contrattazione-concertazione-consultazione-dialogo-monologo

di Tonino D’Orazio

E poi verrà il tempo dell’autoritarismo, assieme all’emarginazione, già in atto, del lavoro e della sua rappresentanza. Si possono sintetizzare in questo modo quasi vent’anni di rapporti governo-padronato e sindacato. Il governo, quasi incostituzionale (così si è scusato il garante Napolitano) ha bisogno della complicità, forse meglio “comprensione e maturità”, forte del sindacato. Una “riforma” così drastica delle pensioni di quelli che lavorano veramente meritava forse un po’ più di tre ore di sciopero per “non portare disagio ai cittadini”. (Monti: “non e’ stata una manifestazione di debolezza bensì di grande maturità”).

Che soddisfazione. Essendo tra l’altro una riforma ormai “intoccabile”, malgrado le ingiustizie latenti sulla diversità costituzionale di trattamento tra cittadini, pena di nuovo il baratro nazionale. La Cgil dice che “non è finita” e la Fornero dice che non si torna indietro. Sappiamo come finirà, cittadini lavoratori, non siamo gli autotrasportatori che vi hanno creato tante difficoltà nel vostro normale sopravvivere. Per non morire subito dobbiamo cedere e morire un po’ alla volta, alla lunga.

 

Pensate alle massaie, intervistate su tutte le reti televisive, che imprecavano contro gli autotrasportatori portandosi via, però, la cassetta di frutta e verdura regalata dalla Confagricoltori. E’ il massimo della disinformazione.

La riforma del mercato del lavoro è il tema su cui il sindacato non può non avere voce in capitolo e la vecchia Ministro Fornero è, forse, la prima a rendersene conto, ma è la BCE che comanda, lei è solo il braccio armato. La presa in giro, iniziata con la flessibilità-precarietà di Treu-Ichino-Biagi venti anni fa, e ben approfondita dalle varie destre, oltre a bruciare una generazione di “giovani” oggi quarantenni, continua imperterrita, con una ipocrisia politica generale impressionante. Tutti si riempiono la bocca di maggior attenzione ai giovani e di rilancio del lavoro, e tutta la realtà viaggia al contrario. Non c’è mai nessuno che faccia una, dico una, proposta. Se non quella che flessibile/precariato è bello e rende liberi.

Dice Monti, l’ufficiale giudiziario tedesco, uno che ha una grande esperienza professionale baronale nel settore precario, "Che noia il posto fisso. [pensate quanto si sarà annoiato per tutta la vita, povero uomo]. I giovani si abituino, il posto fisso" è legato a un’idea nostalgica del lavoro, "I giovani devono abituarsi all’idea che non lo avranno". Anzi, nemmeno dei posti più o meno buoni, ma solo “accettabili”. Ma questa è già la realtà da almeno venti anni. Insegnamento fasullo, professore.

Poi lo specchietto per le allodole: “vogliamo valorizzare di più il capitale umano”, magari sfruttandolo e schiavizzandolo, perché il concetto biforcuto non è riferito a tutta la personalità dell’individuo in una società migliore, più equa, ma solo all’uomo “producens”, soldato a disposizione della guerra mercantile, nel senso che è meglio senza diritti e senza titoli professionali e magari sempre in apprendistato itinerante, insomma un artista. Ma perché i tedeschi fidelizzano i lavoratori alla loro impresa e invece da noi si discute solo come mandarli via più facilmente? Perché da noi il concetto padronale è ritornato semplicemente quello fascista e autoritario. Manca solo inserirlo in qualche riforma costituzionale sotto l’alto patronato di Napolitano (posto fisso in Parlamento dal 1953), reminiscenze giovanili del GUF (Gruppo Universitario Fascista) di Napoli trasformatosi in resistenza(!), ebbe anche qualche altro "grave tormento autocritico" (Wikipedia, date un’occhiata, non è lesa maestà, una vita esemplare di coperture e trasformazioni), sostenitore ancora oggi di “solidarietà nazionale” (tutti insieme; risultato ottenuto), padre e guida del “nuovo” veloce che avanza, “prima che sia troppo tardi”. Manganellando gli studenti, cioè i famosi giovani, che protestano (l’amico Cossiga docet) e appiccicandosi una nuova medaglia (ne ha già da otto università) nella Bologna, città amica, dopo le onoreficenze internazionali dello scorso anno da parte di Israele e dell’Inghilterra per essere stato uno dei baluardi italiani della difesa dell’occidente liberale…

C’è da temere che la disgregazione continua del tessuto lavorativo italiano porti il nostro paese, secondo produttore manifatturiero d’Europa, dopo la Germania, a diventare colonia e terra d’acquisto degli altri, un po’ come il Veneto già colonia di subappalto tedesco. Abbiamo già perso tutto l’agroalimentare e le acque minerali (colosso d’interesse nazionale Parmalat compreso), oltre alle comunicazioni (Alitalia-Cai con rotte monopolistiche), alle banche (Bnl-Paris-Bas possiede il 30% della privata Banca Nazionale italiana comprese le 220 tonnellate di oro per ora ancora, forse, nostre), alle assicurazioni, finite in mano francese.

Si capisce che anche i tedeschi vorrebbero “acquistare”, in pegno, alcune cose che non hanno (il Colosseo è di Della Valle che adesso vuole anche i soldi dallo stato per pagarlo allo stato). Purtroppo la meccanica automobilistica, una volta fiore all’occhiello, è già tutta in mani americane, i tedeschi si sono presi solo la Lamborghini (i motori sono inseriti nelle grosse Audi) e la Maserati. Per un po’ volevano anche l’Alfa Romeo, se ben ricordo, ma poi gli americani della Crysler, amici di Marchionne, hanno detto “no, è nostra”. Ma i tedeschi sono già a dirigere “Le Generali”, e non è poco. Non si è mai capito se gli spagnoli si fossero “presi” da Benetton le “Autostrade d’Italia”.

L’omertà informativa di talune operazioni è esemplare. Si accende una luce e poi qualcuno dice spegnetela. Questo è il vero baratro, non quello di far lavorare di più e meglio, cosa che già facciamo e con sempre meno diritti. Ma purtroppo l’idea di un vero piano industriale e produttivo italiano non può venire in mente a un banchiere liquidatore delle poche ricchezze rimaste, con il trasferimento del valore effettivo, prima dai lavoratori ai padroni, poi dai lavoratori-cittadini alle banche; ecco il significato vero di “liberalizziamo”, cioè privatizziamo, pur conoscendo i risultati disastrosi di questi anni, in termini di monopoli e di inefficienze pagati dai cittadini.

In questo senso Monti può essere considerato un vero e pericoloso anti-italiano, anche per il classico approccio da “prima fase subito”, tagli o lacrime e sangue per i soliti, e poi nella seconda fase si vedrà chi è rimasto vivo per eventuali ulteriori false promesse.
Ma non sono venti anni che tutti i presidenti del consiglio utilizzano la stessa tattica? E funziona ancora?

2012-02-03 15:22:58

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