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A quanto sembra – secondo i calcoli di Palazzo Chigi – vendere i terreni a destinazione agricola di proprietà del demanio porterà nelle casse dello Stato circa 6 miliardi di euro. A pensarci bene, neanche così tanti. Quale sia il rischio e la perdita in termini strettamente economici di una così colossale dismissione, invece, lo può capire anche un bambino. Eppure, tutto ciò sta succedendo. Senza che si sentano in giro grandi lamentele. Forse ha proprio ragione Cesare, che stamattina era a piazza Montecitorio insieme a molti altri agricoltori come lui: "L’agricoltura – diceva Cesare – non interessa a nessuno ma c’è sempre qualcuno che decide come deve morire l’agricoltore". Appoggiati da associazioni come Aiab, Slow Food, la cooperativa agricola laziale Agricoltura Nuova, Legambiente e varie altre grandi e piccole realtà, gli agricoltori chiedono che sia fermata questa follia e che sia invece permesso ai contadini di affittare le terre. Comprarle, come vorrebbe il governo, no. Per un semplice motivo: i soldi non ce li hanno, nonostante il decreto (l’articolo 66 è quello che tratta la dismissione dei terreni) preveda forme agevolate per l’accesso all’acquisto dei giovani agricoltori. In ogni caso, come è noto non basta acquistare un pezzo di terra: poi ci vogliono i macchinari, i soldi necessari per avviare l’impresa, i soldi per pagare tasse e lavoratori. In un periodo in cui – ricordava ancora ieri il Financial Times – le aziende europee sono sotto pressione, e a rischio fallimento, proprio per la rigidità del credito: le banche non prestano soldi. Figurarsi agli imprenditori agricoli, tanto più se giovani e alla loro prima esperienza. Ma in generale, non sembra proprio il periodo adatto per comprarsi qualche ettaro di terreno agricolo e avviare un’impresa. Chi saranno, allora, i clienti interessati a comprare il terreno demaniale? "Di interessi ce ne sono molti e variegati – osserva Alessandro Triantafyllidis, presidente dell’Aiab – l’esperienza dei paesi del sud del mondo ci ha già mostrato il fenomeno del ‘land grabbing’. La popolazione aumenta, c’è grande interesse da parte di multinazionale e corporazioni a comprare terreno ‘vuoto’, sia per coltivare cibo, che per utilizzarlo ad altri scopi: biodisel, pannelli fotovoltaici e cose varie. O anche per fare semplicemente rendita, ovvero latifondo. Poi c’è da temere che vi si possano infiltrare anche interessi della criminalità organizzata: mafia, ‘ndrangheta, che così potrebbe riciclare denaro sporco". Il decreto prevede che i terreni siano venduti senza asta per un valore inferiore ai 100 mila euro e con asta pubblica per valori superiori. Il prezzo è quello stabilito annualmente da un decreto presidenziale : in pratica circa 20 mila euro l’ettaro. Lo Stato ne metterà in vendita 340 mila. L’affare si ingrossa se si considera che il decreto stabilisce la non edificabilità e il mantenimento delal vocazione agricola soltanto per i primi 20 anni. Come dire, il futuro è già qui. La destinazione dei soldi che verranno messi insieme è stabilità dall’ultimo comma dell’articolo 66: diminuzione del debito, e qualora la compravendita sia gestita dagli enti locali senza debito (per lo Stato questa eventualità non è considerata) le risorse sono da destinare al fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato. Ma con una previsione di entrata di "soli" 6 miliardi di euro, non si può certo pensare di ripagare il debito pubblico che ammonta (attualmente) a circa 2 mila miliardi. Neanche una goccia nel mare. Le associazioni hanno inviato una lettera ai senatori che in 9.a e 10.ma Commissione si stanno occupando della conversione del decreto in legge, proponendo di "cambiare l’impostazione del testo" e, invece di alienare i terreni agricoli, darli in affitto agli imprenditori agricoli, con priorità per i giovani singoli e associati e per le imprese a rilevanza sociale (agricoltura sociale). Il tutto a equo canone. Dove sta il guadagno? I promotori fanno notare che prima di tutto si produrrebbe lavoro, poi si garantirebbe un’entrata – minore ma costante – nelle casse dello Stato e, ovviamente, si genererebbe un gettito di Iva dovuto alla vendita di beni e serviiz delle aziende create. Ma, soprattutto, i contabili di Palazzo Chigi dovrebbero calcolare quanto perde sul lungo periodo uno Stato che non ha terreni agricoli. E chi bisognerà incolpare, in futuro, quando alluvioni e eventi atmosferici estremi si abbatteranno su comunità inermi, non più difese da un territorio curato e coltivato. FONTE: Il Manifesto

2012-02-08 12:49:49

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