Destinazione Estero: viaggio di sola andata

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di Giangi Cretti

ZURIGO – “Difficile accennarne, riuscendo a scansare il rischio di cedere all’enfasi, figlia naturale dell’emotività. È cosa nota: molto più delle parole possono le immagini. Anche, ed oggi sopra tutte, quelle che, volenti o nolenti, invadono la nostra quotidianità, documentando un fiume umano in marcia, alla disperata e ostacolata ricerca di una prospettiva di futuro, verso un altrove nel quale non alberghi la guerra, la repressione, il terrore”. Inizia così l’editoriale con cui Giangi Cretti apre il nuovo numero de “La Rivista”, mensile che dirige a Zurigo.


“Impossibile restare indifferenti e non avvertire l’onda montante di emozioni forti e, al contempo, fra loro contraddittorie. Che fanno vacillare certezze e ideali che sembravano aver solide radici nel nostro più recente percorso di civiltà. Dalle quali deve, comunque, discendere una nuova consapevolezza di un fenomeno, che, nelle dimensioni e per la drammaticità in cui si manifesta in certe zone del mondo, rappresenta un problema che non può essere risolto nel rosario delle buone intenzioni, e che neppure può essere ignorato per quel senso di impotenza che deriva dall’incapacità di individuare soluzioni praticabili e condivise.
Difficile anche accettare i distinguo, purtroppo addomesticati a fini spudoratamente elettorali.
Com’è possibile almanaccare, esibendo dovizia di fumose argomentazioni, sulla distinzione fra migrante ‘forzato’, degno pertanto di essere eventualmente considerato un rifugiato politico e di assurgere al rango di profugo, e migrante ‘economico’, indegno di essere accolto e meritevole di esser rispedito da dove è partito?
Chi lascia il proprio Paese fuggendo la guerra, la repressione o il terrore lo fa perché non intravvede nessuna possibilità di condurre una vita dignitosa: per sé e per la propria famiglia.
Non è forse per la stessa ragione che migliaia di persone intraprendono i cosiddetti viaggi della speranza (che sa molto di disperazione)? Gli uni e gli altri spinti (forzati, appunto) dalla necessità di cercare altrove un futuro migliore o quanto meno possibile?
In uno scenario infinitamente meno tragico nel complesso, tenuto conto delle dovute proporzioni, nell’essenza sono le medesime ragioni che hanno indotto 14 milioni di cosiddetti Gastarbeiter ad emigrare, tra il 1955 e il 1973, cercando fortuna in Germania, che hanno spinto il milione e mezzo di cittadini tedeschi che, dal 2005 al 2013, hanno lasciato la Germania, confidando in ein besseres Leben. Una vita migliore. Quella a cui aspirano anche quelle centinaia di migliaia di nostri connazionali (oltre 101mila nel 2014) che negli ultimi hanno ripreso la via dell’emigrazione.
È vero, i presupposti e le condizioni storico-sociali sono profondamente diversi, l’obiettivo resta invariato. Anche per quelle che, forse, per pudore (per apparire più moderni?) oggi chiamiamo nuove mobilità.
Un obiettivo che si pongono anche i cosiddetti expat (espatriati?). Giovani provvisti di molta arte e poca parte, esponenti di quella che gli esperti definiscono la generazione dei millenian (dai figli dei fiori a quelli del nuovo millennio?). La generazione più istruita dal secondo dopoguerra ad oggi, in possesso di qualificati titoli di studio post-laurea (specializzazione, master, dottorato di ricerca), ma che, nello stesso tempo, rischia di essere la generazione più penalizzata sul versante delle opportunità professionali e, quindi, la più esposta alla disoccupazione, o ad un’occupazione inadeguata.
La generazione di coloro che non partono con la valigia di cartone, ma che all’estero, dubitando di tempi migliori, ci va con il biglietto di sola andata. Perché spera in un posto di lavoro con retribuzioni congrue, in grado di valorizzare la propria professionalità, al quale si possa accedere per merito, che possa offrire delle prospettive di carriera.
Spesso è disposta ad arrabattarsi, temporaneamente accettando impieghi all’unico scopo di sbarcare il lunario. Perché conserva la convinzione che in quell’estero (meglio se non troppo lontano) c’è la possibilità di realizzare la legittima aspirazione a quella vita migliore che in patria vede relegata dietro un orizzonte descritto soprattutto da annunci di buone intenzioni.
Le stesse di cui sono lastricate le strade che l’ha portata sulle vie dell’emigrazione”. (aise/eminews)

2015-11-03 16:03:44

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