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 LA MANIFESTAZIONE DI PREMIAZIONE

"STORIE DALL'ALTRO MONDO"

 

In qualche passo della sua smisurata opera, Goethe dice dei tedeschi che essi “devono essere trapiantati e dispersi come gli Ebrei in tutto il mondo per sviluppare completamente la gran quantità di bene che sta in loro”.

In uno dei suoi racconti fantastici ambientati in un lontano futuro, nella pampa argentina, Borges interroga un uomo venturo sull’esito di quei viaggi spaziali che entusiasmarono il secolo XX, e l’uomo -che potrebbe chiamarsi Zenone di Elea-, risponde: “da tempo li abbiamo abbandonati; abbiamo compreso che andare da qui alla fattoria di fronte, questo è un viaggio spaziale”.

Situate in contesti storici così distanti, le due espressioni dicono qualcosa di opposto e di uguale allo stesso tempo. La prima allude alla mediocrità e al rischio insito nelle culture “stanziali” e alla loro presunta forza identitaria, volgarizzando, allude alla chiusura che può generare (e generò) mostri.

La seconda, nell’epoca dell’incipiente globalizzazione, allude ad un’altra superficialità e ad un altro rischio: quello determinato da una cultura globale onnicomprensiva tesa verso l’esterno misurabile esclusivamente con il paradigma tecnico-scientifico nella sua versione “di mercato”, un paradigma che si presume fuori dalla storia e intangibile.

Mi pare che entrambi gli scrittori vogliano ricordare come non possa darsi scienza, né estetica o etica, cioè cultura, dentro paradigmi chiusi, come non sia dia storia positiva se non dentro un orizzonte aperto sia esteriormente che interiormente, sia a livello sociale come a livello individuale: essere “dispersi nel mondo” o aperti al mondo, per dare il meglio di sé e allo stesso tempo essere coscienti del fondamento interiore e del carattere asintotale, mai concluso, mai definitivo, della coscienza e della conoscenza.

Vale a dire migrazione e nomadismo, al medesimo tempo esteriore ed interiore come fattori fondanti della libertà e della crescita culturale delle società e del procedere della storia, contro stanzialità fisica e mentale.

Come anche “aspettavamo gastarbeitern (lavoratori) e sono arrivate persone”; oppure, più o meno (in un manifesto a Colonia negli anni ’70): “vogliamo che restino i colori, che non torni il grigio”, che, come potete notare, somiglia al progressivo “united colors of….” di Toscano.

E in effetti, dovunque siano migrati, gli italiani hanno arricchito di colori, pietanze e odori, di musica e di energia le società di accoglimento, fornendo intelligenza e braccia già disponibili (come ci ricorda Cinanni) ai progetti di sviluppo dei paesi di arrivo.

Non troppo diversamente dalle legioni di neri che hanno dissodato le terre vergini e inventato il jazz o la samba, gli italiani furono decisivi nell’emergere del tango e della milonga, sincretici generi latino-americani dove una congerie di identità differenti ne forgiava una nuova che non possiamo insistere a chiamare ispanica o tedesca o portoghese o guaranì, né tantomeno -contrariamente a quanto pensano i fautori di una presunta colonizzazione italica-, italiana .

Come nuove e furono le città e gli insediamenti nelle campagne che hanno modificato radicalmente oltre alle culture anche le colture, i prodotti, le gastronomie, dopo che si era conclusa l’epoca post-schiavistica dei tagliatori di canna o dei raccoglitori di caffè o degli estrattori di carbone, per le quali cose, gli italiani erano stati chiamati.

Ma ciò che nel frattempo era accaduto, in termini di storie collettive ed individuali, cioè di quel genere di storia minore che si troverà solo accennata nei libri di storia come un impegno da rimandare a chissà quando, ci era e ci è tuttora in gran parte ignoto.

Ed è un peccato capitale perché potremmo essere immensamente più ricchi e coscienti di quello che siamo stati e siamo oggi, dentro e fuori, interiormente e socialmente; e forse l’esito della recentissima indagine Eurispes che ci disegna popolo spaesato, smarrito e alla ricerca di identità, più povero spiritualmente e materialmente, potrebbe essere diversa…

L’impegno che la FILEF si è data fin dalla sua nascita -assieme ai concreti interventi di assistenza, di orientamento, di formazione, di contributo all’integrazione interculturale-, di rappresentare e fare emergere questa parte di storia patria e mondiale che riguarda gli emigrati italiani ed oggi anche l’immigrazione e l’enorme bacino sociale e culturale che essi rappresentano, trova in questa V° edizione del premio intitolato a Pietro Conti un altro momento importante di riflessione e di promozione.

Una pubblicazione, questa che qui presentiamo assieme alla Regione dell’Umbria e all’ISUC, che assieme alle precedenti può essere di ausilio a chi mantiene - o riscopre - l’interesse a sapere da dove veniamo e a riflettere se i lidi verso i quali procediamo sono quelli auspicabili.

Rodolfo Ricci

    

I vincitori della V° Edizione del Premio Conti

 altri servizi - il programma - il manifesto - dalla prefazione del volume

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