette legittimazioni elettorali nel giro di pochi anni, ha resistito ad un colpo di stato, è stato ultimamente rieletto con il 60 per cento, mentre il referendum sulla Costituzione da lui voluta è passato con il 90 per cento dei voti. Non sono in molti a vantare un simile curriculum di passaggi democratici superati. L'accostamento a Saddam è del tutto strampalato, ma ciò che è peggio è che purtroppo rivela una tendenza a negare la possibilità di esistere a chi conduce una politica alternativa sul terreno economico e su quello democratico e istituzionale agli schemi e alle dottrine del liberismo.

Naturalmente lei mi potrebbe obiettare che il venire eletti democraticamente non garantisce da successive tentazioni dittatoriali. E mi potrebbe portare esempi tanto famosi quanto tristi tratti dall'esperienza della nostra vecchia Europa. Ma, come appunto dimostrano quei casi, nessun dittatore, una volta diventato tale, ha mai accettato di sottoporsi ad un democratico pronunciamento elettorale, a meno che non si trattasse di plebisciti o di elezioni truccate. Mi vorrà dare atto che non è il caso del Venezuela.

Fausto Bertinotti

 


11 Marzo 2003
La crisi venezuelana nelle opinioni di Massimo D’Alema
da La Voce d'Italia


Il Presidente dei Democratici di Sinistra analizza criticamente il modo di agire del Governo Chávez – Esprime profonda preoccupazione per le sorti del Paese e soprattutto della comunità italiana che qui risiede – Condanna per l’arresto di Fernández e i mandati di cattura verso leader dell’opposizione

di Massimo D’Alema

Nel contesto internazionale, segnato dalla drammatica vicenda dell’Irak e dalle durissime conseguenze che una guerra “preventiva” avrebbe ben oltre i confini mediorientali, la situazione del Venezuela colpisce per la sua gravità ed apparente insensatezza.

L’impegno ed il coinvolgimento della comunità internazionale, di fronte alla incapacità del Presidente Chavez, di comprendere le pressanti richieste di larghissimi settori sociali venezuelani, è stata significativa.

Da mesi l’OSA, Organizzazione degli Stati Americani, ed il suo Presidente Gaviria, sono attivamente all’opera per ricucire un dialogo tra governo e società civile, e scongiurare sbocchi violenti ancora più gravi di quelli già verificatisi fino ad ora.

L’ex Presidente statunitense, e Premio Nobel per la pace, Jimmy Carter, ha svolto un’azione stringente e meritoria al fine di conquistare e garantire una scadenza certa e condivisa per una verifica elettorale e democratica della piena legittimità del Presidente Chavez e del suo governo.

Il Parlamento Europeo ha assunto posizioni importanti sollecitando la ripresa del dialogo tra le componenti.
Infine, su iniziativa del governo Lula, è stato opportunamente costituito il “Gruppo dei paesi amici” del Venezuela, che sta attivamente operando in direzione di uno sbocco pacifico e democratico della crisi sociale e politica venezuelana.

Tutti questi sforzi della comunità internazionale potrebbero essere vanificati da atteggiamenti di rottura, demagogici e strumentali che paiono prevalere nelle posizioni del Presidente Chavez. A tratti si ha la sensazione che egli, in luogo di attivarsi, da legittimo Presidente, per uno sbocco equilibrato ed equo della grave crisi, preferisca suscitare risentimento e surriscaldare ulteriormente gli animi, alzando la tensione invece di abbassarla. Mi chiedo se sia questo il ruolo di un Presidente che voglia rappresentare complessivamente il proprio popolo. Il rammentare i gravi errori ed i fenomeni di corruzione ingiustificabili dei governi precedenti, non giustifica un atteggiamento di scontro, pericoloso e gravido di possibili nefaste conseguenze.

Il Presidente, così facendo, non solo radicalizza i propri oppositori, rafforzandone le componenti marcatamente di destra e antidemocratiche, che puntano persino ad un colpo di Stato pur di raggiungere l’obiettivo di destituirlo. Così facendo getta coscientemente discredito addosso a quella ampia sinistra venezuelana, destinata ad essere la vera vittima politica di questa vicenda. E tutto questo mentre la radicalizzazione populistica e avventurista dello scontro sociale, rischia di allontanare per lungo tempo tantissimi cittadini venezuelani dagli ideali della sinistra e del socialismo democratico.

Questa è una preoccupazione non solo mia e dei Democratici di Sinistra italiani, ma di tutte le forze politiche che compongono quella grande organizzazione globale della sinistra democratica che è l’Internazionale Socialista. Soprattutto dopo le gravissime vicende dell’arresto di alcuni dei leader del grande sciopero, il residuo credito che il Presidente Chavez ancora godeva in ambienti della sinistra europea e latinoamericana si è andato via via assottigliando.

La Internazionale Socialista, dopo aver fermamente condannato il tentativo di colpo di Stato e di chiusura del Parlamento, attuati nell’aprile del 2002, è tornata ad intervenire sulla realtà venezuelana. Lo ha fatto in occasione del suo Consiglio generale che abbiamo ospitato a Roma il 20 e 21 gennaio scorsi. In quella occasione venne approvato un documento molto esplicito e fermo nel chiedere al governo venezuelano che rispetti i diritti umani, civili e politici, e che non impedisca l’attuazione delle disposizioni costituzionali che garantiscono lo sbocco pacifico ed elettorale della crisi.

A tutte queste considerazioni va aggiunta anche una preoccupazione specifica per noi italiani: in Venezuela risiede, perfettamente integrata e parte attiva e protagonista della vita economica, sociale e civile del paese, una importante collettività di origine italiana. Se per un verso l’attenzione che prestiamo, come sinistra democratica italiana, alla situazione che attraversa il Venezuela, è dettata da considerazioni politiche generali e dalla preoccupazione per le sorti della democrazia in un paese amico, a cui ci lega una profonda simpatia umana e culturale, per altro verso la presenza di una collettività italiana, formata da centinaia di migliaia di persone, ci sprona a prestare ancora più attenzione a questa congiuntura difficilissima. Penso che anche il governo italiano dovrebbe attivarsi maggiormente e avere un protagonismo al livello richiesto dalla gravità del momento e dalla folta presenza di nostri connazionali nel paese.



Il Canile in Festa

Chávez, in questi giorni sta festeggiando, con il suo tipico alleluia in attesa della Domenica delle Palme, cioè cantando, declamando e ballando, circondato da numerosi comunisti provenienti da tutto il mondo, appositamente invitati a spalleggiare il suo progetto "rivoluzionario" antistatunitènse, antiglobalizzazione, antimperialista, mentre i bronzi del suo "amico dell'anima", anzi "fratello dell'anima" come ama definire Saddam, decapitati, venivano calpestati e rotolati lungo le vie delle principali città di Iraq, sta festeggiando, dicevo, il primo anniversario del massacro di Miraflores che lui stesso aveva organizzato e condotto a termine l'11 Aprile di un anno fa quando, sotto il piombo di franchi tiratori armati e protetti dall'ufficialità, erano abbattute, indifese, oltre venti persone e gravemente ferite alcune centinaia durante una pacifica numerosa manifestazione che aveva avuto la temerarietà di avvicinarsi appunto alla residenza presidenziale. Il giorno prima infatti, Chávez, invitando, anzi ordinando a uno dei suoi generali (Rosendo) di fare altrettanto, aveva pontificato: "Io sono già pronto con il mio fucile e la divisa da campagna a far fuori chiunque si avvicini al Palazzo o intenti a contrastare la mia rivoluzione".

I Generali non lo seguiranno ma ci penseranno gli "eroi", mercenari, appartenenti ai "circoli bolivariani" a difendere la rivoluzione massacrando a mansalva i compatrioti armati di bandiere, fischietti e "cacerolas".

Così, a Caracas, si sta festeggiando alla grande, con uno sperpero di circa 20 milioni di Euro, la gran prodezza, mentre i bambini muoiono negli ospedali per mancanza di medicamenti e nelle strade per fame, mentre nei barrios la delinquenza fa più morti che nella guerra in Iraq e mentre la disoccupazione impoverisce ai limiti della miseria la maggioranza della popolazione. I ricordi dei giorni successivi al massacro che provocò anche la rinuncia del presidente sono noti: lo sciagurato tentativo di un Governo provvisorio fascista e il ritorno di Chávez con il Crocefisso in mano che l'ingenuità venezuelana interpretò come un mea culpa e una richiesta di perdono per aver causato ancora una volta delitti contro l'umanità mentre in realtà era, secondo un autorevole portavoce bolivariano, un ammonimento del popolo e un riconoscimento divino: "Chàvez è più potente di Gesù Cristo perché gli sono bastati solo due giorni per risuscitare". Da allora i disastri del regime continuano a ritmo impressionante sulla falsariga della "rivoluzione cubana" definita "mare della felicità".

A questo punto è d'obbligo una domanda: Com'è possibile che ancora il 30% della popolazione insista a puntellare una persona squilibrata, dalla retorica irritante, che in Cina giura di essere maoista, in Russia si augura il ritorno della vecchia U.R.S.S. scandalizzando Putin, a Baghdad è mussulmano, con i protestanti è protestante, con i cristiani è cattolico e romano amico del Papa (giorni prima aveva definito la Chiesa un tumore della società), in Colombia guerrigliero, in politica economica il più imperialista dei liberali? Si definisce "aquila che non va a caccia di mosche" non per godere lo spazio dei cieli e prendere grandi decisioni, fare analisi profonde, risolvere i gravi problemi della povertà e dello sviluppo ma perché da lassù è più facile lanciare disprezzo alle istituzioni, persone e cose che sono superiori a lui e al suo progetto che fa ritornare il popolo ai tempi di Stalin.

Com'è possibile che anche Italiani o Italo-Venezuelani siano invischiati nei già tristemente famosi "circoli chavisti", per di più battezzati con nomi illustri come Antonio Gramsci facendo grande danno alla Storia e allo stesso partito comunista italiano? E addirittura Fausto Bertinotti, incredibilmente, prende posizione a favore di Chàvez che non "si rifiuta di sparare contro la popolazione" inerme e pacifica mentre la sua intenzione di governo come nuovo "risveglio dei popoli" è la stessa di Stalin, Hitler, Saddam e Castro. Bene ha fatto Rai Internacional a snobbare, a suo tempo, la visita di Chàvez in Italia e bene farebbero le Camere a dare un aiuto morale ai nostri connazionali, e sono molti (cito come esempio i Ferrari, gli Scarano di Valencia) costantemente presi di mira dall'ufficialità e dai militari. Com'è possibile?

Pavlov, fisiologo russo (1849-1936), Nobel nel 1904, scoprì che gli animali da laboratorio, obbligati a una prolungata tensione fisica o psichica mostrano tutti i sintomi del collasso nervoso. Il cervello di questi animali, per non voler far fronte a una situazione intollerabile, fa sciopero e non lavora più (il cane perde coscienza) o sabota (il cane assume una condotta irreale o dimostra sintomi fisici isterici). Nemmeno il più stoico dei cani può resistere all'infinito. Se la tensione è prolungata ed intensa, entrerà in collasso in maniera aperta e totale come il più debole della specie.

È ciò che sta succedendo in Venezuela. Molti di noi hanno il "choc" di Varela, Diosdado, Maduro, Bernal, Isaias...etc- Tutti abbiamo il "choc" di Chávez. Ogni persona, come il cane, ha il suo limite personale di tolleranza. Sono passati più di quattro anni. Quattro anni. La vita è una freccia. E quattro anni di questa freccia, in queste condizioni, può risultare un'eternità. Un inferno d'eternità.

Non so se Chávez si sta ispirando a Pavlov, però è certo che vuole la classe media, la società civile, gli stranieri anche per le sue ambizioni antiglobalizzazione, i militari soprattutto e magari anche i mezzi di comunicazione al limite di tolleranza celebrale perché così è più facile istallare in loro nuovi modelli di comportamento, modelli che si radicano per sempre. Molti sono i suoi metodi per produrre tensioni psicologiche: le continue estenuanti catene televisive, il propagare volutamente la corruzione per plagiare e obbligare all'obbedienza, le minacce e minacce, la violenza in tutte le forme, l'impoverimento che nel popolo crea paura e paura, ira, ansietà, stanchezza e tutte le forme di malattia.

Come Hitler, anche Chávez intensifica la suggestività lasciando al limite gli ospedali e le università, gli Stati e i Comuni affinché il collasso sia globale. Questa paura prolungata pone le condizioni per accettare qualsiasi tipo di ideologia o qualsiasi autogolpe. Chávez, apparentemente, il cervello già lo lavò ai suoi cani. Speriamo che il canile non allarghi i confini. E che questa di Caracas sia l'ultima delle feste del canile.

Valeriano Garbin

Dichiarazione degli Italiani residenti in Venezuela e degli Italo-Venezuelani che appoggiano la Rivoluzione Bolivariana e il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Hugo Rafael Chávez Frías in occasione del primo anniversario del Colpo di Stato dell’ 11 Aprile del 2002

A un anno dal colpo di Stato fascista che tentò di sovvertire l'ordine costituzionale e deporre il Presidente del Venezuela legittimamente eletto, noi Italiani e Italo-Venezuelani che viviamo in questo Paese che consideriamo come la nostra seconda Patria, dichiariamo il nostro appoggio al processo di cambio impresso dal Governo Bolivariano che presiede Hugo Rafael Chávez Frías, per le seguenti ragioni:

Dopo decenni durante i quali si sono succeduti diversi governi falsamente democratici che hanno privilegiato una elite e defraudato la grande maggioranza popolare, per la prima volta in 40 anni è cominciato un vero processo di trasformazioni democratiche a favore del popolo il quale si sente identificato con il Governo e con il suo Presidente.

Il Governo costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela sta adottando politiche economiche e sociali (riforma agraria, riforma del sistema della sanità, consigli di pianificazione locale, ecc.) che puntano a una distribuzione della ricchezza più giusta ed equa, permettendo la partecipazione nelle grandi decisioni nazionali dei settori sociali più umili che non sono mai stati presi in considerazione dai precedenti Governi.

Il Governo costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela è un Governo di sovranità nazionale che privilegia gli interessi del Paese, invece di quelli delle grandi compagnie transnazionali.

Il Governo costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela si oppone alla privatizzazione dell'industria nazionale ed in particolare di quella petrolifera PDVSA, che, essendo una delle aziende più grandi del mondo in questo campo, è il motore principale dell'economia nazionale, patrimonio di tutto il popolo venezuelano, indispensabile per la sua sopravvivenza e il suo futuro sviluppo, e non di una ristretta cerchia di tecnocrati corrotti e incapaci che pretendevano continuare ad amministrarla come se fosse loro proprietà privata e che, a parte di promuovere i propri interessi personali, sembravano più disposti a favorire quelli stranieri piuttosto che quelli nazionali.

La Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela è stata approvata con un referendum popolare dalla stragrande maggioranza del popolo venezuelano ed è una delle costituzioni più moderne e democratiche che esistano al mondo, nella quale si stabilisce un tipo di democrazia partecipativa, invece della tradizionale democrazia rappresentativa; si riconoscono i diritti dei settori sociali tradizionalmente esclusi, come ad esempio le etnie indigene, mai prese in considerazione nelle così chiamate democrazie rappresentative del continente americano.

Hugo Rafael Chávez Frías è stato eletto per ben due volte nelle elezioni presidenziali, una nel 98 e un’altra nel 2000 con una grande maggioranza popolare ed è pertanto il legittimo presidente di tutti i Venezuelani e di tutti quei cittadini di altri Paesi che desiderino risiedere in questo Paese.

Il Presidente Hugo Rafael Chávez Frías è uno dei pochi Capi di Stato che si oppongono coraggiosamente al disumano progetto economico neoliberale globalizzante.

Il Presidente Hugo Rafael Chávez Frías è forse l'unico Capo di Stato dell'America Latina che si oppone al progetto neocoloniale imperialista americano che rappresenta l'ALCA (Associazione per il Libero Commercio dell'America).

Tutti i cittadini della Repubblica Bolivariana del Venezuela e anche gli stranieri che qui risiedono, godono di assoluta e piena libertà di espressione e di movimento; non esistono prigionieri né perseguitati politici, persone scomparse o private della loro libertà in modo arbitrario. I mezzi di comunicazione non sono mai stati censurati, anche se la maggior parte di essi, incluso la Voce d’Italia, giornale della comunità italiana in Venezuela, si oppone al Governo.

Questo cambiamento in corso, essendo veramente democratico, si svolge nonostante incontri una feroce resistenza da vari settori dello stesso Stato che sono ancora controllati dalle vecchie elites di potere come ad esempio, alcuni corpi di polizia, ampi settori del potere giudiziario, governi regionali, province ecc, che si sono uniti in un piano cospiratore, per tentare di reinstallare il vecchio ordine.

Vogliamo inoltre far sapere ai nostri concittadini italiani, venezuelani e al mondo in generale che:

Ripudiamo categoricamente i tentativi costanti da parte di una opposizione politica fascista e antidemocratica rivolti a sovvertire l'ordine costituzionale vigente. Il colpo di Stato dell’Aprile dell'anno scorso, la serrata patronale e dei commercianti, il sabotaggio terrorista dell'industria petrolifera nazionale dello scorso Dicembre, sono tra i più noti esempi di questa tendenza, e consideriamo questi, come la più evidente conferma che l'opposizione non ha nessuna intenzione e possibilità di sconfiggere il governo con metodi elettorali costituzionali e democratici.

Ripudiamo categoricamente l'attitudine discriminatoria, razzista, antietica, tergiversante della maggior parte dei mezzi di “comunicazione” nazionali (compresa la Voce d’Italia), quando “informano” sui fatti del Venezuela, facendo gli interessi di determinati settori economici (proprietari di questi mezzi), sia nazionali che stranieri, schierandosi sfacciatamente, contro ogni etica professionale, dalla parte dell'opposizione.

Ripudiamo categoricamente il crescente sentimento fascista nato, purtroppo, in ampi settori della classe media venezuelana, istigata costantemente dai mezzi di comunicazione e da una profonda ignoranza e disprezzo del sentimento popolare delle classi sociali più umili. L'intolleranza politica che dimostrano questi settori con le persone della loro stessa classe che non condividono le loro opinioni e che per questa ragione vengono aggrediti fisicamente e moralmente e soffrono l'ostracismo sociale, ne è la miglior prova.

Ripudiamo categoricamente l'assassinio dei lider popolari e contadini (più di settanta) che hanno lottano ed appoggiato il processo bolivariano, fatto da parte dei latifondisti e sicari al soldo dei potenti, che ostinatamente si oppongono ai cambiamenti e alle riforme sociali che il Governo, assieme al popolo, sta tentando di mettere in pratica.

Ripudiamo categoricamente l'arrogante posizione delle classi economiche dominanti del Venezuela che non vogliono rendersi conto che è giunto il momento di intraprendere i cambiamenti strutturali, sia economici che sociali, che possono rendere più democratica la distribuzione della ricchezza di un Paese ricco di risorse naturali, ma dove l' 80 % vive in uno stato di povertà cronica.

E infine, ripudiamo l'ingerenza di Governi stranieri come quello degli Stati Uniti d'America e di quello spagnolo- fra gli altri- nella politica non solamente del Venezuela, ma di tutti gli altri Paesi del mondo, richiamandoli a rispettare la volontà di autodeterminazione dei vari Paesi che formano la comunità internazionale.

Caracas, Aprile del 2003

Italiani e Italovenezuelani che appartengono alle seguenti organizzazioni:

•Clase Media en Positivo di: Caracas, Los Teques, Lecheria, Puerto La Cruz, Maracay, Barcelona, Cumaná, Guarico, Barinas, Mérida, Maracaibo, Puerto Ordaz e Ciudad Guayana

•Círculo Bolivariano Antonio Gramsci

•Círculo Bolivariano Leoncio Martínez Soberano

•Emergencia Patriotica 333

•Foro Constitución y Paz

•Quinto Poder

•Técnicos y Profesionales Bolivarianos

•Guardianos de la luz

•Patria Joven

•Ciudadanos por la Defensa de la Constitución

•Grupo Cristiano Catedra Libre Monseñor Romero de la Universidad Central de Venezuela

•Fundación Latinoamericana para los Derechos Humanos y el Desarrollo de las Comunidades

•Expresión Veraz de la Universidad Central de Venezuela•Grupo 13 de Abril

•Organización Integral de Empresarios,

•Voz Urgente

•Petrólero por Venezuela

•Empresarios por Venezuela


Venezuela, un paese in agonia

di M. Bafile

Il Venezuela è giunto all’appuntamento del primo maggio con una delle più gravi crisi economiche, politiche e sociali della sua storia. La disoccupazione ha raggiunto livelli superiori al 20 per cento e l’economia informale occupa circa il 55 per cento della forza lavoro. Tra le ditte, soprattutto quelle piccole e medie, è un’ecatombe. Nel corso del 2002 più di cinquemila hanno chiuso i battenti. Lo sciopero generale indetto dall’opposizione nello scorso dicembre ha contribuito ad accentuare la depressione e attualmente una misura restrittiva nell’erogazione dei dollari le sta definitivamente strozzando. Da più di tre mesi nessuna impresa venezuelana, neanche quelle che producono alimenti o medicine, riceve un solo dollaro. Si prevede che tra pochissime settimane non ci saranno più latte in polvere nè farina per il pane e sono ormai moltissimi i farmaci che sono scomparsi dal mercato.

Da più di dieci anni il Venezuela è impantanato in gravi crisi economiche. A poco serve che sia il quinto produttore di petrolio del mondo, poco lo aiutano le sue immense risorse minerarie e l’estensione di terra fertile. Governi più o meno corrotti, più o meno inetti, hanno contribuito ad erodere il benessere dei venezuelani, ad accrescere le sacche di povertà.

Tuonando, con parole di una violenza premonitrice, contro l’inettitudine e la corruzione dei passati governi nelle elezioni del 1998 si è presentato al paese, come un’alternativa possibile, l’attuale Presidente Hugo Chávez. Lo stesso che nel ’92 aveva capeggiato un colpo di stato per togliere dal potere il Presidente Carlos Andrés Pérez. Fu quella la prima volta che apparve sugli schermi di tutto il paese il volto del tenente colonnello che oggi è Presidente della Repubblica. Il colpo di stato, secondo sue dichiarazioni, era stato preparato e sognato durante 10 anni.

Una volta alla presidenza le speranze di benessere e pace sociale, di lotta alla corruzione e alla delinquenza, si sono diluite poco a poco nel corso dei primi due anni di governo. Rare voci, in quei primi due anni, si levavano per denunciare una pratica politica che scivolava inesorabilmente verso l’autoritarismo e soprattutto brillava per incapacità di gestione della cosa pubblica. Irregolarità nella costituzione di poteri pubblici tanto fondamentali come quelli del “Fiscal General de la República”, “Contralor”, “Defensor del pueblo”, giustificati dall’emergenza della transizione, sono passate nonostante le denunce di giuristi e tra l’indifferenza generale. Il popolo venezuelano, poco avvezzo a occuparsi di politica, non ha rinunciato a vacanze né a week end per andare a votare nelle otto elezioni indette dal governo, convinto che, superato quel momento di transizione, il paese avrebbe trovato un cammino di pace e di prosperità. Il risveglio da questo sogno è stato brusco e doloroso. Una popolazione festaiola e qualunquista ha capito che la sua vita si stava disgregando e che era necessaria la partecipazione. Il 2002 è trascorso tra scioperi, serrate, manifestazioni, morti e feriti. Un tentativo di colpo di stato, avvenuto l’11 aprile del 2002, ha coinvolto anche un importante gruppo di militari. Ma il governo non ha mai ceduto. Chávez, uscito di scena per meno di 48 ore, è tornato al potere e, dopo poco tempo, il suo discorso ha ripreso i toni violenti del passato. Come se non fosse accaduto nulla.

L’11 aprile del 2003 i suoi sostenitori hanno festeggiato il ritorno del Presidente con una grandissima manifestazione alla quale hanno partecipato personaggi legati ai movimenti di sinistra più radicali di tutto il mondo. Primo fra tutti Ramonet, direttore di Le Monde Diplomatique. C’era anche Hebe Bonaffini in rappresentanza delle Madri di Plaza de Mayo. Una presenza che ha fatto male ai rappresentanti della sinistra venezuelana che, per un 80 per cento, è schierata all’opposizione. In quegli stessi giorni rappresentanti storici della sinistra del paese hanno organizzato un forum per spiegare agli invitati stranieri la realtà di un governo che, lungi dal poter essere catalogato di sinistra, sta screditando la vera sinistra e non ha fatto assolutamente nulla per migliorare le condizioni di vita delle classi più povere. È riuscito solamente a creare un nemico e a far sognare la vendetta. Troppo poco per riempire lo stomaco di una popolazione sempre più affamata, troppo poco per consolare i familiari delle vittime uccise dalla delinquenza in quella che è una guerra molto più sanguinaria di tutte le guerre che si combattono nel continente. Ogni fine settimana il numero dei morti ammazzati in Venezuela oscilla attorno alle 100 persone.

Senza parlare di tutti coloro che muoiono nelle corsie di ospedali che possono contare solamente sulla mistica di lavoro di medici mal pagati. Nella zona di Guayana, una delle più ricche del paese per i giacimenti minerari, la mortalità infantile da 19 per mille è arrivata a 77 per mille. I medici non hanno neanche le siringhe, le apparecchiature per esami radiologici sono ferme per mancanza di materiale e lo stesso vale per i laboratori di analisi e tutto il resto.

A Guasdualito, zona di frontiera, passaggio di guerriglieri e paramilitari, si può contrattare un sicario per 10 dollari. La vita si svaluta giorno dopo giorno. La parola diritti umani non ha alcun significato. Non esistono diritti umani per nessuno, né per il cittadino comune che rischia di restare ucciso da un delinquente affamato, né per i carcerati che nell’inferno delle galere, muoiono per rese di conti, per fame, per malattie infettive e sono sottoposti ad ogni tipo di vessazione da chi li dovrebbe proteggere. La giustizia è lenta e costosa. La corruzione impazza senza freni. Sui mezzi di comunicazione si moltiplicano le denunce. Inutilmente. Nell’aria si respira una forte depressione e sembra che il cittadino comune abbia perso la capacità della sorpresa, dell’indignazione.

In un panorama così buio l’unica speranza di soluzione pacifica ed elettorale è il referendum revocatorio previsto dalla Costituzione e che dovrebbe essere indetto a partire dal 19 agosto, giorno in cui si compie la metà del mandato presidenziale. Un preaccordo concertato nel tavolo di negoziazione e accordi presieduto dal Segretario generale dell’OSA César Gaviria, è stato rifiutato all’ultimo momento dalle forze del governo per ordine del Presidente Chávez e del partito MVR da lui fondato. Ma il referendum è previsto dalla costituzione e il governo può solo allontanarlo nel tempo. Per prepararsi meglio. E già si incominciano a denunciare brogli elettorali. Il registro elettorale apparentemente si sta arricchendo di stranieri (ecuadoriani, colombiani, cinesi) che il governo starebbe “importando” per assicurarsi una maggioranza di voti. I partiti cercano di ricostituirsi e di crearsi una credibilità che permetta loro di riprendere le redini di un’opposizione demoralizzata e sempre più arrabbiata. Rabbia e disperazione che potrebbero esplodere in manifestazioni violente. Il futuro è molto incerto e intanto il Venezuela è in agonia.

Il mondo non può restare indifferente. Le forze democratiche di sinistra non possono far finta di non sapere. Oggi più che mai è importante la presenza del mondo e in particolare dell’Europa per evitare altra violenza, altro sangue in Venezuela e aiutare le forze democratiche a risolvere la crisi in forma pacifica.