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Chàvez,
l'apprendista dittatore
Il
grave "problema" Chàvez incomincia nel febbraio del 1992
quando, accompagnato da alcuni ufficiali, il Comandante (tenente
colonnello) Hugo Rafael intentò il colpo di Stato contro il governo di
Carlos Andrés Pérez. Potrebbe anche incominciare dal secolo XIX, nella
lunga provvidenziale catena di "caudillos" sui quali i
venezuelani amavano e amano deporre le loro speranze. Però questa storia,
a differenza delle altre, non è ancora conclusa.
Dopo
due anni e mezzo di carcere Chàvez e compagni furono graziati dal
presidente Caldera. Il Comandante incontrò subito nuovi amici. Egli
sosteneva dal 1992 anche una relazione epistolare con i "Carapintadas"
argentini che visitò nel '94 appena posto in libertà. Lì incominciò un
fruttifero vincolo con il sociologo Norberto Ceresole che lo orientò con
la formula "caudillo-Esercito-popolo", per il potere nazionale e
il "confronto strategico" tra i governi e movimenti
antinordamericani riuniti in "poli" contro l'egemonia degli
Stati Uniti, per i contatti internazionali.
L'incontro
Fidel Castro-Hugo Chàvez, sempre nel '94 fu come una consegna del
"testimone" in questa nuova corsa per riorganizzare la sinistra
a livello mondiale (senza disprezzare l'amicizia con il terrorismo dei
guerriglieri della FARC e dell'ELN) una sinistra che sarà
"rivoluzionaria e bolivariana". La solidarietà cubana non
abbandonerà mai Chàvez e lo sta seguendo come un'ombra anche oggi.
Solidarietà ben pagata dal Comandante venezuelano con petrolio ed in
mille altre maniere.
A
questo punto, di fronte alla perdita di prestigio dei partiti
tradizionali, Acción Democratica e Copei che avevano tenuto il potere dal
1959 al 1993, Chàvez decide di raggiungere il potere attraverso la via
elettorale appoggiato da una buona maggioranza che vuole un governo
"serio e forte" e che crede alle promesse di eliminare la
corruzione, la criminalità e soprattutto la povertà con lo slogan
"con Chàvez comanda il popolo".
Ben
altri si dimostrarono gli obiettivi del nuovo governo. Non solo a capo del
governo c'era un leader immaturo e antidemocratico ma si era presto
formato un suo intorno rigido, ideologico, una miscuglio di sinistra
confusa, elementare, castrista-comunistra, neomarxista combinata con un
fascismo ugualmente elementare, il tutto alimentato da una retorica
irriverente, intollerante e brutale, una intrigante matassa di populismo,
lotta di classe, irresponsabili attacchi a tutte le istituzioni, Chiesa
compresa, alimentati dall'emozione della vendetta popolare alla cosiddetta
"oligarchia".
Chàvez
ristruttura tutti i poteri e trasforma la speranza democratica in speranza
rivoluzionaria, confusione che colloca il Paese in una crisi
istituzionale, sociale, politica ed economica. E dilapida in quattro anni
quell'80 per certo di appoggio popolare e dilapida 150 mila milioni di
dollari.
Il
Comandante non governa, non ha mai governato. Non ha concretato nessuna
azione di governo. Non solo è solo retorica ma violenta costantemente la
sua propria Costituzione, distrugge per ignoranza e irresponsabilità
l'azienda pubblica mentre la corruzione sprofonda la crisi ereditata
portandola a livelli intollerabili per la popolazione. Lo Stato è in
questo momento in rovina. La Nazione è senza destino. La
"rivoluzione bolivariana" è servita a dividere la società
creando odio e risentimento, a reprimere la libertà di pensiero, a
formare ed armare i "circoli" che mantengono in scacco la
popolazione, a far emigrare i più preparati, ad emanare leggi di
ideologia e dogmi antichi e decadenti danneggiando la nazione in maniera
irreversibile. Solo due esempi. "La Legge della Terra" consacra
l'obbligo dello Stato a finanziare tutte le tappe del processo, dalla
dotazione della terra, le sementi, fino al mercato e in più concede
sussidi per i fortunati del miracolo. Con la "Legge
d'Idrocarburo" la "rivoluzione bolivariana" decreta la
decadenza di Pdvsa e il mondo del petrolio venezuelano. La permanente
politica antiestatunitense si scontra con il tradizionale mercato tra le
due nazioni. Messico ha già preso il nostro posto. Alla Exxon Mobil si
preferisce Qatar come se Qatar fosse un probabile mercato per il gas
venezuelano e non un suo grande rivale. Non a caso Chàvez licenziò oltre
sedici mila operatori, i migliori dell'industria dello Stato considerata
fino a due mesi fa la seconda migliore ditta del mondo. La Costituzione
del '99 è per un Paese irreale. Lo Stato assume i più diversi obblighi:
abitazione, salute, educazione, lavoro, sicurezza sociale etc. obbligano
lo Stato in tutte le loro implicazioni. Da "Alice nel paese delle
meraviglie" alla Cassa di Pandora del populismo. Una cassa già
completante vuota. Siamo tutti sequestrati. La proprietà privata in
pericolo. Soprattutto quella dell'emigrazione.
Noi,
gli stranieri, anche noi Italiani facciamo parte del "sovrano",
del popolo, siamo la migliore parte e se è vero che non abbiamo
potuto, saputo, voluto entrare nella lotta politica è altrettanto vero
che siamo il settore incontaminato di questa lotta. La nostra presenza
nella politica di sviluppo è soprattutto fedeltà assoluta e inderogabile
alle garanzie di democrazia, libertà e fiducia nella volontà delle nuove
leve, del loro prestigio e della loro dignità. In libertà. Nessuno come
noi ha seguito il cammino della libertà. Noi, gli emigranti, abbiamo
pagato con il sacrificio di tutta la vita lasciando famiglia, paesi che ci
hanno visto nascere e amici per amore alla libertà sintetizzata nel
lavoro, nell'integrazione, nel multiculturalismo. Perché in Venezuela gli
emigranti non sono considerati? Ciò che sta succedendo non è forse un
problema anche nostro? Come non è un problema nostro se siamo noi i
saccheggiati, se ammazzano i nostri compatrioti, se ci sequestrano, se ci
obbligano ad abbandonare il paese? Dobbiamo continuare a pagare adesso con
il sangue l'incoerenza di una politica assassina, di una politica suicida?
Valeriano
Garbin
Valencia-Venezuela
Chávez
aposta na democracia para vencer o terroris
mo
Em
entrevista coletiva, o presidente falou sobre a importância de unir a América
do Sul e deu a sua versão dos fatos da conturbada situação venezuelana
Laura
Cassano
O
presidente venezuelano
Hugo Chávez é constantemente apresentado pela grande mídia como sendo
uma das vozes do 'eixo do mal'. Mas certamente não foi um tom deste tipo
que ecoou na sala da Assembléia Legislativa, em Porto Alegre, onde o
presidente deu uma coletiva para a imprensa. Bem humorado e mostrando-se
bastante disponível, Chávez cumprimentou a todos e respondeu de forma
sempre muito serena, mas bastante decidida.
O
presidente fez uma breve análise da situação em que a Venezuela se
encontra atualmente antes de dar início às respostas das perguntas. Ele
disse que na Venezuela há verdadeiramente uma crise histórica. Uma crise
tão profunda e estrutural que arriscou caracterizá-la como sendo uma
crise “epocal”. Não só a Venezuela, mas o mundo, para Chávez, também
está entrando em uma crise epocal. E a repercursão do Fórum Social é
um indicativo disso: “uma crise é verdadeira quando algo está para
morrer e efetivamente não morre e o que está para nascer não consegue
nascer”. Para Chávez é exatamente isso que acontece na Venezuela e o
trabalho dele, juntamente com o povo, é de fazer com que algo novo nasça.
Suas aspirações, no entanto, estão sempre baseadas no princípio democrático
de seguir o que está na constituição.
Quando
questionado sobre as perspectivas de fortalecimento da Venezuela através
da aproximação com Lula e Fidel, Chávez afirmou que não é
através de uma proposta
de um grupo amigos, ou seja, de países amigos que vá se
solucionar os problemas destes países. “É preciso um projeto político,
ético e acima de tudo anti-neoliberal”. O presidente insistiu no fato
de que a proposta não pode ser de uma democracia superficial e falsa como
a que tiveram na Venezuela durante muito tempo. Para exemplificar o que
quer dizer quando se refere a um projeto de democracia participativa, e não
meramente representativa, Chávez mostrou um livro tão pequeno que cabia
na palma de uma das mãos: a Constituição venezuelana, uma das
poucas -- se não a única do continente -- aprovada em
referendo nacional. Não foi feita por um Congresso, mas elaborada por uma
constituinte e aprovada em um referendo nacional em que milhões de
pessoas votaram. A aprovação passou de 80%. “Estou convencido, irmãos,
de que a única forma de acabar com a pobreza é dando poder aos pobres, e
não esmolas”. Atualmente na Venezuela a elite econômica que governou o
país durante todo o século XX, não aceita a mudança que veio da decisão
popular. “É a mais legítima constituição que tivemos em 200 anos de
república. Mas a elite econômica e social se opõe a ela e tomou partido
do golpismo e do fascismo”, afirmou o presidente dando início a uma
inversão de papéis: não o seu governo, mas a elite nacional, articulada
com a internacional, especialmente a dos Estados Unidos, são os
verdadeiros terroristas. “Afinal o que pode ser, se não terrorista, uma
oposição que se dedica a sabotar a empresa petroleira, vital para o país,
e que evita que comida chegue ao povo?”
Desde
o ano passado, a elite tem desatado um plano desestabilizador que já o
tirou do governo por 47 horas. Mas o povo foi às ruas aos milhões e
pulverizou o golpe. Aliadas incondicionais dos golpistas, as TVs não
cumprem o seu papel de informar, mas com a missão de conspirar contra um
governo popular, e evidentemente, contra o próprio país. Elas são peças
fundamentais no plano de sabotagem integral contra a Venezuela. Sabotaram
barcos, portos, os poços petroleiros e pararam refinarias. O presidente
disse que tudo isso causou um prejuízo extraordinário, que ainda está
sendo difícil recuperar.
Para
os que dizem “eleições já”, isso não é possível pois não está
previsto na Constituição. A única possibilidade de se convocar eleições
é se Chávez for derrocado, e isso só seria possível se houvesse um
novo golpe.
O
presidente fez questão de esclarecer que na Venezuela não há nenhuma
greve. Greve é um direito dos trabalhadores quando seus direitos são
violados. O que ocorreu é que um grupo de empresários, marcados neste
plano desestabilizador, fechou suas fábricas e impediu os trabalhadores
de cumprirem suas horas de trabalho. Um exemplo foi um grupo de gerentes
que sabotou a refinaria da empresa de petróleo. Eles tiveram alto nível
de refinamento: violaram as contas de pagamento dos trabalhadores e
deixaram sem salário aqueles que estavam trabalhando. “Por isso não há
uma grave, mas uma sabotagem de petroleiros”, garante Chávez.
Questionado
acerca do processo revolucionário, Chávez disse que o plano golpista não
permite o seu aprofundamento. Após o golpe de abril do ano passado, a
Venezuela passou a contar com uma força armada bem organizada e
estruturalmente comprometida com o projeto constitucional do país, agora
muito mais preparada e estimulada para cumprir o seu compromisso. Depois
do golpe também houve mudança nos quadros da empresa petroleira: mais de
3000 gerentes comprometidos com o plano desestabilizador foram despedidos
e substituídos por outros mais competentes e patriotas.
Em
relação a propostas para o ano e as já realizadas, Chávez citou
algumas: eles começaram em janeiro um programa de entrega de títulos de
terra urbana, ou seja, setores populares que sempre viveram em casas muito
humildes, agora estão recebendo seus títulos de terra para que passem a
ser proprietários; a reforma agrária, que eles preferem chamar de revolução
agrária, prevê entregar, ainda este ano, 400 mil hectares de
propriedades para pequenos e médios produtores. O modelo implantado será
o cooperativista, previsto na constituição, como elemento fundamental
para a construção de um novo modelo de produção agrícola. Eles
conseguiram reduzir a mortalidade infantil de 21 por 1000 para 17 por
1000; a desnutrição infantil em 15% e também o índice de baixo peso ao
nascer, de quase 99% para 6%; incrementaram a matrícula escolar em 40% e
o acesso à universidade também expandiu.
A
posição da venezuela tem sido muito crítica em relação ao nosso
modelo de integração. Por que na América do Sul, os 12 presidentes não
podem tomar decisões por si? A proposta de Chávez é que eles se reúnam
e tomem decisões conjuntas. Se precisarem dar mais força às suas decisões,
devem fazer um referendum e consultar toda a América do Sul. “Que falem
os povos”, bradou o líder. A dívida externa, por exemplo, é um
problema eterno e que não pode ser tratado por apenas um único país, se
não ele quebra. Chávez propôs que na América Latina se forme um Fundo
Monetário Latino Americano, para ajudarmo-nos entre si. “Não é o
mercado que resolverá o problema do mundo, mas a política. Se houver
vontade política por designação de nosso povo, cortamos a raiz do poder
estabelecido” disse convicto. Não há como a América do Sul fugir
desta hegemonia se não por meio de uma união de verdade. Propôs ainda
que se organize, na América do Sul, a Petroamérica,
uma junção de todas as empresas petroleiras destes países.
E
para finalizar, Chávez observou que a visão que reina no Fórum Social
Mundial é a do neohumanismo.
“Necessitamos expandir esta visão, que vem acompanhada de uma nova ética,
para que possamos simplesmente viver neste mundo. Se não, por que
viver?”, cinco segundos de silêncio e uma forte salva de palmas
encerrou a coletiva
e-mail
Condivido
in tutto e per tutto la posizione di Massimo D' Alema e condanno
fermamente quella di Bertinotti che ha dimostrato tutta la
miopia di una persona accecato dalla ideologia e dalla mancanza di
un minimo di obiettivitá. Il
Venezuela oggi é piú povero di 20 anni fa .La
classe media é in via di estinzione, gli ospedali non possono
operare perché non hanno i
mezzi per farlo, malattie quasi estinte come la
malaria e la febbre gialla sono di nuovo "alla moda", la
povertá si é estesa come una macchia d'olio, la delinquenza fa, ogni
giorno, piú vittime che la
guerra in Irak, i viali e le strade principali sono
invasi da migliaia di venditori ambulanti ex lavoratori
pubblici e privati in disoccupazione, gli investimenti esteri sono cose
del passato dato che nessuno piú si azzarda a sprecare un solo
bolivar per paura.Gli
investimenti pubblici esistono sono nella mente del Presidente e dei suoi funzionari e la disoccupazione aumenta sembra di
piú. A questo panorama si deve aggiungere adesso la guerriglia colombiana
che ha oltrepassato la
frontiera e gli attentati terroristi. E' questa la rivoluzione bolivariana?
Giovanni
Di Vaira - Venezuela
Chavez
conferma: il Venezuela non è contrario al voto
E
gli italiani ringraziano il Presidente
In
occasione della visita a Roma, Chavez smentisce un altro luogo comune
(GRTV) Da anni andiamo smentendo, con
l'amarezza di chi non viene volutamente ascoltato, che è una menzogna
irriguardosa affermare che il Venezuela è contrario a far votare i
cittadini italiani residenti nel Paese; che è una menzogna diffondere che
l'opinione pubblica venezuelana avanza perplessità circa la possibilità
che gli italiani residenti possano votare in loco per i propri
rappresentanti politici. Menzogne, queste, fatte circolare ad arte per
impedire che venisse concesso il voto agli italiani che risiedono
all'estero, per creare confusioni e sollevare dubbi e porre in evidenza
pericoli che, come ha dichiarato il Presidente del Venezuela Chavez, non
esistono in questo Paese che crede e ha fiducia negli italiani.
Poche ore dopo la definitiva approvazione
del voto all'estero da parte del Sento, infatti, il Presidente del
Venezuela Hugo Chavez, intervistato da una nota agenzia di informazione
italiana, nel corso del suo soggiorno a Roma, dichiarava che "il
Venezuela nutre profondo rispetto, ammirazione e riconoscenza, verso gli
italiani che hanno apportato al Paese lavoro, cultura ed impegno"…
considerazione ben lontana dagli atteggiamenti di distacco e disprezzo
manifestati da organi di stampa, politici e politologi nostrani.
Chavez ha poi dichiarato che "gli
italiani in Venezuela sono cittadini con pari diritti e se il Parlamento
italiano ha deciso di farli votare, non saremo certo noi a frapporre
ostacoli a un diritto così sacrosanto".
Grazie Signor Presidente per aver chiarito
con una sola parola che non è vero che il Venezuela è contrario al voto
in loco degli italiani residenti, come si è voluto far credere per tanti
anni all'opinione pubblica italiana…
Ma il tempo è galantuomo e giustizia è
fatta!
Vitaliano Vita (Consiglio
Generale degli Italiani all'Estero
)- 6 ottobre 1999
Il
Presidente del Venezuela Chavez ricevuto dal Papa
e
dal Presidente del Consiglio Berlusconi
Vitaliano
Vita: la visita di Chavez in Italia ignorata anche da Rai International
(GRTV) C’è chi può avere interesse a
non parlare del Presidente Chavez e di Berlusconi per manifestare la
propria opposizione o antipatia. Per alcuni media è un modo (singolare)
di fare opposizione. Ma chi fa informazione dovuta, per intenderci quella
di Stato, non può permettersi di discriminare, non informare rifilandoci
invece i Santoro, i Luttazzi i Casarini e gli Agnoletto! A parte le
considerazioni sullo scarso protocollo e la mancata diffusione della
notizia in quanto tale, va sottolineato che nella specie si trattava della
visita del Capo di uno Stato, dove risiede qualche milione di italiani,
che, tra l’altro paga ogni mese miliardi di canone per vedere gli
scassatissimi programmi Rai, miliardi che, peraltro, non si sa dove vanno
a finire. Da qui la protesta per l’assenza di notizie e per le immagini,
pervenute in Venezuela grazie ad una cinepresa amatoriale, che ritraggono
il Presidente Chavez, come un pellegrino sullo sfondo della piazza S.
Pietro mentre tenta di arrangiare una intervista allo scopo di far
conoscere al suo paese le tappe del suo soggiorno romano e trasmettere la
benedizione che il Santo Padre ha inviato al popolo del Venezuela
(un’accoglienza ben diversa da quella riservata qualche anno fa al
Presidente Scalfaro!). In ballo non c’era il Chavismo o la posizione di
Chavez nell’attuale conflitto, né i problemi interni del Venezuela, ma
qualcosa che va al di là e che rimane, come le relazioni tra popoli e le
conseguenti ricadute. Insomma gli italiani del Venezuela si attendevano
qualcosa di più dopo il viaggio interrotto dal Presidente lo scorso anno
e le gelide accoglienze del precedente governo.Comunque non ha soddisfatto
la mancanza di una regia che avrebbe dovuto organizzare un’accoglienza
almeno proporzionata all’importanza del paese e della nostra comunità
residente. Sorpresi? No, ma dispiaciuti per la mancata sensibilità e
considerazione dato che si tratta pur sempre del Capo di uno Stato ove
prospera una importante comunità italiana, di uno dei maggiori fornitori
di petrolio del Paese, del presidente di turno dell’OPEC (P 15). Una
stampa più attenta, un servizio Rai più dedicato, avrebbe consigliato di
intervistare i protagonisti per saperne di più su quanto si sono detti,
sui programmi megagalattici dell’Eni in Venezuela, insomma si sarebbe
potuta tirare fuori qualche buona notizia che, date le circostanze,
sarebbe servita a rasserenare i nostri connazionali in un momento di
tensione mondiale.
Vitaliano
Vita/Pagine
16 ottobre 2001
NOI,
NELL’INFERNO DI CARACAS
Questa testimonianza è
stata raccolta dal giornalista Roberto Longoni per la “Gazzetta di
Parma”
La voce è chiara, vicina per il tono e ancor più per quella familiare «erre
arrotata». Viene da pensare che la distanza sia solo in un prefisso
chilometrico e che l´interlocutore possa comparire di persona da un
momento all´altro. Deve essere lo stesso per lui, che esclama: «Gazzetta?
Ma perché non venite a trovarmi: ci beviamo un caffè insieme». Ma l´illusione
di vicinanza si brucia in un attimo. E a tutte le migliaia di chilometri,
a quell´oceano che ci divide, si aggiunge qualcosa di più.
Passato l´entusiasmo iniziale, lo strajé mormora a quel filo che riporta
la sua voce fino alla madrepatria: «Se non scrivete il mio nome, forse è
meglio. Ma la storia ve la racconto». Ultimi lembi di storia di
parmigiani in Venezuela, di gente partita specie dopo la guerra,
soprattutto dalla Bassa, alla ricerca di una nuova frontiera. Una terra
lussureggiante e ricca, che galleggia su un mare di petrolio. Un paradiso
terrestre, che d´improvviso si trasforma in un inferno. Si manifesta, si
sciopera, si spara e si muore, in Venezuela: è così da mesi. Questa l´eredità
del tentato golpe di Carmona, di quei quattro giorni (tra l´11 e il 14
aprile scorso) che sconvolsero una nazione di 20 milioni di abitanti,
grande tre volte l´Italia. Un Paese nel quale un club italiano riunisce
oltre quarantamila immigrati. Gli emiliani sono cinquemila (e tra questi
quasi mille parmigiani), raggruppati in un’associazione guidata da
Martina Giuffredi, di famiglia originaria della nostra Bassa: una giovane
nata a Caracas, ma padrona, oltre che dello spagnolo e della lingua
italiana, del dialetto ducale.
«Oggi è calma: le marce sono di tutti i giorni» dice il parmigiano,
sposato con una conterranea. Nelle vie vicine alla sua riecheggiano anche
colpi d´arma da fuoco, «ma non è niente rispetto a quello che abbiamo
visto. Qui tutto è fermo, l´economia precipita. Per acquistare i generi
di prima necessità ci sono lunghe code. Volete sapere qual è il mio
tesoro, adesso? Il serbatoio della mia auto, mezzo pieno. La benzina è
quasi introvabile nel Venezuela del petrolio. Caracas è una città divisa
in due: tra la parte occidentale, tra i quartieri poveri, che stanno con
Chavez, e quella orientale, abitata dai ceti medi».
Per gli italiani - che nella stragrande maggioranza dei casi in Venezuela
si sono messi in luce, per spirito di sacrificio e capacità
imprenditoriali - il momento è molto difficile. Appartenenti, nella
stragrande maggioranza dei casi, al ceto medio, è più facile che
politicamente si trovino all´opposizione piuttosto che schierati a favore
di Chavez.
«Io non ho più l´età, per scendere in piazza - racconta lo strajé -.
Mio cognato l´ha fatto, l´11 aprile. Era in mezzo alla folla, sulla
quale sparavano i cecchini. Ho visto in tv quanto stava accadendo: l´ho
chiamato al cellulare, per dirgli di fuggire. E´ stato un momento
terribile. Poteva esserci anche lui, tra tutti quei morti. Chavez sa che
molti italiani gli sono contro. “Se non vi piace il mio governo, potete
anche andarvene dal Venezuela” ha detto». Ma quattro anni fa a
eleggerlo furono anche gli italiani. «Promise molte cose, per poi non
mantenerne una - prosegue l´emigrante ducale -. Noi ora vogliamo
cacciarlo con un referendum: la Costituzione lo prevede, a metà mandato.
Ma lui, che sa di aver perso l´appoggio dell´elettorato, non vuole
permetterlo. Nonostante questo, l´opposizione non si piega. Cerca di
abbattere il presidente a colpi di sciopero. «Basti pensare allo stato d´agitazione
dei 40mila del settore petrolifero, la principale industria del Venezuela.
Le scuole sono chiuse da chissà quanto. E Chavez minaccia di chiudere le
tv private, oltre alle banche, che già protestano contro di lui chiudendo
gli sportelli dalle 9 alle 12, tutti i giorni. Io, con la mia pensione
italiana, sono proprio un privilegiato».
FINITA LA BENZINA, SCUOLE E NEGOZI CHIUSI, NON C’E’ PIU’ LAVORO:
SOLO UN MIRACOLO CI PUO’ SALVARE
Questa seconda testimonianza ci è stata rilasciata da un’esponente
molto in vista della nostra comunità di Caracas, Martina Giuffredi,
presidente dell’associazione Emilia-Romagna
Martina, raccontaci cosa sta succedendo.
La benzina già da metà dicembre non si trova più in nessuna pompa della
zona Est di Caracas. La vendono solo nelle zone più povere e degradate ma
ci sono code di due o tre giorni, e ne danno solo venti litri a testa, a
meno che non si conosca qualcuno. Qui in Venezuela, dove la benzina non
costava niente, meno dell’acqua minerale, ora si va tutti a piedi come i
cammelli. Le scuole sono chiuse, i negozi pure, tranne gli alimentari che
però aprono solo il mattino. I prodotti scarseggiano. La Parmalat, per
esempio, è in sciopero dal 2 dicembre e non produce più latte fresco né
a lunga conservazione: solo latte in polvere, e niente yogurt, pochi
formaggi – una situazione peggiore delle nostre più fosche previsioni.
Ormai viviamo barricati in casa.
La crisi politica venezuelana dura da parecchio tempo. Non c’è nessuna
possibilità di normalizzazione?
Senza benzina niente si può normalizzare. Le imprese, non solo le
nazionali ma anche quelle straniere, licenziano in massa rimandando tutto
alla normalizzazione. Dicono ai dipendenti: vi riassumeremo quando tutto
sarà di nuovo a posto. Io fortunatamente continuo a lavorare ma solo
perché ho a che fare con altri Paesi dell’America Latina, non con il
Venezuela, e la mia zona è quella dei Latin American Headquarters. Ma
davvero, non si vende più neanche una saponetta. I pochi camion che hanno
della benzina e vanno in giro a consegnare la merce sono saccheggiati dai
vandali e dagli stessi militari. In questi giorni, poi, non si possono
cambiare dollari o altre monete straniere, il che diventa un problema per
chi deve recarsi all’estero. L’ultima notizia è che alcune persone
sono entrate in una stalla e hanno ammazzato tutte le mucche, portandone
via i pezzi. Il tutto davanti ai militari. Dunque, c’è poco da fare.
Per favore, pregate per noi. Solo un miracolo ci può salvare!
San Felix, 12 dicembre 2002
Cari amici, ecco qui un piccolo aggiornamento dal Venezuela. E’ un
comunicato che abbiamo inviato ieri allo SVI (Servizio Volontario
Internazionale) in occasione di una conferenza stampa. Pensiamo che possa
interessare anche a voi. Non si tratta di un’analisi della situazione
nazionale, ma solo di come noi vediamo le cose da qui e di come le vede la
gente con cui stiamo condividendo il progetto SVI.
Attualmente si vive in due paesi: quello mediatico e quello reale.
Nel paese della televisione (ovvero tutti i canali privati nonche’ i
giornali), siamo praticamente in guerra, il paese e’ paralizato e lo
restera’ finche’ il loco (pazzo) rinuncera’ alla Presidenza, o
interverranno i militari per eliminarlo o le Nazioni Unite o meglio ancora
gli Stati Uniti.
I mezzi di informazione trasmettono quasi a reti unificate, senza
interruzioni pubblicitarie, con una banda nera di “Lutto Attivo” (a causa
dei tre morti della Piazza Altamira, gli unici morti in Venezuela degni di
un lutto nazionale) per tutta la giornata solo speciali sulla crisi, il
“massacro” della Piazza Altamira, gli eroici dirigenti dell’impresa
nazionale del Petrolio (PDVSA) che hanno sabotato vari impianti produttivi
dell’azienda ecc...
Secondo questi canali la situazione sembra veramente tragica, sull’orlo di
una guerra civile, i sondaggi dicono che ormai tutti sono contro il
Presidente meno una piccolissima minoranza di violenti, fanatici e armati
circoli bolivariani.
Poi c’e’ il paese reale, quello dove viviamo noi: i negozi sono aperti, le
attivita’ procedono normalmente, la gente lavora, addobba le case con le
luci di Natale, compra i giocattoli per il 24 di dicembre...
Noi, su esplicita richiesta delle persone con cui lavoriamo, continuiamo
con le attivita’ di routine: stiamo preparando una festa comunitaria per il
22 di dicembre e nessuna persona del gruppo ha messo in discussione una
modifica del programma, cosi’ come proseguono le attivita’ dei portavoce di
strada, dei gruppi produttivi, dei gruppi si salute, del progetto di
recupero dei bambini di strada.
Ancora una volta a Brescia si commentera’: il prolema e’ che voi siete
parziali, siete chavisti, siete fanatici...
Quello che possiamo dirvi e’ che qui le persone con cui noi lavoriamo sono
al 99% a favore del processo liderizzato dal Presidente, molti lo sono da
sempre, altri si sono convinti nei giorni del colpo di stato, quando si
sono resi conto di quel che sarebbe successo se avessero vinto i golpisti.
Un altro dato interessante e’ il fenomano del “cacerolazo”, tutte le sere a
partire dalle sette comincia questa forma di protesta tipicamente latina:
si esce in strada con una pentola (“cacerola”) e un cucchiaio o un
coperchio e si fa sentire la propria opinione, in questo caso contro lo
sciopero indetto da Federcamara e CTV e in appoggio alla Costituzione.
L’altra sera dieci minuti prima delle sette abbiamo sentito i nostri vicini
di casa che manifestavano con petardi, padelle e una copia della
Costituzione, poi siamo usciti in auto a fare il giro della citta’ per
renderci conto personalmente della situazione. Possiamo testimoniare che
mai nella nostra vita, nemmeno in occasione di una vittoria dell’Italia ai
Mondiali di calcio, avevamo visto tanto entusiamo e partecipazione
popolare: tutti gli incroci, le piazze, le rotonde, le strade principali
erano letteralmente invase dalla gente, con le pentole, i tamburi, la
musica, i cappellini rossi, la Costituzione, le bandiere.
Abbiamo incontrato molte manifestazioni grandi e un’infinita’ di piccoli
gruppi, che non avendo trovato un mezzo di trasporto per raggiungere una
concentrazione, si riuniva nel proprio quartiere, come era il caso dei
nostri vicini di cui vi parlavamo.
Manifestazioni pacifiche e contagiose, distribuite non solo a San Felix, la
parte povera, ma anche a Puerto Ordaz, la zona ricca dove ha preso forza
ultimamente il gruppo “Clase media en positivo” e “Profesionales de Venezuela”.
Per quanto il suono delle “cacerolas” ogni sera, da una settimana a questa
parte, risuoni ovunque dalle sette di sera fino quasi a mezzanotte, da
parte dei mezzi di comunicazione non viene nemmeno una parola, a volte si
commenta brevemente che un piccolo gruppo di manifestanti chavisti violenti
ha inscenato un’ultima disperata manifestazione in appoggio al Presidente.
Molti amici con cui siamo in contatto ci dicono che quanto succede qui in
citta’ avviene allo stesso modo in altre parti del paese e in misura
maggiore a Caracas.
Cio’ nonostante sembra che non serva a niente, perche’ l’opposizione per
bocca del presidente della CTV ha gia’ dichiarato che bisogna liberarsi di
Chávez “in qualsiasi modo”.
Concludiamo ora in pochi punti che ci piacerebbe servissero a definire in
modo chiaro la nostra posizione.
1. Il governo di Chávez non e’ perfetto, ha molti difetti e problemi, sono
molte le critiche che abbiamo da fare a questi tre anni di gestione, pero’,
lo ripetiamo ancora una volta come sempre abbiamo fatto in tutti i nostri
comunicati, e’ un governo democratico, liberamente eletto dalla popolazione
(e riconfermato varie volte dalla stessa in differenti occasioni come per
la formazione dell’assemblea Costituente, la votazione alla nuova
Costutuzione e le elezioni successive all’entrata in vigore della stessa).
Il governo di Chávez, a differenza di tutti i precedenti in Venezuela, non
ha nemmeno un prigioniero “politico”, nessun giornale e’ stato chiuso e
nessuna televisione e’ stata sanzionata.
2. Cio’ nonostante sappiamo che l’appoggio popolare, di questi poveri che
vivono con meno di un dollaro al giorno e che per la prima volta si sentono
rappresentati e identificati nella figura del Presidente, non e’ sufficente
a mantenere in piedi un governo o un sistema democratico. Ben altri sono
gli interessi e i poteri in gioco.
3. Noi, come volontari e come osservatori internazionali, denunciamo
fortemente quanto sta avvenendo qui: un tentativo di colpo di stato (questa
volta non militare ma economico) ai danni di una libera democrazia, con
l’appoggio manipolatore dei mezzi di comunicazione, con l’appoggio
parzializzato della gerarchia della Chiesa cattolica locale e tra
l’indifferenza internazionale.
Un saluto e un abbraccio a tutti voi.
Federica e Giacomo
IL CIRCOLO BOLIVARIANO DI ITALOVENEZOLANI "ANTONIO GRAMSCI" SOTTOSCRIVE E
DA
LA SUA TUTALE ADESIONE A QUESTO COMUNICATO
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Venezuela:
sciopero generale formalmente finito
Da:
Notiziario News ITALIA PRESS agenzia stampa - N° 22 - Anno
X, 3 febbraio 2003
L’opposizione
cambia strategia. Ancora difficile e in via di definizione la
mediazione internazionale del “Gruppo di Paesi Amici” e
di Gaviria. Preoccupante la situazione interna dove, dopo oltre 60
giorni di sciopero, l’economia mostra inequivocabili segnali di
crisi
Caracas
- Dopo due mesi il
“paro general”, la serrata organizzata dal cartello delle
opposizioni, è arrivata oggi agli sgoccioli. In un
comunicato la “Coordinadora Democratica” annuncia che, di qui in
avanti, lo sciopero cambierà forme, diventerà maggiormente
flessibile; ma nei fatti, la riapertura di diversi nodi commerciali
ed industriali del Paese - seppure, come confermano fonti di
Caracas, non ancora a tempo pieno - equivale ad una fine della
serrata, che per oltre 60 giorni ha provato, bloccando alcuni punti
nevralgici del Paese, ad ottenere una rinuncia da parte del
Presidente Chavez.
La
rinuncia non c’è stata, e alla fine della serrata Chavez
risponderà domani con una manifestazione di appoggio al Governo
organizzata, chiamando a Caracas tutte le strutture bolivariane
impegnate in questi due mesi nella difesa del Governo
democraticamente eletto.
Lo
sciopero si è concluso, il gruppo dei Paesi Amici del
Venezuela (Cile, Brasile, Messico, Stati Uniti, Spagna e Portogallo)
ha chiuso venerdì la prima riunione con il Presidente Chavez,
incontro che al di là delle dichiarazioni ufficiali (“riunione
produttiva” è stata definita da più voci al suo termine) non
sembra essere stato in grado di proporre alternative
percorribili in tempi brevi per la risoluzione della spaccatura che
ancora divide a metà il Venezuela.
Oggi,
nella giornata che segna formalmente la fine dello sciopero, la
situazione venezuelana è nei fatti in via di ridefinizione, tanto
sullo scacchiere internazionale della politica estera, tanto sul
versante interno, dove per il cartello delle opposizioni sembra
essere arrivato un momento di bilancio definitivo, anche se la
strada intrapresa sembra ormai essere chiaramente quella della
votazione del referendum di metà mandato, previsto per l’inizio
di agosto.
Sul
fronte internazionale,
come spiega Maurizio Slavi, giornalista politico di Ansa
Latina, “il gruppo dei Paesi Amici ha concluso venerdì
il primo incontro con il Presidente Chavez. Si è trattato di un
incontro preparatorio, anche perchè lo stesso gruppo è ancora in
via di definizione specifica, soprattutto sotto le spinte del
Governo di Caracas, che vorrebbe l’inserimento al suo interno di
altri Paesi, anche europei, come ad esempio la Francia. Per ora su
questo fronte non ci sono però novità sostanziali: venerdì il
Governo ha ribadito le proprie posizioni sullo sciopero
dell’opposizione, ed ha spiegato di aver valutato attentamente la
proposta del Premio Nobel per la Pace ed ex Presidente USA Jimmy
Carter, ma ha anche riaffermato di voler ampliare il gruppo dei
Paesi Amici, concludendo che non esiste alcuna volontà di lasciare
spontaneamente la guida del Paese. Tutto questo mentre
l’opposizione ha rilanciato la raccolta delle firme per il
referendum”.
Mentre
dunque la situazione internazionale - in maniera particolare il
gruppo dei Paesi Amici, ma anche la mediazione fino ad oggi senza
risultato condotta dal Segretario dell’Organizzazione degli Stati
Americani Cesar Gaviria - sembra essere
sostanzialmente in una fase di stallo, più fluida, forse destinata
ad aggravarsi sembra invece essere la situazione interna al Paese,
soprattutto per quanto riguarda l’aspetto economico.
Secondo
quanto afferma da Caracas Mauro Bafile, giornalista de La
Voce d’Italia, “lo
sciopero si è formalmente concluso, ma in realtà è destinato a
proseguire con altre modalità”.
Per quanto riguarda i bilanci fatti dall’opposizione sui sessanta
giorni di serrata, Bafile spiega che le valutazioni evidenziano come
“lo sciopero generale ha ottenuto una serie di risultati
parziali: intanto è indubbio che la serrata abbia provocato uno
spostamento dell’attenzione dell’opinione pubblica
internazionale sulla situazione in Venezuela; e poi si giudica
positivamente il fatto che questo sciopero è servito a far scendere
in piazza il ceto medio del Paese, chi cioè tradizionalmente non si
è quasi mai visto nelle strade. Lo sciopero non ha ottenuto la
rinuncia al Governo del Presidente Chavez, e su questo
l’opposizione ha rilanciato, raccogliendo le firme per il
referendum di revoca di metà mandato, firme che, secondo i primi
dati, sembrano aver superato di almeno tre volte il numero richiesto
per legge”.
Come
già accennato, sembra essere comunque la situazione economica di
grande disagio che in Venezuela si sta palesando in queste ore, il
punto sul quale tutte le parti in causa sono chiamate al confronto.
Bafile riprende spiegando che “il Paese è in una situazione
economica molto delicata. Lo sciopero ha sicuramente acuito alcuni
tratti di crisi che nel Paese erano già presenti un paio di mesi
fa: oggi si ritorna a parlare concretamente, e di controllo dei
cambi e di controllo dei prezzi”, mentre
nell’ultimo mese l’inflazione in Venezuela è aumentata secondo
le stime ufficiali del 2,9%, contro un aumento dello 0,9% registrato
nello stesso periodo del 2002.
Intanto
ieri, a testimonianza delle difficoltà economiche del Paese, il
Ministro dell’Energia venezuelano, Rafel Ramirez, ha annunciato
una situazione di difficoltà per la PDVSA, l’azienda petrolifera
del Venezuela, affermando che la crisi e la riduzione degli
investimenti nel settore di vitale importanza per l’economia del
Paese, sarebbero conseguenza diretta dello sciopero. Posizione,
questa, su cui Bafile ammette di non concordare, ribadendo che “segnali
di questo tipo erano già presenti mesi fa”, ma “comunque
una situazione di crisi è innegabile: Chavez è certo chiamato ad
intervenire, ma anche l’opposizione è interrogata da queste
questioni”.
News
ITALIA PRESS
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Un
continente in fermento tra crisi economica e risveglio dei popoli.
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da
"LIBERAZIONE" - Febbraio 2002
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Signor
Bertinotti, sono una italo-venezuelana e in questi tempi mi sono
impegnata a cercare di risvegliare la coscienza della comunità
internazionale per quanto riguarda il problema che sta
sconvolgendo il Venezuela. Ho scritto a giornali, giornalisti,
organizzazioni, politici e devo dire che da alcuni ho ricevuto
attenzione anche se con poche parole (ma sufficienti) mentre da
altri il silenzio, che purtroppo mi sa di indifferenza. Mi auguro
però che le mie parole servano comunque a far "ronzare"
in testa la parola Venezuela. Purtroppo l'atteggiamento sempre
meno democratico di Chavez sembra non essere considerato con la
dovuta serietà e mi sono sentita veramente delusa leggendo che i
sindacati italiani stanno facendo la guerra ed hanno dato le
spalle alla Ctv (Confederacion de los Trabajadores de Venezuela)
ed al suo leader Ortega accusandolo di essersi alleato con il
"nemico". Purtroppo questa mentalità mi sa tanto da
ottusaggine e provincialismo. Perché difendere ad oltranza la
posizione di essere sempre e comunque contro gli industriali e
classe imprenditoriale? Ma non capiscono i sindacati italiani che
la Coordinadora Democratica (opposizione a Chavez) si è
compattata per difendere la libertà e la democrazia di tutto il
popolo venezuelano? A cosa serve essere divisi in un paese che si
trova con una economia sfasciata, una insicurezza sociale
insostenibile e una povertà in impressionante ascesa? Ma perché
non pensano che oltre a quei pochi che vogliono solo trarre
interessi personali da tutto questo c'è anche una grande
maggioranza di industriali e imprenditori che vogliono poter
lavorare (e si sottintende dare lavoro)? Questa evidente paura di
pronunciarsi da parte dell'Europa davanti ad un personaggio come
Chavez non dimostra un grande coraggio. Io personalmente temo che
questa situazione in Venezuela (che sta coinvolgendo poco a poco
tutto il Sud America) sia propizia alla nascita di un nuovo
dittatore allo stile Saddam del quale ce ne potremmo pentire in
futuro. Se si analizza la persona di Chavez e il suo operato non
è difficile immaginario. Molti potrebbero pensare che io sia
pazza a rivolgermi a lei per cercare un appoggio contro Chavez
visto che entrambi appartenete alla sinistra, io non appartengo a
nessuna parte, la politica non fa per me, invece sono certa che
lei è una persona che sta ad ascoltare e capirà sicuramente ciò
che ho voluto dire.
Barbara Bessone via e-mail
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Signora
Bessone...
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Signora Bessone,
come vede non sono indifferente a quanto lei scrive, ma non
condivido assolutamente il suo punto di vista. Sono tornato da
pochi giorni da un viaggio in America Latina durante il quale,
prima in Argentina, poi in Brasile, a Porto Alegre, dove si è
tenuto il Terzo Forum mondiale contro il liberismo, ho potuto
conoscere esperienze straordinarie e innovative e incontrare
diverse organizzazioni sociali, comunità italiane e locali, ed
anche rappresentanti politici e istituzionali, fra le quali il
presidente Chavez. Posso quindi dire, con qualche cognizione di
causa in più rispetto al passato, di non essere assolutamente
d'accordo con il quadro che lei ha tracciato. L'esperienza che
oggi sta vivendo il Venezuela è pienamente inserita in un vero e
proprio processo di rinascita dell'intero continente
latinoamericano che costituisce un fecondo laboratorio di
esperienze utile a tutte le forze democratiche anche in Europa.
Certamente le esperienze sono
diverse, come diversi sono i caratteri dei protagonisti, da paese
a paese. Ma si può intravedere un tratto comune, quello di un
nuovo e diffuso protagonismo popolare, che si manifesta in una
continua e creativa capacità di autorganizzazione sia nelle
situazioni più drammatiche, come in Argentina, che in quelle dove
ora soffia il vento del cambiamento e della speranza, come in
Brasile. In queste situazioni si coglie una rinnovata
"connessione sentimentale" fra il popolo e i suoi
rappresentanti politici e istituzionali, per usare la famosa
espressione di Antonio Gramsci, che, non a caso, è uno dei
pensatori e dei dirigenti del movimento operaio più studiati in
America Latina. Di tutti questi aspetti abbiamo parlato un paio di
settimane in un forum pubblicato in questo giornale, mettendo a
confronto tesi tra loro anche molto differenti, quali quelle di
Gianni Minà e di Giuliano Ferrara. Torneremo a parlarne perché
l'America Latina, ancor più dopo la splendida vittoria elettorale
di Lula in Brasile, è tornata ad essere uno dei punti nevralgici
della politica mondiale.
La situazione venezuelana va
inserita in questo quadro che per alcune sue parti vede un
risveglio dei popoli, fra cui quello che le sta a cuore, e che in
altre conosce il dramma di una profonda crisi economica, sociale e
politica derivante dall'imposizione delle sciagurate politiche del
Fondo monetario internazionale, come in Argentina.
Il suo giudizio su Chavez mi
appare tanto duro quanto infondato. Indubbiamente Chavez ha
proprie caratteristiche non identiche a quelle di altri, come ad
esempio Lula. Viene dai quadri dell'esercito, nel quale però ha
sempre interpretato la figura del soldato del popolo, che è
l'altra dimensione possibile degli eserciti sudamericani opposta a
quella di essere spesso esecutori delle più feroci repressioni.
Al contrario Chavez è tra chi si rifiuta di sparare contro le
popolazioni in rivolta per il pane a Caracas nel 1989. Egli
stabilisce così la sua "connessione sentimentale" con
il popolo venezuelano. Quella che spinge una donna poverissima
delle favelas a rispondere ad un intervistatore, che le chiede il
motivo della sua adesione a Chavez, che finora lei e quelli come
lei non avevano avuto assolutamente nulla, mentre ora vi è chi
potrà dare a quelle donne e a quegli uomini cose che rispondono
alla loro ricerca di dignità.
In Chavez sono evidenti due
tratti, entrambi importantissimi nell'America Latina di oggi.
L'attenzione ai problemi della comunità indigena e alle tematiche
del movimento no-global. La prima si è manifestata concretamente
nella nuova Costituzione venezuelana, che da questo punto di vista
è forse la più avanzata nel mondo, con il pieno riconoscimento
della diversità indigena, e quindi con un ampliamento della
concezione e della pratica democratica. La seconda l'abbiamo
conosciuta in tante occasioni e da ultimo a Porto Alegre. Chavez
è pienamente cosciente, e lo proclama, che il successo della sua
politica non deriva solo dai rapporti di forza interni, peraltro
assai difficili, ma più ancora dal generalizzarsi di nuove
esperienze democratiche in America Latina, dal Brasile all'Equador
e dalla crescita su scala mondiale del movimento no-global. Chavez
pone così il suo paese in connessione con i grandi fatti politici
e sociali di questo tempo, sapendo di dovere contrastare questa
globalizzazione capitalistica che, nel contesto latinoamericano,
ha provocato i disastri sociali che sono evidenti a tutti e che si
rinnovano nel paese potenzialmente più ricco del continente come
l'Argentina.
Ed è precisamente questa politica
che provoca ostilità sul piano esterno e su quello interno. I
problemi sono nati quando Chavez si è decisamente mosso contro la
proprietà latifondistica, si è pronunciato ed ha agito contro le
privatizzazioni, ha promosso una difesa dello spazio pubblico
nell'economia e nella società, ha deciso di affidare l'estrazione
e la prima lavorazione del petrolio a società il cui 51 per cento
fosse in mano venezuelana. Altro che questione democratica! Da lì
è partita la reazione delle multinazionali e dei loro alleati
interni. Da lì è partito lo sciopero nelle raffinerie, la cui
analogia con quello dei camionisti in Cile nel 1973, che preparò
il cruento colpo di stato contro Allende e la feroce dittatura di
Pinochet, mi appare davvero clamorosa. Anche per questo i
sindacati italiani hanno assunto una posizione negativa verso
queste azioni. Non siamo di fronte ad una contrapposizione
pregiudiziale nei confronti della classe industriale del
Venezuela. Siamo, invece sì, di fronte allo smascheramento di
tentativi di sovvertimento della volontà popolare, giunti fino al
tentativo per ora sventato di colpo di stato, che a malapena
celano sostanziosi interessi proprietari strettamente collegati
con la nuova dimensione mondiale del capitalismo.
D'altro canto ci si potrebbe anche
chiedere in quale altro paese sarebbe potuto avvenire un
boicottaggio di queste dimensioni, senza assistire ad una
massiccia repressione, il che non sta accadendo in Venezuela.
Eppure la rivolta contro Chavez è capitanata da figure tutt'altro
che irreprensibili, proprio sul terreno delle pratiche
democratiche. Una di queste è il capo della Confindustria, socio
di quello che tentò il colpo di stato dello scorso aprile e che
ora si è rifugiato in Colombia. Un'altra è rappresentata dal
capo di un sindacato che rappresenta solo il 7 per cento della
forza del lavoro in Venezuela. Una terza è costituita dal famoso
Carlos Andres Perez che ha ridotto in povertà il paese e che alla
fine del suo mandato è risultato essere il terzo nella classifica
degli uomini più ricchi del Sud America.
Quanto poi alle accuse a Chavez di
essere un dittatore, bisognerà pure fare i conti con i dati di
fatto e la storia, anche solo la più recente. Chavez è passato
attraverso sette legittimazioni elettorali nel giro di pochi anni,
ha resistito ad un colpo di stato, è stato ultimamente rieletto
con il 60 per cento, mentre il referendum sulla Costituzione da
lui voluta è passato con il 90 per cento dei voti. Non sono in
molti a vantare un simile curriculum di passaggi democratici
superati. L'accostamento a Saddam è del tutto strampalato, ma ciò
che è peggio è che purtroppo rivela una tendenza a negare la
possibilità di esistere a chi conduce una politica alternativa
sul terreno economico e su quello democratico e istituzionale agli
schemi e alle dottrine del liberismo.
Naturalmente lei mi potrebbe
obiettare che il venire eletti democraticamente non garantisce da
successive tentazioni dittatoriali. E mi potrebbe portare esempi
tanto famosi quanto tristi tratti dall'esperienza della nostra
vecchia Europa. Ma, come appunto dimostrano quei casi, nessun
dittatore, una volta diventato tale, ha mai accettato di
sottoporsi ad un democratico pronunciamento elettorale, a meno che
non si trattasse di plebisciti o di elezioni truccate. Mi vorrà
dare atto che non è il caso del Venezuela.
Fausto Bertinotti
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11
Marzo 2003
La crisi venezuelana
nelle opinioni di Massimo D’Alema
da La Voce d'Italia
Il Presidente dei Democratici di Sinistra analizza criticamente il modo
di agire del Governo Chávez – Esprime profonda preoccupazione per le
sorti del Paese e soprattutto della comunità italiana che qui risiede –
Condanna per l’arresto di Fernández e i mandati di cattura verso leader
dell’opposizione
di Massimo D’Alema
Nel contesto internazionale, segnato dalla drammatica vicenda dell’Irak
e dalle durissime conseguenze che una guerra “preventiva” avrebbe ben
oltre i confini mediorientali, la situazione del Venezuela colpisce per la
sua gravità ed apparente insensatezza.
L’impegno ed il coinvolgimento della comunità internazionale, di fronte
alla incapacità del Presidente Chavez, di comprendere le pressanti
richieste di larghissimi settori sociali venezuelani, è stata
significativa.
Da mesi l’OSA, Organizzazione degli Stati Americani, ed il suo
Presidente Gaviria, sono attivamente all’opera per ricucire un dialogo
tra governo e società civile, e scongiurare sbocchi violenti ancora più
gravi di quelli già verificatisi fino ad ora.
L’ex Presidente statunitense, e Premio Nobel per la pace, Jimmy Carter,
ha svolto un’azione stringente e meritoria al fine di conquistare e
garantire una scadenza certa e condivisa per una verifica elettorale e
democratica della piena legittimità del Presidente Chavez e del suo
governo.
Il Parlamento Europeo ha assunto posizioni importanti sollecitando la
ripresa del dialogo tra le componenti.
Infine, su iniziativa del governo Lula, è stato opportunamente costituito
il “Gruppo dei paesi amici” del Venezuela, che sta attivamente
operando in direzione di uno sbocco pacifico e democratico della crisi
sociale e politica venezuelana.
Tutti questi sforzi della comunità internazionale potrebbero essere
vanificati da atteggiamenti di rottura, demagogici e strumentali che
paiono prevalere nelle posizioni del Presidente Chavez. A tratti si ha la
sensazione che egli, in luogo di attivarsi, da legittimo Presidente, per
uno sbocco equilibrato ed equo della grave crisi, preferisca suscitare
risentimento e surriscaldare ulteriormente gli animi, alzando la tensione
invece di abbassarla. Mi chiedo se sia questo il ruolo di un Presidente
che voglia rappresentare complessivamente il proprio popolo. Il rammentare
i gravi errori ed i fenomeni di corruzione ingiustificabili dei governi
precedenti, non giustifica un atteggiamento di scontro, pericoloso e
gravido di possibili nefaste conseguenze.
Il Presidente, così facendo, non solo radicalizza i propri oppositori,
rafforzandone le componenti marcatamente di destra e antidemocratiche, che
puntano persino ad un colpo di Stato pur di raggiungere l’obiettivo di
destituirlo. Così facendo getta coscientemente discredito addosso a
quella ampia sinistra venezuelana, destinata ad essere la vera vittima
politica di questa vicenda. E tutto questo mentre la radicalizzazione
populistica e avventurista dello scontro sociale, rischia di allontanare
per lungo tempo tantissimi cittadini venezuelani dagli ideali della
sinistra e del socialismo democratico.
Questa è una preoccupazione non solo mia e dei Democratici di Sinistra
italiani, ma di tutte le forze politiche che compongono quella grande
organizzazione globale della sinistra democratica che è
l’Internazionale Socialista. Soprattutto dopo le gravissime vicende
dell’arresto di alcuni dei leader del grande sciopero, il residuo
credito che il Presidente Chavez ancora godeva in ambienti della sinistra
europea e latinoamericana si è andato via via assottigliando.
La Internazionale Socialista, dopo aver fermamente condannato il tentativo
di colpo di Stato e di chiusura del Parlamento, attuati nell’aprile del
2002, è tornata ad intervenire sulla realtà venezuelana. Lo ha fatto in
occasione del suo Consiglio generale che abbiamo ospitato a Roma il 20 e
21 gennaio scorsi. In quella occasione venne approvato un documento molto
esplicito e fermo nel chiedere al governo venezuelano che rispetti i
diritti umani, civili e politici, e che non impedisca l’attuazione delle
disposizioni costituzionali che garantiscono lo sbocco pacifico ed
elettorale della crisi.
A tutte queste considerazioni va aggiunta anche una preoccupazione
specifica per noi italiani: in Venezuela risiede, perfettamente integrata
e parte attiva e protagonista della vita economica, sociale e civile del
paese, una importante collettività di origine italiana. Se per un verso
l’attenzione che prestiamo, come sinistra democratica italiana, alla
situazione che attraversa il Venezuela, è dettata da considerazioni
politiche generali e dalla preoccupazione per le sorti della democrazia in
un paese amico, a cui ci lega una profonda simpatia umana e culturale, per
altro verso la presenza di una collettività italiana, formata da
centinaia di migliaia di persone, ci sprona a prestare ancora più
attenzione a questa congiuntura difficilissima. Penso che anche il governo
italiano dovrebbe attivarsi maggiormente e avere un protagonismo al
livello richiesto dalla gravità del momento e dalla folta presenza di
nostri connazionali nel paese.
Il Canile in Festa
Chávez, in questi giorni sta
festeggiando, con il suo tipico alleluia in attesa della Domenica delle
Palme, cioè cantando, declamando e ballando, circondato da numerosi
comunisti provenienti da tutto il mondo, appositamente invitati a
spalleggiare il suo progetto "rivoluzionario" antistatunitènse,
antiglobalizzazione, antimperialista, mentre i bronzi del suo "amico
dell'anima", anzi "fratello dell'anima" come ama definire
Saddam, decapitati, venivano calpestati e rotolati lungo le vie delle
principali città di Iraq, sta festeggiando, dicevo, il primo anniversario
del massacro di Miraflores che lui stesso aveva organizzato e condotto a
termine l'11 Aprile di un anno fa quando, sotto il piombo di franchi
tiratori armati e protetti dall'ufficialità, erano abbattute, indifese,
oltre venti persone e gravemente ferite alcune centinaia durante una
pacifica numerosa manifestazione che aveva avuto la temerarietà di
avvicinarsi appunto alla residenza presidenziale. Il giorno prima infatti,
Chávez, invitando, anzi ordinando a uno dei suoi generali (Rosendo) di
fare altrettanto, aveva pontificato: "Io sono già pronto con il mio
fucile e la divisa da campagna a far fuori chiunque si avvicini al Palazzo
o intenti a contrastare la mia rivoluzione".
I Generali non lo seguiranno ma ci
penseranno gli "eroi", mercenari, appartenenti ai "circoli
bolivariani" a difendere la rivoluzione massacrando a mansalva i
compatrioti armati di bandiere, fischietti e "cacerolas".
Così, a Caracas, si sta festeggiando
alla grande, con uno sperpero di circa 20 milioni di Euro, la gran
prodezza, mentre i bambini muoiono negli ospedali per mancanza di
medicamenti e nelle strade per fame, mentre nei barrios la delinquenza fa
più morti che nella guerra in Iraq e mentre la disoccupazione impoverisce
ai limiti della miseria la maggioranza della popolazione. I ricordi dei
giorni successivi al massacro che provocò anche la rinuncia del
presidente sono noti: lo sciagurato tentativo di un Governo provvisorio
fascista e il ritorno di Chávez con il Crocefisso in mano che l'ingenuità
venezuelana interpretò come un mea culpa e una richiesta di perdono per
aver causato ancora una volta delitti contro l'umanità mentre in realtà
era, secondo un autorevole portavoce bolivariano, un ammonimento del
popolo e un riconoscimento divino: "Chàvez è più potente di Gesù
Cristo perché gli sono bastati solo due giorni per risuscitare". Da
allora i disastri del regime continuano a ritmo impressionante sulla
falsariga della "rivoluzione cubana" definita "mare della
felicità".
A questo punto è d'obbligo una
domanda: Com'è possibile che ancora il 30% della popolazione insista a
puntellare una persona squilibrata, dalla retorica irritante, che in Cina
giura di essere maoista, in Russia si augura il ritorno della vecchia
U.R.S.S. scandalizzando Putin, a Baghdad è mussulmano, con i protestanti
è protestante, con i cristiani è cattolico e romano amico del Papa
(giorni prima aveva definito la Chiesa un tumore della società), in
Colombia guerrigliero, in politica economica il più imperialista dei
liberali? Si definisce "aquila che non va a caccia di mosche"
non per godere lo spazio dei cieli e prendere grandi decisioni, fare
analisi profonde, risolvere i gravi problemi della povertà e dello
sviluppo ma perché da lassù è più facile lanciare disprezzo alle
istituzioni, persone e cose che sono superiori a lui e al suo progetto che
fa ritornare il popolo ai tempi di Stalin.
Com'è possibile che anche Italiani o
Italo-Venezuelani siano invischiati nei già tristemente famosi
"circoli chavisti", per di più battezzati con nomi illustri
come Antonio Gramsci facendo grande danno alla Storia e allo stesso
partito comunista italiano? E addirittura Fausto Bertinotti,
incredibilmente, prende posizione a favore di Chàvez che non "si
rifiuta di sparare contro la popolazione" inerme e pacifica mentre la
sua intenzione di governo come nuovo "risveglio dei popoli" è
la stessa di Stalin, Hitler, Saddam e Castro. Bene ha fatto Rai
Internacional a snobbare, a suo tempo, la visita di Chàvez in Italia e
bene farebbero le Camere a dare un aiuto morale ai nostri connazionali, e
sono molti (cito come esempio i Ferrari, gli Scarano di Valencia)
costantemente presi di mira dall'ufficialità e dai militari. Com'è
possibile?
Pavlov, fisiologo russo (1849-1936),
Nobel nel 1904, scoprì che gli animali da laboratorio, obbligati a una
prolungata tensione fisica o psichica mostrano tutti i sintomi del
collasso nervoso. Il cervello di questi animali, per non voler far fronte
a una situazione intollerabile, fa sciopero e non lavora più (il cane
perde coscienza) o sabota (il cane assume una condotta irreale o dimostra
sintomi fisici isterici). Nemmeno il più stoico dei cani può resistere
all'infinito. Se la tensione è prolungata ed intensa, entrerà in
collasso in maniera aperta e totale come il più debole della specie.
È ciò che sta succedendo in
Venezuela. Molti di noi hanno il "choc" di Varela, Diosdado,
Maduro, Bernal, Isaias...etc- Tutti abbiamo il "choc" di Chávez.
Ogni persona, come il cane, ha il suo limite personale di tolleranza. Sono
passati più di quattro anni. Quattro anni. La vita è una freccia. E
quattro anni di questa freccia, in queste condizioni, può risultare
un'eternità. Un inferno d'eternità.
Non so se Chávez si sta ispirando a
Pavlov, però è certo che vuole la classe media, la società civile, gli
stranieri anche per le sue ambizioni antiglobalizzazione, i militari
soprattutto e magari anche i mezzi di comunicazione al limite di
tolleranza celebrale perché così è più facile istallare in loro nuovi
modelli di comportamento, modelli che si radicano per sempre. Molti sono i
suoi metodi per produrre tensioni psicologiche: le continue estenuanti
catene televisive, il propagare volutamente la corruzione per plagiare e
obbligare all'obbedienza, le minacce e minacce, la violenza in tutte le
forme, l'impoverimento che nel popolo crea paura e paura, ira, ansietà,
stanchezza e tutte le forme di malattia.
Come Hitler, anche Chávez intensifica
la suggestività lasciando al limite gli ospedali e le università, gli
Stati e i Comuni affinché il collasso sia globale. Questa paura
prolungata pone le condizioni per accettare qualsiasi tipo di ideologia o
qualsiasi autogolpe. Chávez, apparentemente, il cervello già lo lavò ai
suoi cani. Speriamo che il canile non allarghi i confini. E che questa di
Caracas sia l'ultima delle feste del canile.
Valeriano
Garbin
Dichiarazione
degli Italiani residenti in Venezuela e degli Italo-Venezuelani che
appoggiano la Rivoluzione Bolivariana e il Presidente della Repubblica
Bolivariana del Venezuela Hugo Rafael Chávez Frías in occasione del
primo anniversario del Colpo di Stato dell’ 11 Aprile del 2002
A
un anno dal colpo di Stato fascista che tentò di sovvertire l'ordine
costituzionale e deporre il Presidente del Venezuela legittimamente
eletto, noi Italiani e Italo-Venezuelani che viviamo in questo Paese che
consideriamo come la nostra seconda Patria, dichiariamo il nostro appoggio
al processo di cambio impresso dal Governo Bolivariano che presiede Hugo
Rafael Chávez Frías, per le seguenti ragioni:
Dopo
decenni durante i quali si sono succeduti diversi governi falsamente
democratici che hanno privilegiato una elite e defraudato la grande
maggioranza popolare, per la prima volta in 40 anni è cominciato un vero
processo di trasformazioni democratiche a favore del popolo il quale si
sente identificato con il Governo e con il suo Presidente.
Il
Governo costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela sta
adottando politiche economiche e sociali (riforma agraria, riforma del
sistema della sanità, consigli di pianificazione locale, ecc.) che
puntano a una distribuzione della ricchezza più giusta ed equa,
permettendo la partecipazione nelle grandi decisioni nazionali dei settori
sociali più umili che non sono mai stati presi in considerazione dai
precedenti Governi.
Il
Governo costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela è un
Governo di sovranità nazionale che privilegia gli interessi del Paese,
invece di quelli delle grandi compagnie transnazionali.
Il
Governo costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela si
oppone alla privatizzazione dell'industria nazionale ed in particolare di
quella petrolifera PDVSA, che, essendo una delle aziende più grandi del
mondo in questo campo, è il motore principale dell'economia nazionale,
patrimonio di tutto il popolo venezuelano, indispensabile per la sua
sopravvivenza e il suo futuro sviluppo, e non di una ristretta cerchia di
tecnocrati corrotti e incapaci che pretendevano continuare ad
amministrarla come se fosse loro proprietà privata e che, a parte di
promuovere i propri interessi personali, sembravano più disposti a
favorire quelli stranieri piuttosto che quelli nazionali.
La
Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela è stata approvata
con un referendum popolare dalla stragrande maggioranza del popolo
venezuelano ed è una delle costituzioni più moderne e democratiche che
esistano al mondo, nella quale si stabilisce un tipo di democrazia
partecipativa, invece della tradizionale democrazia rappresentativa; si
riconoscono i diritti dei settori sociali tradizionalmente esclusi, come
ad esempio le etnie indigene, mai prese in considerazione nelle così
chiamate democrazie rappresentative del continente americano.
Hugo
Rafael Chávez Frías è stato eletto per ben due volte nelle elezioni
presidenziali, una nel 98 e un’altra nel 2000 con una grande maggioranza
popolare ed è pertanto il legittimo presidente di tutti i Venezuelani e
di tutti quei cittadini di altri Paesi che desiderino risiedere in questo
Paese.
Il
Presidente Hugo Rafael Chávez Frías è uno dei pochi Capi di Stato che
si oppongono coraggiosamente al disumano progetto economico neoliberale
globalizzante.
Il
Presidente Hugo Rafael Chávez Frías è forse l'unico Capo di Stato
dell'America Latina che si oppone al progetto neocoloniale imperialista
americano che rappresenta l'ALCA (Associazione per il Libero Commercio
dell'America).
Tutti
i cittadini della Repubblica Bolivariana del Venezuela e anche gli
stranieri che qui risiedono, godono di assoluta e piena libertà di
espressione e di movimento; non esistono prigionieri né perseguitati
politici, persone scomparse o private della loro libertà in modo
arbitrario. I mezzi di comunicazione non sono mai stati censurati, anche
se la maggior parte di essi, incluso la Voce d’Italia, giornale della
comunità italiana in Venezuela, si oppone al Governo.
Questo
cambiamento in corso, essendo veramente democratico, si svolge nonostante
incontri una feroce resistenza da vari settori dello stesso Stato che sono
ancora controllati dalle vecchie elites di potere come ad esempio, alcuni
corpi di polizia, ampi settori del potere giudiziario, governi regionali,
province ecc, che si sono uniti in un piano cospiratore, per tentare di
reinstallare il vecchio ordine.
Vogliamo
inoltre far sapere ai nostri concittadini italiani, venezuelani e al mondo
in generale che:
Ripudiamo
categoricamente i tentativi costanti da parte di una opposizione politica
fascista e antidemocratica rivolti a sovvertire l'ordine costituzionale
vigente. Il colpo di Stato dell’Aprile dell'anno scorso, la serrata
patronale e dei commercianti, il sabotaggio terrorista dell'industria
petrolifera nazionale dello scorso Dicembre, sono tra i più noti esempi
di questa tendenza, e consideriamo questi, come la più evidente conferma
che l'opposizione non ha nessuna intenzione e possibilità di sconfiggere
il governo con metodi elettorali costituzionali e democratici.
Ripudiamo
categoricamente l'attitudine discriminatoria, razzista, antietica,
tergiversante della maggior parte dei mezzi di “comunicazione”
nazionali (compresa la Voce d’Italia), quando “informano” sui fatti
del Venezuela, facendo gli interessi di determinati settori economici
(proprietari di questi mezzi), sia nazionali che stranieri, schierandosi
sfacciatamente, contro ogni etica professionale, dalla parte
dell'opposizione.
Ripudiamo
categoricamente il crescente sentimento fascista nato, purtroppo, in ampi
settori della classe media venezuelana, istigata costantemente dai mezzi
di comunicazione e da una profonda ignoranza e disprezzo del sentimento
popolare delle classi sociali più umili. L'intolleranza politica che
dimostrano questi settori con le persone della loro stessa classe che non
condividono le loro opinioni e che per questa ragione vengono aggrediti
fisicamente e moralmente e soffrono l'ostracismo sociale, ne è la miglior
prova.
Ripudiamo
categoricamente l'assassinio dei lider popolari e contadini (più di
settanta) che hanno lottano ed appoggiato il processo bolivariano, fatto
da parte dei latifondisti e sicari al soldo dei potenti, che ostinatamente
si oppongono ai cambiamenti e alle riforme sociali che il Governo, assieme
al popolo, sta tentando di mettere in pratica.
Ripudiamo
categoricamente l'arrogante posizione delle classi economiche dominanti
del Venezuela che non vogliono rendersi conto che è giunto il momento di
intraprendere i cambiamenti strutturali, sia economici che sociali, che
possono rendere più democratica la distribuzione della ricchezza di un
Paese ricco di risorse naturali, ma dove l' 80 % vive in uno stato di
povertà cronica.
E
infine, ripudiamo l'ingerenza di Governi stranieri come quello degli Stati
Uniti d'America e di quello spagnolo- fra gli altri- nella politica non
solamente del Venezuela, ma di tutti gli altri Paesi del mondo,
richiamandoli a rispettare la volontà di autodeterminazione dei vari
Paesi che formano la comunità internazionale.
Caracas,
Aprile del 2003
Italiani
e Italovenezuelani che appartengono alle seguenti organizzazioni:
•Clase
Media en Positivo di: Caracas, Los Teques, Lecheria, Puerto La Cruz,
Maracay, Barcelona, Cumaná, Guarico, Barinas, Mérida, Maracaibo, Puerto
Ordaz e Ciudad Guayana
•Círculo
Bolivariano Antonio Gramsci
•Círculo
Bolivariano Leoncio Martínez Soberano
•Emergencia
Patriotica 333
•Foro
Constitución y Paz
•Quinto
Poder
•Técnicos
y Profesionales Bolivarianos
•Guardianos
de la luz
•Patria
Joven
•Ciudadanos
por la Defensa de la Constitución
•Grupo
Cristiano Catedra Libre Monseñor Romero de la Universidad Central de
Venezuela
•Fundación
Latinoamericana para los Derechos Humanos y el Desarrollo de las
Comunidades
•Expresión
Veraz de la Universidad Central de Venezuela•Grupo 13 de Abril
•Organización
Integral de Empresarios,
•Voz
Urgente
•Petrólero
por Venezuela
•Empresarios
por Venezuela
Venezuela,
un paese in agonia
di
M. Bafile
Il
Venezuela è giunto all’appuntamento del primo maggio con una delle più
gravi crisi economiche, politiche e sociali della sua storia. La
disoccupazione ha raggiunto livelli superiori al 20 per cento e
l’economia informale occupa circa il 55 per cento della forza lavoro.
Tra le ditte, soprattutto quelle piccole e medie, è un’ecatombe. Nel
corso del 2002 più di cinquemila hanno chiuso i battenti. Lo sciopero
generale indetto dall’opposizione nello scorso dicembre ha contribuito
ad accentuare la depressione e attualmente una misura restrittiva
nell’erogazione dei dollari le sta definitivamente strozzando. Da più
di tre mesi nessuna impresa venezuelana, neanche quelle che producono
alimenti o medicine, riceve un solo dollaro. Si prevede che tra pochissime
settimane non ci saranno più latte in polvere nè farina per il pane e
sono ormai moltissimi i farmaci che sono scomparsi dal mercato.
Da
più di dieci anni il Venezuela è impantanato in gravi crisi economiche.
A poco serve che sia il quinto produttore di petrolio del mondo, poco lo
aiutano le sue immense risorse minerarie e l’estensione di terra
fertile. Governi più o meno corrotti, più o meno inetti, hanno
contribuito ad erodere il benessere dei venezuelani, ad accrescere le
sacche di povertà.
Tuonando,
con parole di una violenza premonitrice, contro l’inettitudine e la
corruzione dei passati governi nelle elezioni del 1998 si è presentato al
paese, come un’alternativa possibile, l’attuale Presidente Hugo Chávez.
Lo stesso che nel ’92 aveva capeggiato un colpo di stato per togliere
dal potere il Presidente Carlos Andrés Pérez. Fu quella la prima volta
che apparve sugli schermi di tutto il paese il volto del tenente
colonnello che oggi è Presidente della Repubblica. Il colpo di stato,
secondo sue dichiarazioni, era stato preparato e sognato durante 10 anni.
Una
volta alla presidenza le speranze di benessere e pace sociale, di lotta
alla corruzione e alla delinquenza, si sono diluite poco a poco nel corso
dei primi due anni di governo. Rare voci, in quei primi due anni, si
levavano per denunciare una pratica politica che scivolava inesorabilmente
verso l’autoritarismo e soprattutto brillava per incapacità di gestione
della cosa pubblica. Irregolarità nella costituzione di poteri pubblici
tanto fondamentali come quelli del “Fiscal General de la República”,
“Contralor”, “Defensor del pueblo”, giustificati dall’emergenza
della transizione, sono passate nonostante le denunce di giuristi e tra
l’indifferenza generale. Il popolo venezuelano, poco avvezzo a occuparsi
di politica, non ha rinunciato a vacanze né a week end per andare a
votare nelle otto elezioni indette dal governo, convinto che, superato
quel momento di transizione, il paese avrebbe trovato un cammino di pace e
di prosperità. Il risveglio da questo sogno è stato brusco e doloroso.
Una popolazione festaiola e qualunquista ha capito che la sua vita si
stava disgregando e che era necessaria la partecipazione. Il 2002 è
trascorso tra scioperi, serrate, manifestazioni, morti e feriti. Un
tentativo di colpo di stato, avvenuto l’11 aprile del 2002, ha coinvolto
anche un importante gruppo di militari. Ma il governo non ha mai ceduto.
Chávez, uscito di scena per meno di 48 ore, è tornato al potere e, dopo
poco tempo, il suo discorso ha ripreso i toni violenti del passato. Come
se non fosse accaduto nulla.
L’11
aprile del 2003 i suoi sostenitori hanno festeggiato il ritorno del
Presidente con una grandissima manifestazione alla quale hanno partecipato
personaggi legati ai movimenti di sinistra più radicali di tutto il
mondo. Primo fra tutti Ramonet, direttore di Le Monde Diplomatique.
C’era anche Hebe Bonaffini in rappresentanza delle Madri di Plaza de
Mayo. Una presenza che ha fatto male ai rappresentanti della sinistra
venezuelana che, per un 80 per cento, è schierata all’opposizione. In
quegli stessi giorni rappresentanti storici della sinistra del paese hanno
organizzato un forum per spiegare agli invitati stranieri la realtà di un
governo che, lungi dal poter essere catalogato di sinistra, sta
screditando la vera sinistra e non ha fatto assolutamente nulla per
migliorare le condizioni di vita delle classi più povere. È riuscito
solamente a creare un nemico e a far sognare la vendetta. Troppo poco per
riempire lo stomaco di una popolazione sempre più affamata, troppo poco
per consolare i familiari delle vittime uccise dalla delinquenza in quella
che è una guerra molto più sanguinaria di tutte le guerre che si
combattono nel continente. Ogni fine settimana il numero dei morti
ammazzati in Venezuela oscilla attorno alle 100 persone.
Senza
parlare di tutti coloro che muoiono nelle corsie di ospedali che possono
contare solamente sulla mistica di lavoro di medici mal pagati. Nella zona
di Guayana, una delle più ricche del paese per i giacimenti minerari, la
mortalità infantile da 19 per mille è arrivata a 77 per mille. I medici
non hanno neanche le siringhe, le apparecchiature per esami radiologici
sono ferme per mancanza di materiale e lo stesso vale per i laboratori di
analisi e tutto il resto.
A
Guasdualito, zona di frontiera, passaggio di guerriglieri e paramilitari,
si può contrattare un sicario per 10 dollari. La vita si svaluta giorno
dopo giorno. La parola diritti umani non ha alcun significato. Non
esistono diritti umani per nessuno, né per il cittadino comune che
rischia di restare ucciso da un delinquente affamato, né per i carcerati
che nell’inferno delle galere, muoiono per rese di conti, per fame, per
malattie infettive e sono sottoposti ad ogni tipo di vessazione da chi li
dovrebbe proteggere. La giustizia è lenta e costosa. La corruzione
impazza senza freni. Sui mezzi di comunicazione si moltiplicano le
denunce. Inutilmente. Nell’aria si respira una forte depressione e
sembra che il cittadino comune abbia perso la capacità della sorpresa,
dell’indignazione.
In
un panorama così buio l’unica speranza di soluzione pacifica ed
elettorale è il referendum revocatorio previsto dalla Costituzione e che
dovrebbe essere indetto a partire dal 19 agosto, giorno in cui si compie
la metà del mandato presidenziale. Un preaccordo concertato nel tavolo di
negoziazione e accordi presieduto dal Segretario generale dell’OSA César
Gaviria, è stato rifiutato all’ultimo momento dalle forze del governo
per ordine del Presidente Chávez e del partito MVR da lui fondato. Ma il
referendum è previsto dalla costituzione e il governo può solo
allontanarlo nel tempo. Per prepararsi meglio. E già si incominciano a
denunciare brogli elettorali. Il registro elettorale apparentemente si sta
arricchendo di stranieri (ecuadoriani, colombiani, cinesi) che il governo
starebbe “importando” per assicurarsi una maggioranza di voti. I
partiti cercano di ricostituirsi e di crearsi una credibilità che
permetta loro di riprendere le redini di un’opposizione demoralizzata e
sempre più arrabbiata. Rabbia e disperazione che potrebbero esplodere in
manifestazioni violente. Il futuro è molto incerto e intanto il Venezuela
è in agonia.
Il
mondo non può restare indifferente. Le forze democratiche di sinistra non
possono far finta di non sapere. Oggi più che mai è importante la
presenza del mondo e in particolare dell’Europa per evitare altra
violenza, altro sangue in Venezuela e aiutare le forze democratiche a
risolvere la crisi in forma pacifica.
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