L’EMIGRAZIONE COME OPPORTUNITÀ (?)

ROMA- Basta parlare di cervelli in fuga. L’emigrazione per il nostro Paese è un’opportunità che va sostenuta e accompagnata, di pari passo con il fenomeno, speculare, dell’immigrazione. È il pensiero condiviso dagli interventi istituzionali che questa mattina hanno aperto alla Camera dei Deputati il convegno “Italiani all’estero: intelligenze senza confini“.
Promosso dalla senatrice Laura Garavini (IV), l’evento proseguirà sino al tardo pomeriggio nella Sala Aldo Moro di Montecitorio con una serie di panel cui parteciperanno esponenti del mondo accademico, scientifico e imprenditoriale affermatisi all’estero. Questa mattina intanto ad aprire i lavori sono stati il vicepresidente della Camera Ettore Rosato, il consigliere diplomatico a Palazzo Chigi Pietro Benassi, il direttore generale per gli italiani all’estero della Farnesina Luigi Maria Vignali, il ministro per la Famiglia Elena Bonetti e naturalmente la senatrice Garavini.
Sua l’idea di un momento di confronto per “promuovere la consapevolezza e la conoscenza” del fenomeno migratorio italiano, un “prezioso capitale umano” del quale, ha sottolineato la senatrice, si registra oggi “una nuova impennata”.
Iniziativa apprezzata da Ettore Rosato, che ha tenuto ad evidenziare: “un’esperienza all’estero deve essere un’opportunità e non una necessità”. Il rischio, altrimenti, è quello di “perdere una o più generazioni nate e formate nel nostro Paese”, che poi vanno all’estero alla ricerca di ciò che l’Italia non è in grado di offrir loro.
Di “rassegnazione pubblica” nei confronti della nostra emigrazione a fronte di una “attenzione morbosa” verso l’immigrazione ha parlato Pietro Benassi, che al convegno ha portato anche la sua esperienza in Germania, in qualità di ambasciatore d’Italia a Berlino, ruolo ricoperto sino al 31 agosto 2018. In particolare Benassi si è soffermato sull’Europa registrando “uno dei limiti della nostra emigrazione anche di qualità”, ovvero “la mancanza di impegno nella politica locale”. Tra gli italiani in Germania, ha proseguito Benassi, c’è “poco ascensore sociale presso le istituzioni tedesche e i posti che in Germania contano”, eppure sta proprio lì, nella partecipazione, il “segno dell’integrazione europea”. Occorre dunque che “l’emigrazione sia effettivamente europea”. Per contro, ha aggiunto l’ambasciatore, “dall’immigrazione possiamo cogliere la ricchezza che porta nel nostro Paese, la stessa che noi abbiamo portato nei Paesi che ci hanno accolto”.
Di fronte alla “difficoltà per le nostre collettività all’estero di essere protagoniste e parti in causa, le istituzioni e il loro impegno possono fare la differenza”, ha confermato Garavini, dando la parola al direttore generale della Farnesina Luigi Vignali.
Questi ha esordito sfatando “alcune false certezze sul movimento degli italiani all’estero”, a partire dai numeri. Si parla di 70mila emigrati ogni anno, ha detto Vignali, ma questa cifra si riferisce ai soli laureati. Negli ultimi sei anni gli schedari consolari parlano di un milione di italiani all’estero in più e presto gli iscritti all’Aire raggiungeranno quota 6 milioni. Tra chi si reca all’estero, ha proseguito Vignali, diplomati e laureati rappresentano circa il 60%; ciò vuol dire che il restante 40% è composto da connazionali senza laurea, dunque con “meno competenze”, ma ugualmente alla ricerca di “un percorso diverso”. Non tutti gli expat, poi, sono giovani: il 45% ha più di 40 anni e spesso sono intere famiglie a muoversi. Nei confronti di tutte queste categorie le istituzioni devono senz’altro “studiare le ragioni per cui si parte”, ma anche preparare chi espatria alla partenza, “per evitare che poi cadano in circuiti di marginalità”, e “pensare” efficaci “percorsi di integrazione”. “Un tempo i nostri emigrati chiedevano alle istituzioni di mantenere il contatto con la madrepatria”, ma quelli, ha osservato il direttore generale della Farnesina, erano tempi diversi; oggi per chi va all’estero “rimanere in contatto con la propria cultura e la famiglia è semplice”. Ciò che si chiede alle istituzioni, quindi, è soprattutto un aiuto ad integrarsi, che si parli di welfare o di lingua, e la rete consolare deve offrire “servizi sempre più digitalizzati” che siano “all’altezza delle aspettative”.
D’altra parte – e questo è il secondo punto su cui ha voluto mettere l’accento Luigi Vignali – “fare rete” per sostenere “l’arricchimento umano e personale” di chi si reca all’estero è per il nostro Paese una “opportunità”. I nostri “cervelli in movimento” sono la linfa di quel “soft power” tutto italiano che, attraverso il fascino del “vivere all’italiana”, “può sostenere dall’estero anche la nostra economia”.
C’è poi un ultimo aspetto: occorre “creare le condizioni adeguate per il rientro” dei connazionali che vogliano tornare a casa “arricchiti” dall’esperienza all’estero. Su di loro il Paese ha investito e questo investimento non va disperso; va al contrario recuperato, dando “credibilità a percorsi di rientro e reintegro” che pure favoriscano quella che Vignali ha definito “la migliore emigrazione possibile, cioè quella circolare”. Un concetto, questo, valido “anche per gli immigrati in Italia”, perché anche il dg Vignali ne è convinto: immigrazione ed emigrazione sono “temi fortemente interconnessi”.
In che modo il governo intenda “favorire la circolarità” ma anche attuare “politiche familiari adeguate a consentire il rientro e il reintegro” in patria lo ha spiegato il ministro Bonetti, che pure ha ammesso l’arretratezza dell’Italia, ancora “agli inizi del percorso”. Con il “Family Act”, ha sottolineato Bonetti, si punta alle “pari opportunità tra generazioni e tra generi”. In questo contesto normativo il nuovo governo intende cogliere le esperienze e gli “esempi di buone pratiche” che pure arrivano dall’estero, inserendo “nuove regole di reclutamento pubblico nell’ambito della ricerca e delle professioni”, pensando al reintegro scolastico e linguistico dei bambini che sono nati all’estero e – questa la novità – inserendo anche misure a sostegno dei nuclei familiari che invece all’estero decidano di restare. Il ministro Bonetti si aspetta “la collaborazione delle forze politiche” alle quali ha chiesto oggi di avanzare le loro proposte. Da parte del governo ha garantito “impegno massimo”.
“Andarsene è un’opportunità”, ha osservato Bonetti, “mettersi in relazione con un’altra realtà è un arricchimento” che diviene sempre più “normale” per le nuove generazioni. Ciò vale ancora di più nell’Europa unita: qui resta aperta la “questione linguistica”, ma non si può pensare che per i giovani di oggi il contesto europeo sia “straniero”. I nostri “cervelli” non sono “in fuga”, “esplorano, vivono una esperienza di cittadinanza all’estero per poter costruire qualcosa, ma non fuggono, mai”.
Fermo restando dunque il disagio che pure emerge quando la scelta di restare all’estero è forzata, perché in Italia mancano le condizioni per vivere una “quotidianità” altrettanto agevole – disagio che “non può essere taciuto, ma che la politica deve codificare per dare risposte” -, per il ministro Bonetti “gli italiani all’estero portano la ricchezza della loro identità”, sono “l’Italia che contamina l’Europa” ed il resto del mondo. Attraverso di loro, soprattutto i giovani, avviando quei “processi di rinnovamento delle regole” ormai irrinunciabili, “l’Italia, da sempre anche geograficamente Paese di connessione”, potrà recuperare e ricominciare ad “esercitare – ha concluso il ministro – la sua storica funzione di ponte”. 

 

FONTE: AISE/raffaella aronica

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