Migrazioni e stagnazione, perché se ne vanno tutti? E non sono solo i “cervelli”

La Repubblica illustra in un servizio del 7 febbraio scorso, il panel organizzato dall’OIM “Migrazioni: Italia paese di arrivo o di partenza?” ; occasione di confronto sulla migrazione italiana: 816.000 sono partiti negli ultimi dieci anni.

di FLAVIA CARLORECCHIO (da La Repubblica del 7 febbraio 2020)

ROMA – C’è stato a Montecitorio un incontro, “Migrazioni: Italia paese di arrivo o di partenza?” organizzato dall’ OIM, l’Organizzazione internazionele pr le migrazioni, Agenzia collegata alle Nazioni Unite, con il suo quartier generale a Ginevra. La migrazione è un fenomeno complesso, che riguarda diversi attori. Non è solo qualcosa che “avviene”: è anche un costrutto sociale, frutto di percezioni, narrazioni e sensibilità culturale. Il panel, composto da esperti di settore, giornalisti ed esponenti politici ha analizzato le dinamiche dell’emigrazione italiana dell’ultimo decennio, provando ad inquadrarla in un più generale fenomeno migratorio. Gli interventi hanno stimolato un dibattito volto a trovare gli strumenti sociali e politici per fare fronte ad una situazione problematica.
“Influx”, documentario sugli italiani a Londra. In apertura è stato proiettato un estratto del documentario di Luca Vullo, “Influx”, che ritrae la migrazione italiana a Londra nel periodo 2013-2015. In quegli anni in cui la capitale britannica superò Buenos Aires per numero di iscritti all’AIRE, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero: circa 3.000 cambi di residenza ogni mese. “Ho cercato di strutturare questa ricerca in modo più psicoanalitico possibile, pensando al migrante a prescindere dalla sua nazionalità”, spiega il regista. Gli elementi che emergono sono la ricerca di opportunità, il desiderio di realizzazione e, dall’altra parte, la paura della società bersaglio. Una paura che spesso è ricambiata, legata ad una percezione del migrante come “problema” più che ad una effettiva minaccia. Tuttavia, pur essendo solo percezioni, le conseguenze sono molto reali, non occorre ricordare la Brexit. Un meccanismo simile lo vediamo tutti i giorni in Italia dove dilagano xenofobia e razzismo e dove viene percepita una “invasione” che non c’è. A loro volta, i nostri connazionali all’estero possono essere vittime di discriminazione o di vere e proprie truffe, come quelle delle agenzie interinali-fantasma che li “traghettano” dall’Italia all’Inghilterra, promettendo alloggio o lavoro inesistenti – ovviamente in cambio di soldi.
I dati Istat. Un’emorragia di “cervelli” e non solo. I numeri e la composizione delle migrazioni italiane degli ultimi dieci anni raccontano una scelta quasi forzata, un’emorragia. Innanzitutto, non emigrano solo i “cervelli”. I laureati infatti sono solo una parte di chi espatria: “È come se oltre ai cervelli emigrassero anche i pancreas, i fegati…” scherza il deputato Alessandro Fusacchia, del Gruppo Misto a Montecitorio. E poi non partono solo giovani: i numeri riguardano anche gli ultracinquantenni. L’immagine è chiara: è una fuga, e a fuggire sono in tanti e tante e sono accomunati da un desiderio di realizzazione che in patria è frustrato. Lo studio Istat presentato dalla dottoressa Sabrina Prati, parla di 816.000 italiani trasferiti all’estero negli ultimi dieci anni. Considerando i rimpatri, la perdita netta è stata di 483.000 unità, di cui 101.000 laureati. I dati si riferiscono solo alla parte “ufficiale” del fenomeno, che assume proporzioni sconosciute. “È come se in dieci anni fossero sparite le città di Venezia e Messina”, racconta Prati. Si tratta di un’emergenza, nel senso che è un fenomeno strutturale che ha effetti visibilmente negativi sul tessuto economico e sociale del paese. Le destinazioni principali sono in Europa (Inghilterra, Germania, Francia, Svizzera, Spagna) mentre fuori dal continente europeo la Cina raggiunge numeri interessanti, con 38.000 espatriati. 

Circuiti migratori, una prospettiva allargata. Cambiando prospettiva, l’Italia è ovviamente Paese di arrivo. Lo è sempre stato, almeno a partire dagli ultimi decenni del ‘900. Ad essere aumentato sensibilmente è il volume dell’emigrazione italiana, come si è visto. Ma un altro dato interessante che si considera meno spesso è il suo ruolo come tappa intermedia all’interno del circuito migratorio. Quando si parla di circuito migratorio o catena migratoria si intende un progetto a lungo termine, che si svolge in diverse fasi temporali e geografiche. Molte persone provenienti dall’Africa o dall’Asia, ad esempio, ottengono con maggiore facilità la cittadinanza nel nostro Paese. Una volta diventati cittadini europei, possono proseguire il viaggio: in Francia, in Germania, nella patria di origine. L’Italia, insomma, è spesso solo una tappa, una “porta d’ingresso” per l’Europa.

Sfatare i miti, interpretare i dati. Il quadro che emerge è complesso e sfaccettato, e i responsabili politici devono tenere conto di tutto ciò per poter fornire risposte adeguate. Ma non solo: “Le scelte di governo per le migrazioni devono definire il fenomeno, oltre a gestirlo”, sottolinea Luca Hart, direttore dell’Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo dell’OIM. Evidenzia l’importanza della corretta interpretazione dei dati e sfata alcuni luoghi comuni: ad esempio, il profilo più diffuso del migrante in Italia non è quello di un uomo africano di fede musulmana, ma quello di una donna europea o asiatica di fede cristiana. “È importante non solo per sfatare miti, ma per dare risposte adatte ai reali bisogni, che cambiano nel tempo”, ha aggiunto. I

Il ruolo della stampa. Infine, un ruolo delicato nella definizione delle migrazioni lo svolgono i media. Si tratta di semplificare e rendere comprensibile un fenomeno molto complesso e il rischio di venire dominati dalla “pancia” o di fornire informazioni scorrette è alto. “La stampa e i media hanno una responsabilità enorme”, interviene la giornalista Marta Serafini. “Sia per quanto riguarda il controllo delle informazioni che per quanto riguarda gli stereotipi”. Parla di anche dell’importanza dello storytelling: in chi migra, “c’è indubbiamente la necessità di sopravvivere ma c’è anche una ricerca di realizzazione dei propri sogni. È importante non cadere nella trappola di descriverli a tutti i costi come vittime. Dietro ogni storia di migrazione c’è un diritto di realizzazione.”

Una questione politica (interna). Questo discorso si riallaccia al documentario di Vullo: tolta la fetta di violazione dei diritti umani, ciò che il migrante ricerca è l’opportunità di miglioramento. Una cosa che in Italia non esiste: senza scomodare i laureati, chi nasce pizzaiolo sa che non morirà capocuoco. E parte per Londra, Barcellona, Berlino… Risulta evidente che quella dei connazionali all’estero è una questione pressante e tutta di politica interna. Sta alla politica in primis ma anche a tutti gli altri attori coinvolti affrontarla con la massima urgenza e serietà. Si potrebbe iniziare a sfatare le percezioni distorte e parlare di “fuga di italiani” piuttosto che di “invasione di stranieri”.

 

FONTE: https://www.repubblica.it/

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