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Comunità

I 25 anni del Premio Pietro Conti

Sono ormai 25 anni che il Premio intitolato a Pietro Conti registra – attraverso le memorie, l’esercizio narrativo, la testimonianza diretta di centinaia di migranti di diverse latitudini o con le indagini di ricercatori che si sono misurati con la storia e l’evoluzione dei fenomeni migratori – i momenti della partenza, dell’insediamento, dei complessi processi di accoglienza e di integrazione, le dinamiche e i cambiamenti che si sviluppano tra culture e territori di origine e di arrivo.

In questo quarto di secolo il Premio ha dato un importante contributo al recupero della memoria storica della grande emigrazione italiana del ‘900; ha visto riemergere l’inatteso interesse per l’Italia e per le proprie origini da parte dei figli e dei nipoti dei primi migranti; poi è stato attraversato dai racconti e dalle testimonianze degli immigrati dal sud del mondo verso il nostro paese, così simili e spesso più acerbe di quelle di cui noi siamo stati protagonisti; infine, negli ultimi dieci anni, ha saputo cogliere la ripartenza della nostra emigrazione giovanile, alle prese con le dure condizioni della disoccupazione o della sotto occupazione, con netto anticipo rispetto alle tardive statistiche ufficiali che ne intercettavano una parte minimale.

L’attraversamento della grande crisi economica e sociale, crisi epocale e duratura, poteva essere avvertita nella sua concreta consistenza e nei suoi sconvolgenti effetti globali, semplicemente puntando gli occhiali sui movimenti migratori. Non causa di crisi, come qualcuno si ostina ad affermare, ma effetti evidenti dei molteplici squilibri con cui abbiamo a che fare da lungo tempo. Le persone sono costrette all’esodo da meccanismi implacabili quanto inaccettabili perché fondati su relazioni insostenibili tra paesi o grandi aree continentali.

Accanto alla valorizzazione dell’esperienza emigratoria come dato soggettivo, di salvaguardia di dignità e di diritti inalienabili, bisogna tornare a pensare all’emigrazione anche nella sua relazione con i territori di partenza. Non appare più soddisfacente la tesi che essa apporti soltanto generici benefici. I benefici sono ovvi per i paesi e i capitali di accoglienza (a meno che non si trovino in una congiuntura di crisi), e sono ovvi (ma solo in parte) per le persone che la sperimentano, pur all’interno di innumerevoli e talvolta drammatiche implicazioni del vissuto quotidiano.

Meno ovvi sono i vantaggi per i territori che erogano i flussi emigratori. Dovremmo infatti chiederci: cosa accade lì ?

Un esempio forse paradigmatico è costituito, da ben oltre un secolo, dal nostro meridione; che rischierebbe, secondo alcune previsioni, un ulteriore consistente riduzione di popolazione nei prossimi 30 anni; come è in corso un deflusso costante dal sud e dall’est Europa verso il centro-nord del continente e verso nuove destinazioni oltre oceaniche da circa un decennio.

Allo stesso tempo assistiamo all’imponente svuotamento delle risorse giovanili dell’ Africa e dei paesi della guerra infinita, dichiarata – e praticata – da 25 anni dall’Occidente.

Nel frattempo, al precipitare – o al maturare – della grande crisi, riemergono nuovi inquietanti muri. Sempre più lunghi e diffusi, a dimostrazione che la globalizzazione, per come è stata attuata, era forse una leggenda per pochi.

Al crocicchio in cui sostiamo si intravvedono diverse prospettive: ve ne è una ancora infarcita di competizione globale, un’altra fatta di rinnovate potenze nazionali; infine, ce n’è una di cooperazione e di solidarietà: che non può che essere anche democratica, dentro e fra i paesi.

La prima innesca ulteriori movimenti migratori; la seconda intende respingerli facendo finta che tutto il resto può rimanere così com’è; soltanto l’ultima li può contenere e può inaugurare altri mondi e relazioni possibili tra sud e nord, tra est e ovest.

Accanto al diritto inalienabile delle persone di emigrare, vi è anche quello di non dover emigrare per forza; cioè a poter restare e vivere dignitosamente nei luoghi e nei paesi di origine; da parte nostra dovremmo avere cura non soltanto per le persone, ma anche per le terre in cui esse sono nate; queste terre ci stanno a cuore come la nostra terra.

Dunque, a questo incrocio della storia, dovremmo incamminarci per la terza strada; tenendo presente che  le conseguenze di quale imbocchiamo riguardano certamente i migranti, ma  in verità riguardano tutti noi.

 

Prefazione al volume della 9° Edizione del Premio Pietro Conti

Rodolfo Ricci, Coordinatore Filef

Maggio 2017

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